Studio e lavoro: scegliere bene per garantirsi il futuro

Chi si laurea al Nord, a parità di altre condizioni, ha oltre il 50 per cento di probabilità in più di trovare lavoro nel giro di un anno rispetto a chi studia al Sud. Il dato, riferito ai laureati di primo livello del 2019, compare nell’ultimo rapporto di Almalaurea, giunto alla XXIII edizione, sul profilo e la condizione occupazionale dei laureati.

L’indagine, che ha coinvolto oltre 290mila laureati, conferma le differenze territoriali e quelle di genere. Gli uomini non solo hanno il 17,8% di probabilità in più di trovare lavoro, ma guadagnano, a un anno dalla laurea, 89 euro al mese in più rispetto alle donne. Sul fronte territoriale chi lavora al Sud percepisce, in media, 109 euro mensili netti in meno rispetto a chi è occupato al Nord e 53 in meno di chi lavora al Centro. Chi ha scelto l’estero poi arriva a guadagnare quasi 450 euro mensili in più rispetto a chi lavora al Sud.

Certo, la possibilità di trovare lavoro è condizionata dalla tipologia degli studi, l’appartenenza a determinati gruppi disciplinari ha un grande effetto sulle chance occupazionali dei neolaureati: i più favoriti sono quelli del gruppo informatica e tecnologie dell'informazione e della comunicazione (Ict), così come quelli di ingegneria industriale e dell'informazione. A questi si aggiungono i laureati in ambito medico-sanitario e farmaceutico, educazione e formazione, architettura e ingegneria civile e, in genere, quelli delle discipline scientifiche. Meno favoriti, secondo i dati Almalaurea, i laureati dei gruppi psicologico, arte e design, ma anche giuridico.

Nella valutazione, quindi, bisogna tener conto anche di cosa effettivamente studiano le persone. Se un ateneo fornisce soprattutto corsi di laurea che dal punto di vista lavorativo portano a risultati scadenti è naturale che i risultati complessivi ne risentano. In generale, però, retribuzioni migliori e maggiore frequenza di impiego sono più comuni per i neo-laureati degli atenei del Nord, mentre via via che si procede verso il Meridione i risultati peggiorano.

Gli atenei pugliesi non fanno eccezione. Per quanto riguarda i laureati di secondo livello il tasso di occupazione a 1 anno dal titolo è di ben 11 punti sotto la media nazionale (57,1% rispetto al 68,1%), mentre a 5 anni dalla laurea la differenza si riduce a poco più di 4 punti (83,5% in Puglia, l’87,7% in totale). Questo dato, peraltro, non riguarda posti di lavoro nella nostra regione, bensì la percentuale di laureati negli atenei pugliesi che trova lavoro, qualunque sia la sede.

Il dato è ancora più fastidioso se consideriamo la retribuzione media che, per i neolaureati, è di 1.226 euro contro i 1.364 della media nazionale (oltre il 10% in meno) e, a 5 anni dalla laurea è di 1.440 euro rispetto ai 1.556.

Ma cosa succede approfondendo i dati e valutando, ad esempio, proprio quei gruppi disciplinari con le maggiori probabilità di successo come l’informatica e le Ict? Scopriamo che, mentre sul totale dei laureati magistrali dell’ateneo barese, il più antico di Puglia, gli occupati a 5 anni dalla laurea sono il 72,9% (molto al di sotto della stessa media pugliese), se consideriamo i soli laureati in Informatica e Ict (pur se su numeri molto inferiori) gli occupati sono il 96,2%.

L’aspetto forse più interessante è però non tanto quello dei circa 13 punti percentuali in più rispetto al dato complessivo degli atenei pugliesi, quanto il fatto che l’ateneo barese si colloca al di sopra della media nazionale dei laureati in informatica, che si ferma al 94,9%, colmando anche il gap retributivo (1.835 euro rispetto a 1.833 del totale).

Discorso a parte merita poi il Politecnico di Bari che, in poco più di trent’anni di vita, ha costruito una solida reputazione, anche internazionale, scalando classifiche prestigiose, come il Quacquarelli-Symonds World University Rankings, nel quale, posizionandosi nella fascia tra il 700° e il 750° posto ha scavalcato anche l’ateneo barese, unica altra università pugliese presente in classifica. Valutazione confermata anche dal 99° posto (su 475) ottenuto nel Times higher education Young University Rankings 2021, che prende in considerazione università con meno di 50 anni di storia.

Ma, aldilà delle classifiche, sono i dati sulla condizione occupazionale dei suoi laureati che parlano chiaro: Il Politecnico di Bari non ha nulla da invidiare a quello, ben più blasonato, di Torino. Se consideriamo, infatti, la laurea magistrale biennale (per il Politecnico di Torino non sono disponibili dati su lauree a ciclo unico - ndr) sia a tre (91% verso l’86,7%), sia a cinque anni (93,9% rispetto al 93,7%) dal suo ottenimento gli studenti del politecnico barese hanno trovato occupazione più dei colleghi laureati a Torino.

Dati che dovrebbero far riflettere, da un lato i tanti ragazzi meridionali e pugliesi che emigrano già per questioni di studio (nel 2019 quasi il 60% degli iscritti ai corsi di ingegneria del Politecnico di Torino, oltre che dalla vicina Liguria, provenivano da Sicilia, Puglia, Lazio, Campania e Calabria). Dall’altra i vertici delle università che, probabilmente, hanno ampi margini di miglioramento sia nella realizzazione di un’offerta formativa integrata a un’attenta attività di “placement”, sia nelle strategie di comunicazione dei propri risultati e nella capacità di attirare gli studenti.


Lavorare al Nord, lavorare al Sud

Tra le caratteristiche dei laureati in Italia prese in considerazione dall’indagine di Almalaurea è stata valutata anche la disponibilità a lavorare in determinate aree geografiche, anche diverse da quelle della propria residenza.

In un mondo ormai globalizzato e vista la giovane età degli intervistati, a cavallo tra gli ultimi millennial e i primi “nativi digitali”, ci si poteva aspettare una minore attenzione al luogo fisico di lavoro. In realtà dalle risposte scopriamo che poco più della metà (53,8%) è disponibile a lavorare nel nord Italia e poco meno (il 44,7%) in un qualsiasi stato europeo e, mentre circa un terzo (30,4%) è disposto a trasferirsi fuori dai confini europei, solo 1 su 4 (26,7%) lavorerebbe al Sud.

Questa avversione accomuna tutti gli studenti delle università a nord di Roma che (con l’eccezione dell’università per stranieri di Perugia) vedono la quota di laureati disposti a lavorare al Sud al di sotto del 25%.

Il dato diventa però eclatante per 4 atenei in cui la disponibilità per un’eventuale occupazione nel Meridione è da 4 a 7 volte inferiore a quella di un lavoro in uno stato europeo, scendendo al di sotto del 10% in una classifica che vede svettare Bolzano con il 6,3% seguito da Brescia e Bergamo (rispettivamente 7,5% e 8,6%) e chiusa da Verona con il 9,1%.


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