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Un bubbone nel cuore della città

Il carcere è percepito come un corpo estraneo inserito nel tessuto urbano. Si parla tanto di recupero, ma la realtà è assai diversa. Il fallimento? Due terzi dei detenuti sono recidivi


“La struttura barese è fuori da ogni logica di trattamento e di reinserimento sociale. Il carcere vive in una situazione di isolamento rispetto alla città di Bari. Nonostante sul territorio sono presenti tutte le più importanti sedi istituzionali l’impressione è che il carcere non venga percepito come una parte di esso e della città”.

Con questo commento si chiude la scheda dell’associazione Antigone sulla visita del 6 dicembre scorso nella casa circondariale Francesco Rucci di Bari e l’impressione di “corpo estraneo” rispetto al tessuto sociale è ampiamente confermato dai vertici della struttura pur in presenza di qualche passo avanti rispetto al passato.

Da un lato il carcere barese, come conferma la direttrice Valeria Pirè, ha il problema di essere inadeguato per un territorio con un’intensa attività antimafia, la presenza di porto e aeroporto con il conseguente passaggio di tutta una serie di traffici, nonché un forte disagio territoriale. Dall’altro il carcere viene spesso considerato come il luogo dove “rinchiudere un delinquente” in modo da alleggerire la comunità dalle problematiche criminali, senza considerare che il discorso potrebbe essere ribaltato. All’interno del carcere, sostiene Pirè, arrivano proprio le problematiche criminali che la comunità non riesce a risolvere. In definitiva in carcere viene chiusa una persona che in realtà appartiene al territorio e allo stesso territorio dovrà tornare. E tutte le criticità che ruotano intorno a questa persona restano sul territorio.

L’estraneità del carcere rispetto al tessuto sociale dipende, almeno in parte, dalla mancata consapevolezza nell’opinione pubblica della sua funzione. Certo, è difficile trovare sensibilità su questi temi in chi, magari, ha subito tre furti in casa nel giro di tre mesi. Forse è più semplice comprendere quanto sia fondamentale una visione unitaria nella quale il carcere sia parte integrante del sistema società, considerandone gli effetti, anche economici, sui cittadini.

La struttura barese, ad esempio, solo di recente è entrata a far parte del territorio barese e, in particolare, del quartiere Carrassi dove è ubicata. La circoscrizione ha iniziato da poco a collaborare con il carcere e ora si occupa, tra l’altro, dell’attività di intrattenimento dei bambini che accedono ai colloqui.

La logica di intervento, però, è assolutamente distorta perché strutture diverse gestiscono le stesse persone senza alcun coordinamento: la scuola gestisce il disagio dei figli dei detenuti e le difficoltà di relazione con le famiglie, la circoscrizione gestisce quello dovuto all’indigenza o alle difficoltà sul territorio, il carcere il disagio al suo interno, ma sempre sulle stesse persone. È assurdo, ci fa notare la dottoressa Pirè, che, soprattutto in un momento di carenza di risorse, non si faccia sistema per affrontare queste problematiche.

Da questo punto di vista una situazione paradossale si è verificata durante la pandemia. L’istituto barese ospita un Servizio di assistenza intensiva (Sai) con ben 24 posti letto che dispone, tra l’altro, di attrezzature all’avanguardia nel campo della diagnostica nel quale erano stati effettuati (alla data della visita di Antigone) oltre 12mila tamponi antigenici.

Nel caso di ricoveri urgenti all'esterno di persone detenute (quindi per casi gravi) il Policlinico di Bari, come segnalato dal rapporto Antigone, procede a eseguire tamponi anticovid all'ingresso in pronto soccorso, nonostante i sanitari del carcere, prima dell’uscita della persona detenuta, eseguano tamponi antigenici di ultima generazione.

I pazienti provenienti dal carcere di Bari e le relative scorte, sono stati quindi costretti a sostare anche per 10, 15 ore nell'area di ingresso del Pronto soccorso in attesa del tampone con ovvi disagi anche per la logistica e per la sicurezza.

E ovviamente anche con aumento dei costi. Se poi consideriamo che dal 2008 la medicina penitenziaria è passata sotto il controllo del Sistema sanitario nazionale (Ssn) e quindi medici, strumentazioni e kit diagnostici di carcere e Policlinico sono in carico alla medesima amministrazione, si apprezza ancor più la tragicomicità della situazione.

“A livello politico comunale c’è attenzione sul disagio e sulle fasce più deboli - ci confida Pirè - recentemente è venuto il sindaco Decaro. Dopo cinque anni di battaglie qualcosa si comincia a muovere, ma ancora gli operatori dell’ufficio anagrafe del comune di Bari si rifiutano di venire all’interno a fare il riconoscimento dei figli”.

I detenuti del carcere di Bari, a meno di non essere autorizzati ad uscire per recarsi negli uffici comunali (sotto scorta e in manette) non possono riconoscere il proprio figlio.

Nonostante la direzione abbia avviato un protocollo per istituire uno sportello anagrafe all’interno dell’istituto, in virtù del fatto che una grande percentuale delle persone ristrette sono del territorio, gli uffici comunali hanno ribadito più volte che loro “non sono tenuti”, che basta il riconoscimento della madre, che poi “quando usciranno si pensa” ma, aggiunge la direttrice, “loro da là non si spostano” anche se si tratta in realtà di una casistica limitata a quattro, cinque eventi l’anno.

Atteggiamento che non esita a definire vergognoso da parte della dirigenza dell’ufficio anagrafe che fa appello a decreti normativi senza tenere in minimo conto la dignità, anche per la scorta, di portare una persona in manette dentro l’ufficio anagrafe in orari di sportello per riconoscere il figlio. Riconoscimento, peraltro, necessario perché il bambino abbia diritto ai colloqui con il padre.

Ciò che maggiormente esprime l’isolamento del carcere dal contesto esterno, secondo Pirè, è proprio il fatto che non c’è nessuno che si indigna per questo, considerato un problema residuale rispetto ai tanti problemi della società esterna, quindi la battaglia per il riconoscimento di un diritto sacrosanto, a prescindere da chi sia il detentore di questo diritto, non viene ritenuta una battaglia da combattere.

Eppure è fin troppo evidente che i detenuti sono un problema della società e non esclusivamente del carcere e sarebbe interesse di tutti che l’attività penitenziaria funzionasse al meglio nell’ottica del mandato costituzionale del reinserimento.

L'allarme di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, che sostiene che il fatto che due terzi dei detenuti sia recidivo è un segnale del fallimento del sistema che "non funziona dentro, ma non funziona fuori" va proprio in questa direzione. "Non possiamo trasformare il carcere nell'ultima frontiera di un welfare in stato di crisi" ha affermato Gonnella perché, come già sottolineato, chi è in carcere arriva dalla società e nella società tornerà, la carenza di idonee politiche all'esterno per il reinserimento, alle quali dovrebbero contribuire i vari enti del territorio, rischia di vanificare anche gli eventuali successi ottenuti con tanta fatica all'interno del carcere.

Sul riconoscimento dei figli da parte dei detenuti abbiamo raccolto le dichiarazioni del professor Eugenio Di Sciascio, in qualità di assessore ai Servizi demografici del comune di Bari.

Il protocollo per l’apertura di uno sportello dell’anagrafe all’interno del carcere è già stato sottoscritto anche se ad oggi non è ancora operativo.

Di Sciascio, dopo aver spiegato che il problema non riguarda i riconoscimenti alla nascita che la norma non specifica dove debbano essere effettuati, sottolinea che nel caso del carcere si tratta di riconoscimenti successivi per i quali è previsto che il “processo verbale” avvenga nella casa comunale.

“A questo proposito abbiamo fatto un interpello attraverso la Prefettura (al ministero dell’Interno – ndr) ma, in attesa di una risposta, abbiamo deciso di superare la questione “battezzando”, con un’apposita delibera in fase di preparazione, “casa comunale” la stanza del carcere che l’istituto ci metterà a disposizione. Nel momento in cui questa risulterà ufficialmente “casa comunale” potremo risolvere questa difficoltà oggettiva che non dipende dalla volontà di nessuno”. Un provvedimento teso proprio a superare una difficoltà burocratica che testimonia, secondo Aurelia Vinella, portavoce del sindaco Decaro, "la volontà di riconoscere questi diritti anche agli ospiti della casa circondariale.

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