Spesa e servizi: Bari in zona retrocessione

Milano, Firenze e Verona presentano una spesa storica inferiore a quella standard e un livello di servizi più alto della media. Torino, Roma e Bologna, offrono un livello di servizi superiore alla media, ma spendono più risorse rispetto a quelle stimate. Bari è l’unica città tra le 10 più popolose ad avere una spesa storica inferiore alla spesa standard e anche carenza di servizi. Un record? Macchè. Anche Napoli spende per la funzione amministrazione più di quanto stimato in base alle sue caratteristiche, ma offre meno servizi rispetto agli altri comuni nella sua fascia di popolazione. Bari quindi presenta una condizione anomala, sintomo di una carenza di risorse in entrata e una condizione di carenza di risorse in entrata significa quasi sempre anche una carenza di servizi in uscita. “No money no party”, insomma.

Per capire meglio la situazione però bisogna addentrarsi nei dati messi a disposizione dalla Fondazione Open Polis in collaborazione con Sose società partecipata dal Ministero dell’economia e delle finanze e dalla Banca d’Italia.

Partiamo dai compiti dei Comuni. Questi devono erogare alcuni fondamentali servizi e cioè: funzioni amministrative, viabilità, trasporto pubblico locale, gestione dei rifiuti, servizi sociali, asili nido, polizia locale, istruzione pubblica. Ognuna di queste funzioni ha un costo, il costo totale per fornire i servizi si chiama fabbisogno standard totale.

Una volta tracciati i fabbisogni standard, i comuni devono farsi due conti in tasca e capire di quante risorse hanno bisogno. La determinazione dell’indicatore è affidata a Sose. Allo stato attuale, i fabbisogni vengono calcolati solo per i comuni delle regioni a statuto ordinario (purtroppo, ci sarebbe da dire). Non solo, per cercare di capirci qualcosa bisogna fare un passo storico indietro a qualche anno fa e cioè a quello che avveniva prima del federalismo fiscale. Fino ai primi anni 2000, i trasferimenti che gli enti territoriali ricevevano dallo Stato venivano distribuiti sulla base di alcuni decreti. Questi, oltre a limitare l’indebitamento degli enti e a vietare nuove assunzioni, hanno introdotto il principio della “spesa storica” e della sostituzione delle entrate proprie degli enti, criterio secondo il quale le risorse destinate a regioni, province e comuni venivano stimate in misura pari alla spesa sostenuta dall’ente in quell’epoca. Questi trasferimenti sono stati aumentati o diminuiti con percentuali fisse per tutti gli enti, sulla base degli andamenti economici verificati nel corso degli anni trascorsi.

Cosa accadeva però? Quel meccanismo premiava gli enti che spendevano di più per non penalizzare chi aveva molte entrate proprie (tasse) e un sistema di servizi già sviluppato.

Comuni con più spesa però potevano essere sia quelli che chiedevano ai propri cittadini un maggior sforzo fiscale (i tartassatori) ma anche quelli già più ricchi. Nota dolente infine è che quel meccanismo poteva avvantaggiare anche quegli enti che spendevano molto non garantendo servizi adeguati.

A partire dal 2001, con il federalismo fiscale è stato introdotto quindi il cosiddetto “fondo perequativo" distribuito in modo equo a quei comuni con minori capacità di autofinanziamento in modo da garantire ai cittadini di quel luogo gli stessi servizi essenziali (i famosi LEP e cioè livelli essenziali delle prestazioni) degli altri altri comuni. Si tratta di quei servizi fondamentali connessi ai diritti civili e sociali garantiti dall’articolo 117 della Costituzione, sull’intero territorio nazionale. Come fare quindi per garantire i Lep superando il criterio della spesa storica? Inserendo un nuovo indicatore: i fabbisogni standard, definiti dalla legge 42 del 2009.

Confrontare la spesa storica con quella standard, che riflette appunto i fabbisogni, può essere utile per capire come si posiziona un ente locale rispetto a quelli simili per caratteristiche demografiche e territoriali. E qui per Bari casca l’asino essendo l’unica città tra le 10 più popolose ad avere una spesa storica inferiore alla spesa standard.

Ma in soldoni questo cosa significa? Se la spesa storica è superiore alla spesa standard significa che la spesa sostenuta da un ente locale è maggiore di quanto stimato in base alle caratteristiche territoriali e socio-demografici della popolazione.

Se la spesa storica è inferiore alla spesa standard può essere per varie ragioni. Se l’ente spende meno infatti, potrebbe significare una maggiore efficienza, o una mancanza delle risorse necessarie per incrementare la propria spesa e quindi garantire un livello di servizi adeguato.

Ovviamente comprendere in quale dei due casi si posiziona Bari è piuttosto difficile ma non impossibile. Confrontando Bari con altre città simili per numero di abitanti, quella penultima posizione in classifica indicherebbe (secondo i dati in possesso di Openpolis) che il capoluogo pugliese, avendo una spesa storica inferiore alla spesa standard, eroga servizi in misura minore rispetto ai servizi mediamente offerti dai comuni della stessa fascia di popolazione. Infatti se continuiamo a “spulciare” all’interno della classifica scopriamo che Bari è l’unico tra i 10 comuni più popolosi ad avere sia una spesa storica inferiore alla spesa standard (si parla di ben oltre 5 milioni di euro), che un livello di servizi più basso della media. Posizione simile a quella di Genova, con la differenza che in questo caso i servizi offerti sono in linea con la media.

Ci batte solo Napoli. Il capoluogo campano si distingue per la funzione amministrativa, infatti spende più di quanto stimato in base alle sue caratteristiche, ma nonostante ciò offre meno servizi rispetto agli altri comuni che si trovano nella sua fascia di popolazione.

Per quanto riguarda il resto delle province pugliesi siamo messi meglio. Taranto ha una spesa storica di 26.239.682,43 euro, mentre una spesa standard di 24.495.739,99 euro, con un saldo positivo di 1.743.942,45 euro. Anche Foggia batte Bari in questo calcolo visto che ha una spesa storica di 23.108.495,94 euro contro una spesa standard di 19.092.736,98 euro (saldo ancora una volta positivo).

Poi scatta la divisione tra virtuosi e non. Lecce si avvicina di molto a Bari visto che ha un saldo negativo che sfiora quasi i due milioni di euro. Brindisi meno avendo una spesa storica di 10.810.218,96 euro e una standard di 11.172.238,64 euro (il saldo è negativo ed è di circa 360mila euro in meno). La Bat purtroppo non rientra nella classifica perchè nuova provincia.

Certo è che tra saldi positivi e negativi non ci sono solo i numeri, ci sono le persone. Ci sono cittadini che pagano le tasse e in cambio si ritrovano i cassonetti stracolmi di rifiuti, le strade sporche o al meglio rattoppate male, i tempi biblici per una carta d’identità o gli asili nido chiusi per ristrutturazione. Questo non crea solo disagio ma anche sfiducia nelle istituzioni, malcontento, odio. Ci meritiamo tutto questo?


Male anche Altamura, Fasano e Trani

Per sentirci meno soli è possibile scorrere la classifica pugliese dei comuni che si allineano alla performance negativa di Bari. Sempre Openpolis su dati Sose analizza la spesa storica e la spesa standard. La prima è l’ammontare effettivamente speso dal comune in un anno per l’offerta dei servizi ai cittadini al netto della contribuzione degli utenti e degli interessi passivi, la seconda misura il fabbisogno finanziario di un ente in base alle caratteristiche territoriali, agli aspetti socio-demografici della popolazione residente e ai servizi offerti. Quindi basta controllare cosa accade in quei comuni che hanno un saldo negativo per capire che i servizi offerti sono minori di quelli richiesti dalla popolazione.

Dopo Bari che abbiamo detto ha un saldo negativo di oltre 5milioni di euro troviamo nell’ordine Altamura con un saldo negativo di poco più di 3milioni di euro, Fasano con meno 2milioni e 600mila euro, Trani con con un saldo negativo molto simile (-2.404.645,77) così come Monopoli (-2.404.619,82) e Bitonto (2.336.945,45). Di poco si discostano poi Vieste con un - 2.124.428,12 euro e Lecce che sfiora quasi i due milioni di euro. Ma ci sono invece comuni con un saldo positivo? Certo, anche se è bene sottolineare che si tratta di comuni più piccoli. Sono nell’ordine: Zollino (Le), Patù (Le), Monteparano (Le), Roccaforzata (Ta), Rignano Garganico e Lesina del Foggiano.


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