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"Strategia BPB"? Via la statua del fondatore

Era il 9 aprile 2003 quando un gruppo di iracheni, aiutati dai soldati americani, legarono una corda alla statua di Saddam Hussein, alta 12 metri e posizionata in piazza Firdos, uno slargo secondario della capitale Baghdad. L’obiettivo era di tirarla giù per simboleggiare la caduta del regime, dopo 24 anni di potere. Ci riuscirono con l’aiuto di un carrarmato M-88. Quella immagine dell’enorme statua a faccia in giù fece il giro del mondo, garantendo il successo all’azione di propaganda americana. La guerra in Iraq, le motivazioni dell’invasione, con tutto quello che ne è seguito, sono ancora oggetto di discussione e non è certo questa rubrica il luogo in cui parlarne.

Serviva richiamare l’attenzione sull’episodio perché, che ci crediate o no, anche Bari ha la sua statua abbattuta. O meglio, rimossa.

Il busto di Luigi Jacobini, fondatore della Banca Popolare di Bari nel 1960, che faceva bella mostra di sé nel salone dove si affacciano gli sportelli e i box delle consulenze nella sede storica di corso Cavour, non c’è più. È rimasta soltanto la base, con la targa coperta. Dove sia finito non si sa, forse in qualche buio scantinato.

Evidentemente il nuovo management della Banca ritiene che anche questo sia un modo per visualizzare il cambio di rotta rispetto all’andamento degli ultimi anni, in cui la famiglia Jacobini ha portato la banca allo sfacelo. Ma che colpe possono essere ascritte a chi ha promosso la nascita della Popolare e gestito nei primi anni, venuto a mancare nel 1978? Siamo al revisionismo bancario? Davvero l’a.d. Carrus e il resto del management crede che la scelta di togliere il busto del fondatore della banca serva a cambiare l’immagine della stessa, soprattutto nei confronti dei clienti che utilizzano la sede di via Cavour?

Forse sarebbe meglio lavorare seriamente al rilancio dell’azienda di credito, perché i discreti risultati registrati un paio di mesi fa con l’approvazione della semestrale, sono legati soprattutto alla riduzione del costo del personale, più che dimezzato (-53,1%) e non certo a una ripresa impetuosa dell’operatività. Visto che e il primo semestre del 2022 si è chiuso comunque con una perdita netta di 14,85 milioni di euro.

Insomma, l’impressione è che si continui a fare poco, soprattutto chiacchiere e imbellettamenti.

Inoltre, il clima all’interno della banca non è dei migliori. Si va dalle nomine bocciate da MedioCredito Centrale per mancanza di requisiti da parte dei “nominati”, poi risistemati con diciture di qualifiche diverse, alle proteste dei sindacati per le “condizioni di lavoro pesanti e insostenibili”, determinate nell’area Credito Retail, secondo le segreterie sindacali, dalle “notevoli pressioni messe in atto dal nuovo responsabile della struttura”, denunciate una ventina di giorni fa in un comunicato unitario.

“Monitoraggi continui di ora in ora – racconta la nota dei sindacati – che avvengono con procedure informatiche non uniformi a livello aziendale. Costanti, asfissianti e inutilmente ripetitive richieste di riscontro degli obiettivi assegnati, compulsazioni sul ridurre al minimo i tempi di lavorazione delle pratiche che originano inutili e controproducenti stati di ansia, che non consentono una corretta, completa ed esaustiva analisi e valutazione creditizia. La politica sul credito, che prevede un obbiettivo commerciale di un miliardo di euro di erogazioni sui mutui privati, non può essere esente dalle più elementari regole di analisi propedeutiche alla delibera degli affidamenti. Ricordiamo che una politica creditizia non corretta è quella che ha determinato la cosiddetta «mala gestio del credito», madre di tutti i fallimenti del sistema bancario”.

I sindacati, infine, chiedono che la banca (cioè chi la gestisce) “faccia chiarezza assoluta su qual è il progetto finale di tutto quello che sta accadendo sulla politica del credito”.

Eh, fosse facile! Molto più facile rimuovere il busto del fondatore per dire che è cambiato tutto.

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