Sventura milanese per cronista barese

La narrazione dei flussi di giovani lavoratori che si spostano da Sud a Nord va arricchita con esperienze. Il presupposto è che Bari, secondo i numeri de Il Sole 24 ore ha chiuso 72esima per qualità di vita. Prima ci sono comuni molto più piccoli, e dunque molto più gestibili. Fa però specie ampliare il ragionamento. Tra questi comuni, nei primi trenta, il centro abitato più a sud è Ancona. Nel mentre, intelligenze baresi studiano il progetto per collegare Roma e Milano in trenta minuti. Forse gli amministratori varrebbe la pena che qualche domanda se la facessero. Lo stesso studio del Sole spiega poi una cosa importante. Permette di individuare il divario che esiste nel paese sul fronte dell’evoluzione digitale. E spostandosi al Mezzogiorno, infatti, che emergono alcuni divari, ad esempio nella diffusione nei negozi di Pos per i pagamenti con carta: se a Rimini e Milano ce ne sono circa 10 attivi ogni 100 abitanti, a Barletta Andria Trani invece appena due. E nella penetrazione di internet veloce Sud Sardegna risulta la provincia meno “connessa”. Fa ben sperare, infine, il dato sui fondi europei per l’Agenda digitale spesi sul territorio: Bari e Potenza fanno da capofila con oltre 60 euro pro capite.

Nel consueto racconto di questi viaggi della speranza, partiamo dal contesto disagiato per proiettare il migrante in una grande città dove trovare la via del successo. È Italia, ed anche i meridionali che vanno al nord sono migranti. Non si dimentichi questo. Fuori dunque dagli stereotipi, abbiamo raccolto la storia di un giovane cronista partito alla volta di Milano. Quella che fino a prima del Covid era la capitale d’Europa. “Sono partito per ampliare le mie competenze professionali- spiega il giornalista. In città ho messo le basi del mio lavoro. Provo a spostarmi per cercare qualcosa di diverso”. Un racconto che non ha nulla di nuovo, sono tantissimi i giovani che partono alla volta del nord. Non tutti, anzi pochi, poi così convinti di rimanerci a vita.

Certo rimangono un fatto i numeri di Istat a fine 2019. Non i più aggiornati, ma anche i più attendibili poiché quelli del 2020 sono sfalsati dal Covid. La pandemia ha naturalmente avuto un’incidenza devastante sugli spostamenti, e dunque anche su quelli di chi prevedeva di emigrare stabilmente a caccia di posizioni di fortuna. Negli ultimi dieci anni sono stati circa 1 milione 140mila i movimenti in uscita dal Sud e dalle Isole verso il Centro-nord e circa 619mila quelli sulla rotta inversa. Il bilancio tra uscite ed entrate si è tradotto in una perdita netta di 521mila residenti che, in termini di popolazione, equivale alla perdita di un’intera regione come la Basilicata.

Nel 2019, la significativa variazione in aumento dei movimenti tra regioni diverse (379mila, +14%) si riflette anche nel consistente incremento di spostamenti che hanno come origine il Mezzogiorno e come destinazione il Centro-nord: un trasferimento interregionale su tre riguarda questa direttrice. La regione del Mezzogiorno da cui partono più emigrati è la Campania (29%), seguita da Sicilia (25%) e Puglia (18%). In termini relativi, rispetto alla popolazione residente, il tasso di emigratorietà più elevato si ha invece in Calabria: oltre nove residenti per mille lasciano la regione per trasferirsi al Centro-nord.

A dire il vero la vittima che ci racconta questa storia non ci ha voluto dire quali siano i suoi veri programmi, forse neanche lo sa. La sua vicenda però ci apre ad un altro impietoso rapporto, quello sui tassi di criminalità. Abbiamo accettato che il dibattito pubblico ci imponesse un dogma: quello della sicurezza. Siamo abituati, un po’ anche a ragion veduta, a considerare le nostre città pericolose. Ed ecco allora che torna la storia del collega. Il 13 di gennaio, il cronista di cui per privacy non diffonderemo il nome, parte in auto: destinazione, il capoluogo lombardo. Un viaggio lungo, l’auto non è di quelle propriamente da trasferta. Si tratta di una Smart, bianca ed un po’ attempata. Ma la strada scivola tranquilla, lui con l’auto piena come un uovo non si deconcentra un secondo, racconta il ragazzo.

È facile immaginare che il “novellino” al primo giro fuori di casa presti attenzione anche al più insignificante dettaglio, dalla velocità su strada alla corretta seduta al volante. Dalle temperature degli pneumatici, alla perfetta angolatura dello specchietto retrovisore lato passeggero. Lo stesso che non vedi perché l’auto è piena e qualcosa te lo impalla.

Sono otto ore Bari-Milano in auto, farle senza scendere da una Smart è faticoso. Ma d’altro canto, auto piena è sinonimo di sacrificio. Quante volte ognuno di noi si è rifiutato di lasciare l’auto con le valigie dentro per evitare spiacevoli inconvenienti? Così ha fatto anche il nostro ospite. Non un passo di fianco all’auto. Pacchetto con viveri preparato da casa ed obiettivo Milano, per tutto quello che fosse di altra entità si sarebbe trattato di appuntamento rimandato. Dopo la consueta pausa carburante a Bologna, ecco l’arrivo nella smart city.

In auto apparecchi tecnologici per costruire uno studio radio domestico, oltre ai consueti computer e tablet. Un ferramenta li definirebbe i ferri del mestiere, e per un giornalista non c’è alcuna differenza.

Due abiti di buona marca, per i grandi eventi. Sebbene di eventi, all’orizzonte non se ne vedano. Alcuni libri, per lo più saggi di editorialisti. Una macchina fotografica, di medio buona qualità. Un regalo, per provare a confezionare servizi più efficienti. Il kit del perfetto esploratore insomma, quello che arriva pieno di sogni nella grande città. Quello che forse sarebbe stato opportuno riferire al nostro giovane esploratore, sono le controindicazioni delle metropoli. “All’arrivo, passione e giubilo. Come festeggiare se non con un caffè, in attesa dell’agente immobiliare. Al Nord, lontano dalle beghe terrone delle nostre parti – racconta. Ma al mio ritorno, ho dovuto cambiare idea su Milano”.

Ormai un mese dopo per fortuna quell’esploratore vi scrive da un nuovo computer. L’auto gliel’hanno lasciata, l’unica cosa. Il contenuto, al mercato di piazzale Cuoco. Tra gli oggetti in vendita dai ricettatori. Un computer nuovo, a poche centinaia di euro sul mercato. Stesso infame destino per tablet e macchina fotografica. I vestiti speriamo siano finiti a chi ne aveva bisogno. Ma quello che certamente ha imparato, il giovane cronista, è la dura fuga dai luoghi comuni. Oggi Milano risulta per la “microcriminalità” una specie di Babele. È stata tre volte la città con più furti in Italia negli ultimi quattro anni, gradino più alto del podio lasciato solo a Rimini nel 2018.

Per intenderci, la refurtiva sarebbe potuta essere recuperate con poche centinaia d’euro. Si, al mercato dei ricettatori però. E il duro processo di miglioramento che ognuno di noi dovrebbe impegnarsi a compiere, non può non passare dall’avversare oltre ogni ragionevole dubbio qualsiasi pratica incrementi la criminalità. Un impegno che vale per tutti i giovani che partono con il kit dell’esploratore.


Il prestito d'onore ha regole delle banche

Che onore potrebbe essere un prestito d’onore. Nella tragicomica, ma più tragica che comica, vicenda accaduta è stato possibile anche fare un secondo genere di valutazione: perché lo stato non investe sui nostri giovani fornendo loro il materiale? È certo un annoso problema, a cui nessuno vorrebbe dare una risposta su due piedi. Ma come ben diceva poche sere fa Marcello Sorgi, edito-rialista de La Stampa ospite di Bruno Vespa a Porta a Porta, in Italia ci sentiamo costretti ad inventare tutto. Il modello del prestito d’onore è fortemente caratterizzante del mondo anglosassone. Un modello che è stato simbolo di integrazione negli anni. Forse anche eccessiva, si pensi a cosa è oggi Londra. È li che trova origine la Brexit. A differenza di quello che costa il sistema sanitario nazionale, dunque sanità garantita a tutti svincolata da costi, i sistemi del prestito d’onore permettono alle personalità di formarsi e stimolano lo Stato ad essere anche la prima struttura ricettiva. Una sorta di circuito in cui la domanda nel sistema pubblico-privato e l’offerta viaggiano a velocità quasi simili. È ingeneroso dire che in Italia questa formula non esista, ma è innanzitutto vincolata alle regole delle banche. E soprattutto, è condizionata ad acquisti strettamente legati al percorso di studio. Dunque, per essere chiari: il computer sì, ma lo zaino no. La macchina fotografica sì, ma l’abbonamento dei mezzi no. E via dicendo. Immaginare riforme di questo tipo garantirebbe un forte investimento nel mondo della formazione pubblica con l’arrivo di nuovi utenti, e porrebbe l’Italia a tappo di quel buco nero di formazione estera che ha garantito l’Inghilterra in questi anni e a cui ambisce la Francia.


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