Trasparenza e magistratura senza appello

È da sempre una materia scivolosa quella che riguarda le inchieste sui magistrati. Prevale l’idea di persone che siano capaci di essere al di sopra delle parti e di sfuggire ai “mortali” interessi. Accade così anche quando ci raggiungono le notizie di preti pedofili, di medici che veicolano verso le strutture private anche persone che non se le possono permettere, avvocati che mal consigliano i propri clienti per tirare alle lunghe e gonfiare le parcelle, giornalisti che, in combutta con quello o con quell’altro, provano a orientare l’informazione o a farsi riconoscere compensi per la pubblicazione di notizie.


Sono brutte, bruttissime storie che ormai pervadono la nostra quotidianità. E, in un così variopinto declino di morale ed etica, il sospetto che si articolino inchieste per interessi diversi è sempre dietro l’angolo. Anzi, qualcuno non si fa specie di dirlo a chiare lettere.


Il tutto poi passa dalla possibile distorsione dei mass media alle alterazioni e alle deformazioni dei social. Ambienti dove anche chi non ha letto una sola carta e non conosce i rudimenti di qualsiasi materia discetta con la sicumera di un luminare.


Così tutti urlano, declamano, giustificano, condannano: una polverizzazione che genera incertezza e demolisce i capisaldi di una società civile.


C’è chi invoca il garantismo e chi sollecita rigore, quasi che le due cose siano in contrasto. Le vicende della Procura di Trani stanno da tempo occupando le cronache giudiziarie con i pm che da accusatori sono diventati accusati.


Una brutta storia non solo per il tradimento della toga, ma per il disorientamento che vicende del genere producono nella società. Abbiamo nella nostra mente i magistrati uccisi dalla mafia e dal terrorismo. Immagini terribili e spietate. Tuttavia, immagini di eroi che con il loro martirio hanno dato dignità e valore a un “mestiere” che rappresenta un baluardo della democrazia.


Sprofondare nelle cronache di questi giorni è avvilente in ogni caso. Sia che le accuse si rivelino fondate, sia che invece non lo siano e prefigurino una guerra tra magistrati, come purtroppo ne abbiamo viste tante dalle nostre parti.


Certo è che la Magistratura (quella con la M maiuscola) dovrebbe essere in grado di rimettere ordine al più presto al suo interno, eliminando le sacche del malaffare e restituendo quell’immagine adamantina che le è indispensabile.


Nel febbraio scorso, il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, ospite di Lucia Annunziata, dichiarò che il 6-7% dei magistrati italiani è corrotto e che lo fa, pur guadagnando bene, per “ingordigia”. Una dichiarazione-bomba? A noi sembrerebbe di sì, eppure non ci furono reazioni. Neanche quelle sdegnate di prammatica, tipiche di ogni “sindacato” di categoria. 


Delle due l’una: o i più considerano Gratteri uomo da “boutade” o gli stessi hanno evitato di incamminarsi su un terreno sdrucciolevole. Certo è che le inchieste sui magistrati non sono inchieste “qualsiasi” e, oltre a produrre una sensazione di sgomento, diffondono sfiducia e disorientamento.


Ricordiamo che la clamorosa inchiesta di Trani e, oggi, la propaggine tarantina succedono all’altra pagina oscura della guerra tra magistrati nella Procura di Bari tra il 2011 e il 2012 che per mesi ha occupato le cronache pugliesi a colpi di memoriali.


Da un decennio dubbi, voci, inchieste e pesanti provvedimenti investono i magistrati dalle nostre parti. Il che è grave sia, lo ripetiamo, per il clima di sfiducia che si genera, sia per l’immagine e l’identità di una categoria che, sia detto senza retorica, rappresenta con la stragrande maggioranza dei magistrati, un punto fermo per la tenuta del nostro territorio proprio sul fronte della corruzione e della guerra alla criminalità.


Garantismo e rigore sono punti di partenza non punti auspicabili in ogni indagine, ma bisogna aggiungervi la trasparenza. I debiti di chiarezza o, peggio, la frammentazione delle notizie canalizzate in modo strumentale (da qualsiasi parte avvenga) rappresentano un autentico veleno per l’opinione pubblica.


Alla prova dei fatti, servono chiarezza e tempi strettamente necessari per accertare la fondatezza delle accuse e la gravità delle azioni.


Poi, la magistratura “barese” volti pagina. Senza appello. Una volta per tutte.

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