Su Netflix si parla "pugliese"

Il rinnovamento del cinema italiano passa (anche) dalle piattaforme digitali, potentissimi strumenti di distribuzione forse più versatili rispetto al grande schermo nel veicolare contenuti audiovisivi differenti. È questo il caso di due nuove produzioni Netflix con l’impronta pugliese nel loro DNA, due lungometraggi distanti fra di loro, ma entrambi con l’esplicito obiettivo di raccontare delle grandi storie evitando l’emulazione del passato. Il primo è “Il Divin Codino”, il biopic sul mito calcistico di Roberto Baggio, diretto dalla barese Letizia Lamartire e costruito su un equilibrato incrocio fra la vita privata a quella sportiva del calciatore veneto. Il secondo è “A Classic Horror Story”, una pellicola che parte dal cinema di Sam Raimi e Wes Craven per ripensare il cinema di genere made in Italy. Alla regia due autori decisamente interessanti, Roberto De Feo (già noto per l’ottimo “The Nest”) e Paolo Strippoli, originario di Corato ma con studi romani all’Università La Sapienza e nel Centro Sperimentale di Cinematografia.

Il film, ambientato in Calabria ma girato in un’affascinante Foresta Umbra, ha da poco vinto il premio per la miglior regia alla 67esima edizione del Taormina Film Festival e noi abbiamo raggiunto Paolo Strippoli al telefono in Belgio, mentre è al lavoro sulla postproduzione di un nuovo lungometraggio.

“Si tratta di un dramma familiare che scivola lentamente nell’horror - ci spiega - un film che parla del lutto e dei suoi effetti per una coproduzione fra Italia e Belgio, e la presenza di Fabrizio Rongione, attore feticcio dei fratelli Dardenne, Francesco Gheghi (“Mio fratello rincorre i dinosauri”) e Cristiana Dell'Anna (“Gomorra”)”.

“A Classic Horror Story” è un’opera che cerca di passare dal vecchio al nuovo horror italiano, è corretto?

Il nostro è un film che mi piace definire ultraderivativo, un oppositore del cinema derivativo proprio perché cerca di superarlo. Quel che volevamo fare era portare questo concetto agli estremi, prendere in giro le tendenze del cinema italiano che cerca di imitare i modelli americani, senza però creare una vera identità propria. Il nostro film è un insieme di cliché quasi filologici e il pubblico più attento si accorgerà che alcune inquadrature sono tratte proprio da film come “Non aprite quella porta”, “La casa”, etc. Si tratta di un film che gioca coi suoi riferimenti e con lo spettatore, superando l’inganno – e forse il classico cinema in Italia – nel finale.

Come ti sei trovato a lavare con Roberto De Feo?

Inizialmente c’era una prima stesura molto diversa. A Netflix interessava, ma era necessario apportare forti cambiamenti. Roberto era al lavoro con “The Nest” ed avevamo già da tempo l’idea di lavorare assieme, perché abbiamo un background comune sull’horror. Lui ha quindi indicato me, perché non poteva occuparsene personalmente. Ho lavorato a lungo alla sceneggiatura ed abbiamo ottenuto il green light di Netflix. Poi le vicissitudini produttive hanno rimandato di un anno il progetto e nel frattempo Roberto era tornato libero, così lo abbiamo girato insieme.

Il film è ambientato in Calabria ma in buona parte girato in Puglia, come mai? Avete collaborato con Apulia Film Commission?

Il supporto di Apulia Film Commission resta eccezionale anche quando non è direttamente finanziatrice dei progetti, abbiamo avuto una mano davvero importante. Il film è ambientato in Puglia per ragioni innanzitutto produttive, perché eravamo in piena emergenza Covid e dovevamo venire incontro a particolari esigenze. La ricerca fotografica è stata abbastanza lunga e la bellezza della Foresta Umbra ha aiutato, perché anche i tratti boschivi erano abbastanza uguali, con scroci meravigliosi che richiamavano alla mente la Calabria.

“A Classic Horror Story“ è in effetti una rivisitazione del folklore nostrano, che strizza l’occhio agli Stati Uniti…

Il nostro folk horror si svela verso la fine, con la leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso. L’abbiamo però trasfigurata e romanzata per rendere i tre cavalieri simili a Jason Voorhees, Freddy Krueger e Michael Myers, i classici del film dell’orrore.

Un po’ vi spiace che il vostro film giri sul piccolo invece che sul grande schermo?

Amiamo il grande schermo, pensiamo che la sala sia il posto più magico per vedere un film. Allo stesso tempo sono un grande consumatore di Netflix e noi dobbiamo tantissimo a questa piattaforma. Non possiamo che essere enormemente grati per l’opportunità che ci è stata data.

Hai paura che all’estero il film possa ricevere meno attenzione?

In effetti si tratta di un film che parla dell’Italia e muove una critica a un certo cinema nazionale e questa cosa arriva meno in altri paesi. La pellicola, però, si concentra sulla pornografia del dolore, su come siamo assuefatti alle immagini reali di morte, su come ne siamo attratti. Si tratta di un’epidemia che, da 30 anni a questa parte, ha un consumo massimo su internet, un’epidemia che ha contagiato il mondo intero con immagini di morte, un’epidemia disumanizzante.

L’Italia ha estrema necessità di ritrovare il carattere dell’innovazione nel cinema, qual è la situazione attuale?

C’è bisogno di superare un pregiudizio sul cinema di genere in Italia. Per 30 anni se ne è fatto molto poco, ma ora sta rinascendo e c’è bisogno di una disponibilità maggiore del pubblico ad accettare la lingua, il modo di recitare ed anche i luoghi. Siamo assuefatti al cinema americano, però anche grazie alla crescita degli investimenti si sta alzando l’asticella della qualità.


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