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Turismo sostenibile o "sostenere" il turismo?

Comincia ad apparire qualche articolo sui quotidiani e su riviste in materia di turismo “sostenibile” inteso non abusando della parola per altri fini ma penetrando in modo impietoso nel fenomeno. Ad esempio è recente un approfondimento di Massimo Brancati pur se con taglio cronachistico che ficca il dito nella piaga a Matera: ove i “residenti” sono ormai definiti “resistenti” e si sta cominciando a prendere atto dei guasti conseguenti alla proclamazione della città quale capitale europea della cultura. Tutto bello, tutto esaltante durante l’anno del riconoscimento e magari qualcuno più avanti, ma ora i nodi cominciano a venire al pettine. Matera, semplicemente, non ce la fa a “digerire” l’impatto turistico sempre crescente, sull’onda della forte esposizione mediatica moltiplicatasi anno dopo anno.

Normalmente, in questi casi si mette in moto un meccanismo infernale: i turisti affluiscono, si affollano quali contemporanee “cavallette” bibliche; il tessuto urbano si affanna a rispondere per adeguatamente “nutrirle”, con la crescita di strutture ricettive (più o meno abusive, più o meno precarie), con l’ingaggio di manodopera improbabile e a tempo, con la messa in opera di eventistica più o meno massiva a seconda delle possibilità del luogo; il luogo si trasforma lentamente in uno scenario “di plastica”, saldamente in mano agli speculatori di turno mentre i residenti sono ingabbiati in giornate da incubo e, lentamente, le risorse di eccellenza paesaggistica e storica nonché le riserve di identità si corrompono, tutto si trasforma per il business. Poi c’è un’appendice che si verifica in modo eventuale: una pandemia nuova, un’altra catastrofe e tutto il castello si sfilaccia costringendo lo stato a svenarsi con l’assistenzialismo “à gogo”.

Sta accadendo nelle grandi città “d’arte” in Italia, sta accadendo a Matera e in Puglia per ora nelle città della costa (Bari, Polignano, Monopoli, Gallipoli…), mentre solo nelle zone di campagna e interne collinari residua un po’ di speranza (ma non è detto). Infatti le città costiere hanno uno svantaggio in più, sono attaccabili dai “pirati”, le grandi navi da diporto che “vomitano” croceristi a getto continuo: sbarcano, girano qua e là per l’espace d’un matin, “lustrano” la città e se ne vanno per proseguire beatamente la crociera. A Bari si stimano per quest’anno 200.000 croceristi: ci rendiamo conto? Non credo, visto che le autorità “politiche” fanno a gara per ampliare le banchine, costruire nuovi e più comodi usberghi e così via.

Un grande viaggiatore, Lawrence Osborne, ha predetto tutto: ha scritto di un “turista nudo” e del rischio che a tanti luoghi tocchi l’amara sorte delle Hawaii, dove “la monocultura dello zucchero ha spianato la strada alla monocultura del turismo”, visto che “fra le mostruose architetture dei resort e le piantagioni di canna c’è una certa affinità”. Ora, le un tempo meravigliose Hawaii sono un luogo alieno.


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