Un mare di illegalità

La Puglia è anche quest’anno stabilmente sul podio nella classifica del “mare illegale” che nel rapporto annuale di Legambiente “Mare Monstrum”, è costruita sommando i reati relativi alla pesca illegale, all’inquinamento e ai danni ambientali e all’abusivismo edilizio costiero.

I dati riportati nel dossier sono impietosi. Nell’arco del 2020 in Puglia sono stati commessi 2.965 reati relativi al mare e alle coste, con 2.686 persone denunciate o arrestate e 1.016 sequestri. Il dato rappresenta oltre il 13% del totale nazionale risultando inoltre, al contrario di quest’ultimo, in aumento rispetto allo scorso anno.

E così, nel giro di pochi giorni torniamo a ragionare di una regione che, per dirla come nei più classici colloqui scolastici, è brava ma non si applica. Una regione che ha tante capacità (e bellezze), ma che potrebbe (e dovrebbe) fare molto di più.

Se, da un lato, la Puglia si è confermata al secondo posto (ex aequo con la Toscana) nella classifica de “Il mare più bello” (curata sempre da Legambiente per il Touring Club) con ben tre comprensori balneari premiati con il massimo riconoscimento delle 5 vele. Dall’altro avrebbe il dovere di difendere in modo molto più incisivo le tante bellezze marine disseminate lungo gli 865 chilometri di costa.

A cominciare dai reati legati al ciclo dei rifiuti e ai fenomeni di inquinamento marino che, nonostante pandemia e lockdown, sono stati lo scorso anno quasi 7mila in Italia. Carenza di depuratori o mal funzionamenti di quelli esistenti, scarichi fognari abusivi, sversamenti illegali di liquami e rifiuti hanno costituito il 31% dei reati contestati nel corso del 2020.

Le prime posizioni, invariate rispetto all’anno precedente, vedono la Campania stabilmente in testa con 2.053 reati (29,7% del totale nazionale) e la Puglia subito dopo con 937 reati, il 13,6% del totale e, anche in questo caso contrariamente al dato nazionale, in aumento rispetto al 2019.

Del resto, come riportato in un altro dossier di Legambiente (Acque in rete 2021), nella nostra regione abbiamo ancora il 16% degli agglomerati urbani non in regola riguardo la corretta procedura di depurazione delle acque reflue.

La situazione pugliese non migliora sul fronte della pesca illegale. La Sicilia occupa la prima posizione con 1.140 infrazioni (pari al 22% degli illeciti), ma la Puglia è ottima seconda con 882 reati (il 17% del totale), seguita da Campania e Calabria. E certamente una particolare cultura gastronomica non può giustificare una pesca al di fuori delle regole per la sopravvivenza delle specie e la stessa tutela dei fondali.

Non è un caso, però, se in Puglia, Sicilia e Campania è stato sequestrato l’81,4% del totale di datteri di mare, crostacei e molluschi (81 tonnellate solo in Sicilia) e in Puglia, Sicilia e Calabria il 94,8% del totale di novellame, la nostra “schiuma di mare” (oltre 10 tonnellate solo in Calabria).

Per i reati relativi alla cementificazione il 2020 ha visto un deciso incremento delle infrazioni in Sicilia che risulta prima in nella classifica degli abusi edilizi, seguita a breve distanza dalla Campania, con la Puglia che scende dal secondo al terzo posto con 1.103 infrazioni pari all’11,6% del totale.

Legambiente sottolinea come l’illegalità edilizia sia probabilmente l’ambito più fortemente legato alla presenza della criminalità organizzata e non è certo casuale che ai primi quattro posti della classifica ci sono Sicilia, Campania, Puglia e Calabria. Regioni nelle quali si è concentrato il 43,4% degli illeciti complessivi nel ciclo del cemento (non solo quelli costieri) registrati in Italia nel 2019.

Se in passato, secondo gli autori del report, l’illegalità urbanistica è stata moneta di scambio elettorale, oggi il vero problema è l’inerzia della politica locale, probabilmente bloccata dalle stesse logiche, nei confronti dell’abusivismo esistente che non viene demolito.

E questo è forse l’aspetto più triste e inquietante dei dati contenuti nei dossier di Legambiente che sull’abusivismo ha chiesto ai comuni 4 semplici dati: il numero di ordinanze di demolizione emesse dal 2004, anno successivo all’ultimo condono edilizio, il numero di demolizioni eseguite, il numero di immobili acquisiti al patrimonio pubblico, in caso di inottemperanza entro 90 giorni, e, come previsto dalla nuova legge (L.120/2020) il numero di pratiche trasmesse alle Prefetture dopo 180 giorni di inadempienza.

Meno di un’amministrazione su quattro (il 23%) ha comunicato i dati richiesti e la percentuale scende al 14,7% se consideriamo solo i comuni costieri. Anche in questo la Puglia merita una menzione particolare per il suo quart’ultimo posto con il 10,5% di risposta dei comuni, valore che scende all’8,7% (e al terz’ultimo posto) per quelli costieri.

Sono solo sei, infatti, i comuni pugliesi che affacciano sul mare che hanno ritenuto di inviare i dati sull’abusivismo nel loro territorio. Una posizione che certo non depone in favore di una grande attenzione al problema e alla trasparenza amministrativa per una corretta informazione dei cittadini.

Nell’analizzare poi i dati pervenuti viene il sospetto che le mancate informazioni possano non essere casuali. La Puglia è tristemente ultima per distacco nella classifica delle demolizioni di immobili abusivi, solo 71 su 1.790 ordinanze emesse, un misero 4% (al penultimo posto la Calabria con l’11,2%) che scende addirittura allo 0,9% per i comuni costieri (12 demolizioni su 1278 ordinanze).

Tra i capoluoghi Bari, la città guidata dal presidente dei sindaci italiani, non ha risposto, mentre Brindisi ha una percentuale di demolizione dello 0,2% con una sola demolizione a fronte di 409 ordinanze.

L’estate è ormai partita portando migliaia di persone sulle spiagge ma, aldilà del numero di vele che dovrebbe indicarne l’eccellenza, le nostre coste sono costantemente sotto attacco da parte di chi, per interessi economici, non ha alcun rispetto delle leggi o della tutela dell’ambiente.

Il vero problema però è l’assenza della politica. Se è certamente lecito promuovere il turismo e le proprie zone di eccellenza, non si capisce come si possa continuare a ignorare scempi perpetrati ai danni di zone di indiscusso valore, sottoposte a vincoli ambientali e paesaggistici, come la pineta di Chiatona, nel comune di Palagiano (nel Tarantino), distrutta da una lottizzazione dichiarata abusiva già nel 1987 e per la quale il Comune è stato intimato da una pronuncia del Consiglio di Stato del 2013 a ripristinare il bosco di pini d’Aleppo.

Situazioni come questa o come la “Punta Perotti” molese, una lottizzazione abusiva su un’area di 20mila metri quadri datata 1992 che, nonostante un’ordinanza di demolizione del 2019 continua a deturpare la costa a nord di Mola, rischiano di minare la stessa cultura della legalità della quale tanti politici si fanno portabandiera, lasciando i cittadini rispettosi delle leggi con il dubbio di aver fatto la scelta di campo sbagliata.

"Non sempre le scelte giuste sono popolari"

Non si può certo escludere che l’inerzia dei Comuni nel demolire gli immobili abusivi possa essere legata al rapporto, spesso ravvicinato, tra amministratori e cittadini. Lo stesso sindaco di Mola, Giuseppe Colonna, in occasione dell’approvazione in Consiglio comunale dell’ordinanza di demolizione (mai eseguita) del complesso sulla costa nord del paese, dichiarò che non sempre le scelte giuste sono anche popolari. Sottolineando che tante imprese, professionisti e intere famiglie avevano pagato le conseguenze della situazione di abuso costituita dalle villette a mare, il sindaco aggiunse: “Si capisce bene come non sia stato facile portare in Consiglio il provvedimento di attuazione alla sentenza della Corte di Cassazione penale che dispone, in via definitiva, l’abbattimento degli immobili”.

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