Tamponi in Puglia: se non è un giallo...


Se non fosse per i risvolti drammatici ed in molti casi perfino tragici di questa pandemia, noi pugliesi potremmo avere la sensazione di essere su “Scherzi a parte”. Viviamo in un angolo di mondo nel quale invece di ridurre il numero dei contagi, come sarebbe logico e nell’interesse di tutti, si aumenta quello dei posti letto in modo da cambiare (in meglio) le percentuali e scalare una fascia di colore. Cosa che ovviamente non cambia la sostanza delle cose sotto il profilo epidemiologico reale. Peraltro, a poche ore dal cambio ufficiale di colore abbiamo assistito all’appello dell’assessore alla Sanità, che invitava a non tener conto del passaggio perché la situazione è ancora grave. Lasciando intendere che in sostanza non gradiva il cambio, ritenuto quasi “inopportuno”, il che mette in discussione la solerzia con la quale la Regione ha chiesto al ministero di rivedere i dati. Insomma, tutto ed il contrario di tutto nell’arco di poche ore.

Quanto accaduto la settimana scorsa è comunque la prova che l’ultimo ritornello cantato in via Gentile, quello della “Regione senza potere”, che non può fare nulla per abbassare la curva dei contagi e che “si limita – per usare le parole pronunciate dal presidente Emiliano in un incontro del 29 di gennaio al liceo “Carafa” di Andria – a portare i feriti in ospedale”, non è quello giusto.

La tesi risulta quantomeno singolare e comunque smentita due volte dai fatti. La prima perché proprio in tema di sanità le Regioni hanno spazio di movimento, vista l’autonomia loro garantita, tanto che la Regione Umbria (che è arancione) ha deciso di far andare in zona rossa tutta la provincia di Perugia e sei comuni del Ternano; cosa che hanno fatto con alcuni comuni ritenuti focolaio d’infezione anche la Regione Molise e la Regione Abruzzo. Per non parlare della Provincia Autonoma di Bolzano, che ha addirittura deciso un lockdown totale (modello quello generale dello scorso marzo) di tre settimane. Ovviamente col preciso intento di abbassare la curva dei contagi. Senza alcun artificio contabile.

La seconda riguarda proprio i numeri. Al di là degli errori di calcolo – in una intervista a “Repubblica” definiti dall’assessore Lopalco “una incomprensione tra uffici” – resta il fatto che quanto accaduto è gravissimo al di là del danno eventualmente creato all’imprenditoria locale. Ed è altrettanto grave che alla fine nessuno ne risponda.

I numeri sono numeri ed in questa pandemia hanno la loro importanza. Eppure, al di là di quanto è accaduto, la Puglia resta un caso quanto meno singolare. Un esempio? Eccolo.

Lo scorso 12 gennaio il ministero della Salute con una circolare ha ridefinito i casi di Covid-19. Fino ad allora, erano considerate tali unicamente le persone che risultavano positive al tampone molecolare, cioè quello analizzato in laboratorio in cerca di tracce genetiche del virus. Con la nuova circolare, invece, il risultato dei test rapidi antigenici “di ultima generazione” è stato equiparato all’esito dei tamponi molecolari.

Successivamente, a partire dal 15 gennaio, per la prima volta il numero dei tamponi rapidi eseguiti in Italia è stato riportato in una colonna specifica nel bollettino quotidiano del ministero della Salute, accanto alla colonna dei test molecolari.

I due valori confluiscono poi in un unico conteggio, influenzando direttamente il calcolo del tasso di positività basato sul rapporto fra casi positivi e tamponi eseguiti.

La conseguenza di questa scelta è che il numero dei tamponi processati quotidianamente in Italia è schizzato e pertanto è crollata, di fatto dimezzandosi, la media giornaliera tra i casi di positività ed i test effettuati. Dappertutto, praticamente, ma in Puglia no. Da noi la media è rimasta pressocché la stessa. Non sono aumentati neanche i tamponi, che restano gli stessi, numericamente, del periodo precedente al 15 gennaio. È come, insomma, se la Puglia fosse una…repubblica a parte.

Eppure siamo sempre in attesa che i nostri test raggiungano quota 17mila, come indicato dal presidente Emiliano durante il sopralluogo al cantiere di Asclepios 3 lo scorso 18 giugno, quando annunciò la nuova macchina (in funzione al Policlinico di Bari dal successivo 19 agosto), in grado di processare 10mila tamponi al giorno, “più altri sei, settemila quotidiani” degli altri laboratori. Da allora, e sono trascorsi sei mesi abbondanti, non è mai stata superata quota 13mila. E nessuno spiega perché.

Ma vediamo i numeri complessivi in Italia tra il 14 e 16 gennaio, quando è stata introdotta la novità dei test rapidi nel conteggio. Giovedì 14 si sono registrati nel Paese 17.246 casi su 160.585 tamponi con una media pari al 10,7%. Il giorno dopo, prima volta con i test rapidi, i tamponi sono diventati 273.506 (113mila in più!) ma con 16.146 nuovi contagi. Conseguentemente, la media nazionale è crollata, passando al 5,90%. Il giorno 16 gennaio, sabato, i test sono stati 260.704 con 16.310 casi di positività. Media in leggero incremento, con il 6,25%.

Gli oltre 100mila tamponi in più quotidiani sono ovviamente stati distribuiti tra le singole regioni. Per capire che cosa è accaduto e per avere un metro di paragone verosimile, prendiamo quattro territori che per residenti sono in qualche modo più o meno “simili” alla Puglia, che secondo l’Istat ha 4 milioni di abitanti: Veneto (4.879.000), Emilia Romagna (4.464.000), Piemonte (4.311.000), Toscana (3.692.000).

La logica suggerirebbe che tutti abbiano, più o meno proporzionalmente, dato un contributo a far schizzare il numero dei tamponi. Ma non è così.

Giovedì 14, ultimo giorno senza test antigenici, il Veneto registrava 14.904 tamponi; l’Emilia Romagna 15.033; la Toscana 9.247; il Piemonte 7.129; la Puglia 9.191. Vediamo adesso che cosa è accaduto venerdì 15 gennaio, primo giorno con il calcolo dei test rapidi: il Veneto è passato a 57.842, con un incremento di 42.938 tamponi; l’Emilia Romagna a 22.380 con 7.347 in più; la Toscana ha processato 14.217 test con un incremento di 4.970; il Piemonte ha più che raddoppiato, passando a 18.047 ovvero 10.918 tamponi in più.

E la Puglia? Praticamente assente: 9.812 cioè 621 test in più del giorno precedente. I commenti non servono, anche se sabato 16 gennaio noi siamo saliti a 11.897, incrementando di 2.085 rispetto al giorno precedente e di 2.706 rispetto al primo giorno con il nuovo calcolo.

Se qualcuno si stesse chiedendo che cosa è accaduto dal 16 gennaio in poi, è presto detto: la Puglia non ha mai superato i 12mila tamponi al giorno, tranne che il 19 gennaio con 12.422. Per il resto è puntualmente rimasta sotto la soglia dei 12mila. E in 31 giorni, fino a domenica 14 febbraio, ha superato gli 11mila test quotidiani solo in quattro casi (20, 21, 26 e 27 gennaio).

È evidente che qualcosa non torna. Soprattutto perché in queste cifre ci sarebbero anche i tamponi antigenici, che avrebbero dovuto far schizzare i numeri. E mentre la percentuale tra nuovi contagi e tamponi processati è crollata più o meno dappertutto, in Puglia è di fatto molto simile a quella dei giorni precedenti. Praticamente il doppio di quella nazionale che gravita intorno al 5%. La Puglia da metà gennaio in poi ha infatti registrato una media settimanale del 10,34%; 10,79%; 9,85%; 10,05%.

E non parliamo, poi, dei lunedì, giorno in cui tradizionalmente in tutto il Paese cala il numero dei test per effetto del week end. Prendiamo ad esempio lunedì 8 febbraio: il Veneto ne ha processati 14.669; l’Emilia Romagna 10.990; la Toscana 7.909; il Piemonte 10.008. E la Puglia? 3.583. Per intenderci, 24 tamponi in meno della Liguria, che però ha solo un milione e mezzo di abitanti.

Di sicuro, non è chiaro se processare pochi tamponi sia una strategia oppure la conseguenza di un qualcosa che non si spiega. E né crediamo, visti i numeri e la potenza della seconda ondata, che sia ancora valido quanto sostenuto ad aprile scorso dall’allora coordinatore della Task force epidemiologica, Lopalco, che in una nota definì “inutile e dannosa” la scelta di fare molti tamponi.

Preoccupano i totali dei test processati in Puglia in questo inizio di 2021. Soprattutto perché circolano le varianti del virus che vanno individuate e bloccate per tempo. E lo si può fare solo con i tamponi. Eppure, i numeri bocciano ancora una volta le nostre strategie. Dal giorno di Capodanno a domenica 14 febbraio il Veneto aveva processato 1.272.857 test; l’Emilia Romagna 864.824; il Piemonte 627.238; la Toscana 624.478. La Puglia, invece, solo 391.090. Un abisso indietro. Per capirci, il Friuli Venezia Giulia, che però ha 1,2 milioni di abitanti e non 4 milioni come noi, nel 2021 fino a domenica scorsa ne aveva processati 313.555.

Insomma, siamo in presenza di un “vuoto”. A meno che non si sia di fronte ad un nuovo caso di “incomprensione tra uffici”…


Vaccini ultraottantenni: altro pasticcio

Il percorso di contenimento alla pandemia da Covid-19 in Puglia è lastricato di bucce di banana. Si ha quasi la sensazione che chi decide vive fuori dal mondo assumendo decisioni che spesso sono in antitesi con la realtà. Quello che è accaduto il primo giorno di prenotazione del vaccino per gli ultraottantenni lascia interdetti. Intanto perché non sono stati coinvolti i medici di famiglia, che per gli anziani sono l’autentico punto di riferimento. Poi la scelta di prenotare sul web che per un ultraottantenne non è proprio una passeggiata, anche in virtù del fatto che possono non aver un computer in casa e magari, in qualche caso, non avere parenti in grado di operare.

L’alternativa era la prenotazione in farmacia, dove in effetti la maggior parte della gente si è riversata (anche perché il sito è andato subito in tilt) facendo code lunghissime e la sola cosa che bisognava evitare: l’assembramento.

È inutile dire che non serviva poi tanto per fare meglio. Sarebbe bastato copiare quello che da anni accade nelle Poste per le pensioni, utilizzare la lettera iniziale del cognome e dividere le giornate: A-C il primo giorno; D-F il secondo e così via…

Era così difficile? Sì, per chi evidente non è stato in grado di pensarci.


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