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Vulnerabilità sociale Bari è quinta

Le grandi città del Mezzogiorno sono quelle con la maggiore vulnerabilità sociale e Bari si piazza al quinto posto su 15. A tracciare un bilancio di quanto incide la povertà sociale nelle famiglie italiane è Openpolis fondazione che raccoglie, elabora e diffonde dati a scopo giornalistico e di approfondimento statistico.

L’ente ha considerato un indice di vulnerabilità sociale e materiale in 15 comuni italiani con più famiglie residenti nel 2021.

Sette sono gli indicatori selezionati per produrre l'indice complessivo come la percentuale di famiglie con potenziale disagio economico (quota di nuclei con figli dove il capo famiglia ha meno di 64 anni), l'incidenza di famiglie numerose con almeno 6 componenti, la presenza di famiglie monogenitoriali giovani, quelle composte solo da anziani, la quota di popolazione adulta (25-64 anni) senza titolo di studio, la percentuale di giovani neet e l'incidenza di persone che vivono in grave sovraffollamento.

Le città capoluogo pugliesi sono quasi tutte allineate con indici che vanno dal 102 al 103, dato che le posiziona quindi nella parte più alta (in negativo) della classifica nazionale. Al primo posto c’è Barletta con un indice al 103, seguita da Foggia e Taranto con un 102,6 a seguire ci sono Brindisi (101,9) Trani (101,7), Bari (101,4), Lecce (101,2) e infine Andria (101,1).

L’allarme che arriva dall’Istat è forte: secondo l’istituto nazionale di statistica nel 2020, anno zero dell’emergenza Covid, il numero di poveri assoluti in Italia è arrivato ad una cifra record di ben 5,6 milioni di persone. Con l’emergenza pandemica infatti tutte le carte sono state scompigliate dagli eventi.

Sebbene in una prima fase, quella acuta, grazie agli interventi statali il livello occupazionale è stato salvaguardato (almeno per quei soggetti che avevano un regolare contratto di lavoro) nella seconda fase, quella tutt’ora in corso le garanzie hanno iniziato a vacillare. Molte sono state le aziende che hanno ridimensionato il quadro occupazionale e molte anche le saracinesche dei negozi che sono state tirate giù. Questo “scombussolamento” a livello lavorativo ha inciso moltissimo sugli assetti familiari sia da un punto di vista economico sia sociale.

Il numero di poveri assoluti (famiglie o singoli che non possono permettersi le spese minime per condurre una vita accettabile) nel 2020 sono stati quindi 5,6 milioni, un dato che in base alle stime preliminari di Istat, si conferma nel 2021. Questi primi dati mostrano segnali di maggiore sofferenza tra i minori e tra i nuclei familiari più numerosi. Una tendenza rafforzata dall’emergenza Covid, ma che nel nostro paese perdura ormai da lungo tempo.

Chiuso il 2020 e con l’affievolirsi dell’emergenza Covid-19 nel 2021 l’Istat ha intravisto una ripresa dei consumi, sebbene la spesa media familiare non abbia recuperato del tutto il crollo dell’anno precedente. Cosa è accaduto allora?

A dettare le regole della ripresa economica, soprattutto nelle famiglie nella soglia di povertà, è stata l’inflazione.

L’impennata di questo dato infatti ha penalizzato tutti, nuclei abbienti che senza gli effetti di quest'ultima avrebbero usufruito di una ripresa economica e nuclei meno abbienti.

Sempre secondo l'Istat nel mese di dicembre 2021 – quindi alla fine del periodo considerato - l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività ha registrato un aumento dello 0,4% su base mensile e una crescita del 3,9% su base annua confermando la stima preliminare.

L'Istat ha segnalato che l’inflazione continua a essere dovuta soprattutto alla crescita sostenuta dei prezzi dei beni energetici (+29,1%), con quelli della componente regolamentata che continuano a registrare una crescita molto ampia (da +24,3% a +22%). L’inflazione di fondo - al netto degli energetici e degli alimentari freschi - e quella al netto dei soli beni energetici sono salite rispettivamente a +1,5% e a +1,6% (entrambe da +1,3% di novembre). In media, nel 2021 i prezzi al consumo hanno registrato una crescita pari a +1,9% (-0,2% nel 2020). Quello che maggiormente incide sul portafogli di una famiglia media, oltre al prezzo dell’energia è quello dei beni alimentari: il cosiddetto carrello della spesa, ovvero i prezzi di cibo, cura della casa e della persona. Questi ultimi nel 2021 hanno raddoppiato la loro crescita passando da +1,2% a +2,4%, mentre quelli dei prodotti ad alta frequenza d'acquisto sono passati da +3,7% a +4,0%".

Cosa vuol dire? l'inflazione a 3,9% significa che per una coppia con due figli l’aumento del costo della vita è pari a 1.407 euro su base annua, 535 solo per abitazione, acqua ed elettricità, 519 euro per i trasporti. Per una coppia con un figlio, la maggior spesa annua è pari a 1303 euro, 537 per l'abitazione, 452 per i trasporti, in media per una famiglia il rialzo complessivo è di 1094 euro, 504 per l'abitazione e 332 per i trasporti. Troppo.

Ad analizzare l’impatto del caro vita è ancora una volta l’Istat che spiega come il peso dei rincari sia stato diverso a seconda del reddito delle famiglie, penalizzando le più povere. In particolare per loro l'inflazione in media d'anno segna una chiara inversione di tendenza passando dal -0,4% del 2020 al +2,4% nel 2021, mentre per quelle abbienti per le quali il 2020 era ancora territorio positivo (+0,1%), accelera di un punto e mezzo percentuale portandosi a +1,6%. Pertanto, rispetto al 2020, il differenziale inflazionistico tra poveri e abbienti diventa positivo ed è pari a otto decimi di punto percentuale.

Se guardiamo a tutto il territorio italiano, emerge un dato assoluto: negli ultimi anni la quota di persone in povertà assoluta è aumentata ovunque. Nel 2005 a soffrire per questa condizione era il 3,3% della popolazione residente in Italia; dodici anni dopo, nel 2017, erano l’8,4%. In termini assoluti, dal 2015 ad oggi siamo passati da 1,9 milioni di individui poveri a circa 5 milioni. Naturalmente i poveri non sono poveri ovunque, il Sud batte sempre il Nord. L’incidenza di povertà assoluta infatti è maggiore tra le famiglie del Mezzogiorno (10,3% povere nel 2017), mentre si attesta sopra il 5% al Centro e al Nord. E per fasce d’età?

Tornando ad un confronto con il passato, emerge che nel 2005 gli anziani sopra i 65 anni erano la fascia di età spesso in povertà assoluta. Oggi invece accade il contrario: più penalizzati infatti sono i giovani e i giovanissimi. Tra i minorenni la soglia di povertà è al 12,1%, tra 18 e 35 anni è 10,4%, mentre sopra i 65 scende al 4,6% (valore in linea con quello del 2005). Anche molte famiglie con figli si trovano in difficoltà economica. Con uno o due figli la quota di quelle in povertà assoluta è quasi al 10%; con 3 figli supera il 20%. Invertire questa tendenza non è cosa semplice. La povertà è solo il risultato di diversi fattori, in primis l’occupazione che però si rifà all’istruzione che si lega alla condiziona sociale della famiglia di origine. Un circolo vizioso insomma che oggi più che mai va interrotto a beneficio delle nuove generazioni. Ce la faremo?

come si calcola l'indice di povertà sociale

Per comprendere in fondo i meccanismi che stanno alla base del cosiddetto indice di povertà sociale occorre analizzare un indicatore fondamentale che misura il potere d’acquisto delle famiglie: il tasso di inflazione. Che sia su base mensile o annua, il tasso di inflazione misura l'aumento continuo e generalizzato del livello medio generale dei prezzi di beni e servizi. Questo incremento agisce diminuendo il potere d'acquisto della nostra moneta. In altre parole, in presenza di inflazione, con una determinata quantità di moneta si potranno acquistare, nel tempo, una quantità sempre minore di beni e servizi.

Ma come si misura l'inflazione? Occorre analizzare mensilmente il valore di un insieme prefissato di beni e servizi, il cosiddetto “paniere”, misurandone la variazione. L'ISTAT, che nel nostro paese si occupa di diffondere i dati sull'inflazione, pubblica diverse versioni del dato: NIC (indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività), che misura l’inflazione nazionale, IPCA (indice armonizzato dei prezzi al consumo), che serve per comparare i dati con gli altri paesi dell'UE, FOI (indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati), utilizzato nella versione senza tabacchi per le rivalutazioni monetarie.

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