Una ripresa tutta da sudare

Nell’anno della lenta uscita dalla crisi Covid, il Pil del Mezzogiorno cresce, ma quello del Centro-Nord cresce di più. È la fotografia che emerge dall’ultimo rapporto Svimez, pubblicato a fine novembre: «Dopo un 2020 nel quale la pandemia ha reso sostanzialmente omogenei gli andamenti territoriali nel Centro-Nord e nel Sud, marcando una profonda differenza rispetto ai disallineamenti del passato, la Svimez prevede che nel 2021 il Pil del Centro-Nord si attesterà a +6,8% mentre nel Sud crescerà

del 5%», si legge nel documento previsionale sul Pil del 2021 diramato dall’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno.

Un dossier statistico che restituisce il quadro del divario in un’Italia che va a due velocità. Osservando nel dettaglio le performance delle singole regioni, la Puglia nel 2020 ha fatto registrare un -8.2% nel prodotto interno lordo, drammaticamente segnato (come in tutto il Paese) dalla pandemia e dal lockdown. Il “rimbalzo” c’è stato (ed era inevitabile che ci fosse), ma altrove ci si attesta su livelli percentuali ben più solidi. In Puglia il Pil previsionale del 2021 fa segnare un +5.2%, mentre quello del 2022 – secondo Svimez – si attesta a +3.9%, quando i margini di recupero rispetto all’anno precedente si assottiglieranno.

Bene, si dirà. Ma c’è un ma... I nostri connazionali del Nord viaggiano più spediti: se in Lombardia la crisi del 2020 ha fatto registrare un -8.8% nel Pil, per il 2021 si prevede una crescita del 7.2%, e del 4.2% per l’anno prossimo. Anche le regioni del Centro Italia subiranno un rimbalzo ben più corposo rispetto al Mezzogiorno: Toscana e Marche hanno sofferto più di altre la crisi del 2020 (rispettivamente -10.1% e -11.2% nel Pil), ma per le due regioni centrali si prevede un’impennata del +6.5% e del +6.2% per l’anno in corso (4.3% e 3.7% nel 2022).

Una forbice che interessa anche altre grandi regioni del Sud: la Campania nel 2020 ha fatto segnare -8.4% di Pil, con una crescita prevista nel 2021 di 5.5 punti percentuali, che scenderanno al 4.4% l’anno prossimo (in entrambi i casi, comunque, leggermente meglio della Puglia).

La media del Mezzogiorno è di -8.2 punti Pil nel 2020, a cui corrisponderà un +5% nel 2021 e un +4% nel 2022; per il Centro-Nord i valori sono di -9.2% (2020), +6.8 (2021) e +4.2% (2022). Insomma, un mismatch che non lascia grandi margini all’interpretazione.

Anche per quanto riguarda l’occupazione, il Sud pagherà le sue arretratezze rispetto al Centro-Nord. Sempre guardando alla Puglia, nel 2020 c’è stato un -1.1% di occupati, che sarà recuperato nel 2022, passando per lo 0.9% di quest’anno. In Veneto la perdita di occupazione fu del -2.1% nel 2020, e il recupero sarà di 0.3% nel 2021 e di 1.7 nel 2022. In Campania lo scorso anno, quello del lockdown, c’è stato un -1.9% di occupazione, ma si prevede che nel 2022 si salirà al 2.8%. Da questo punto di vista, però, la previsione in vista del 2022 per il Sud è (anche se di pochissimo) superiore a quella del Centro-Nord: +1.6% contro +1.4%.

Altro fattore rilevante è quello relativo al potere di spesa delle famiglie: dato che nel 2020 al Sud è calato di 11.7 punti percentuali, e che nel 2022 crescerà del 3.2%, mentre al Centro-Nord salirà del 4.5 l’anno prossimo (dopo essere crollato a -12.3% nel 2020). Una famiglia pugliese l’anno scorso ha visto decrescere il suo potere d’acquisto del 10.9%, per vederlo poi risalire al 3.8% quest’anno (valore invariato anche per il 2022). In Calabria, il potere di spesa delle famiglie è crollato di 13.3 punti percentuali nel 2020, ma di contro è schizzato al +6.6% quest’anno. Nel Lazio la decrescita della spesa nel 2020 fu del 12.8%, ma la risalita sarà del 5.5% l’anno prossimo (6.3% nel 2021).

«Nel campo della sanità, si registrano valori di spesa pro capite mediamente più bassi nelle regioni del Mezzogiorno», l’amara sentenza emessa da Svimez. «Il tasso di assistenza domiciliare integrata, calcolato su 10mila abitanti ultrasessantacinquenni, è pari a oltre 715 al Nord e a più di 636 al Centro mentre cala a 487 nel Mezzogiorno. Alle differenze nelle prestazioni erogate dai diversi Servizi sanitari regionali si associa il fenomeno ormai strutturale della migrazione dal Sud al Nord del Paese dei cittadini alla ricerca di cure mediche».

Un verdetto che Svimez illustra con le statistiche: in Puglia i punti attribuiti al Lea (livelli essenziali di assistenza) sono saliti dai 140 del 2012 ai 193 del 2019, mentre nello stesso arco di tempo in Veneto e Toscana i punteggi sono saliti da 193 a 222. In alcune regioni meridionali, poi, si è fatto anche di peggio: in Calabria si è passati dai 133 punti del 2012 ai 125 del 2019. Un conto salato che il Sud si è trovato a pagare tutto insieme con la pandemia di Covid-19.

Quanto alla povertà assoluta, il Mezzogiorno si conferma il territorio in cui è più elevata, «Con un’incidenza del 9,4% fra le famiglie (era l’8,6% nel 2019).

La presenza di minori incide in misura significativa sulla condizione di povertà: nel Mezzogiorno il 13,2% delle famiglie in cui è presente almeno un figlio minore sono povere, contro l’11,5% della media nazionale», sottolinea Svimez.

Siamo, inoltre, in ritardo anche per quanto riguarda il divario di genere: «Il tasso di occupazione delle 20-34enni laureate da 1 a 3 anni è appena il 44% nel Mezzogiorno a fronte di valori superiori al 70% nel Centro-Nord.

Rispetto al secondo trimestre 2019, l’occupazione femminile nel Sud si è ridotta di circa 120mila unità nel 2021, (-5%, contro -3,3% del Centro-Nord)».

Imbarazza anche la distanza fra Nord e Sud nella spesa per l’istruzione specialistica: «Ad oggi, per ogni professore ordinario andato in pensione, il Politecnico di Milano ha potuto assumere fino a 2.45 ordinari, Torino 1.4, Bologna 1.39, Milano Statale 1.15, Napoli Federico II 0.97, mentre Genova 0.71, Pisa 0.64, Bari 0.81, Messina 0.68, Catania 0.59 e Palermo 0.71».

Dal 2015 al 2019, in Puglia sono stati assunti 411 ricercatori a tempo determinato di tipo B (1.005 ogni 10mila abitanti), mentre nello stesso periodo in Lombardia ne sono entrati 2053 (2.052 ogni 10mila abitanti), in Emilia-Romagna 1419 (3.188/10mila), in Toscana 1150 (3.064/10mila), in Campania 1231 (2.1 ogni 10mila abitanti).

Nel rapporto Svimez si legge: «La spesa in istruzione è diminuita in Italia dai circa 60 miliardi del biennio 2007-2008 a circa 50 miliardi negli ultimi due anni (in euro costanti 2019).

Una flessione del 15% che sottende un calo vicino al 19% nel Mezzogiorno e del 13% nel Centro-Nord».


Sui fondi del PNRR niente furbate

Un’altra sfida decisiva da raccogliere con la pioggia di fondi in arrivo per l’uscita dalla crisi Covid in corso riguarda il coordinamento tra fondi del Pnrr e fondi della politica di Coesione. Per il completamento del ciclo 2014/2020 dovranno essere spesi entro il 2023 oltre 30 miliardi, più i fondi del 2021/2027, 83 miliardi, da utilizzare entro il 2030. Una quota rilevante di queste risorse dovrà essere impegnata al Sud. Svimez avverte: «È indispensabile una complementarietà tra politiche di coesione nazionale ed europea col Pnrr, che può avvenire solo a patto che i programmi della coesione siano effettivamente aggiuntivi e che siano uniformate le modalità di governance».

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