Siamo circondati. Dai cinghiali

Causano incidenti e ferimenti, distruggono i raccolti e diffondono la malattia: la sintesi, giornalisticamente perfetta, è di una nota Coldiretti dello scorso 16 maggio. Inquadra in maniera chiara ed inequivocabile un’emergenza che se non fosse per i postumi della pandemia e le indirette conseguenze dell’invasione russa in Ucraina, occuperebbe intere paginate di giornale.

Invece se ne parla, ma meno di quanto meriterebbe. E se ne parla soprattutto perché lo scenario principale di questa vicenda spesso è addirittura Roma, la capitale d’Italia. Ma è in realtà un problema nazionale ed anche in Puglia non siamo affatto messi bene, come le cronache purtroppo suggeriscono. Parliamo della presenza sempre più assillante e pericolosa dei cinghiali, sulle strade, negli insediamenti agricoli ma anche nelle città.

Secondo l’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) si è passati dai 500 mila esemplari del 2010 a un milione nel 2020. La stima è complessa, ma emerge con chiarezza una tendenza all’aumento. Tanto che per le associazioni del mondo agricolo ci sarebbe stato un ulteriore, esponenziale incremento durante il lockdown che di fatto per mesi ha spopolato le città. Attualmente i cinghiali in Italia sarebbero tra i due e tre milioni di capi con una crescita stimata fino a 5-6 milioni nei prossimi cinque anni. Secondo gli esperti, in Puglia i cinghiali sono 250mila e in rapida crescita. Insomma, se non si fa qualcosa, si potrà solo peggiorare. A Bari va ricordata in particolare la situazione al quartiere San Paolo, dove i cittadini in alcuni casi sono stati costretti ad istituire vere e proprie “ronde” per difendersi quando si torna a casa dopo l’ora di cena. Del resto, i cinghiali raggiungono i 180 centimetri di lunghezza, possono sfiorare i due quintali di peso e hanno zanne che in alcuni casi arrivano fino a 30 centimetri risultando assimilate a vere e proprie armi dalle conseguenze mortali per uomini e animali oltre a diventare strumenti di devastazione su campi coltivati e raccolti.

Le conseguenze sono “leggibili” con numeri raccolti ed elaborati dall’Università di Bari, Dipartimento Biologia, per il “Piano di monitoraggio e gestione del cinghiale in Regione Puglia”. Eccoli: sono 396 i casi di danni alle colture agricole direttamente causati dai cinghiali, in Puglia, dal 2009, con un totale indennizzi pari a 528mila euro che solo in parte hanno risarcito la perdita dei raccolti e la distruzione di materiale subita. La maggior parte di essi, ben 365, sono avvenuti a partire dal 2016. La stima complessiva dei danni sarebbe di 15 milioni di euro l’anno. Tra l’altro, quanto accade compromette anche l’equilibrio ambientale di vasti ecosistemi territoriali in aree di pregio naturalistico con la perdita di biodiversità sia animale che vegetale.

Oltretutto, c’è anche un discorso di prospettiva: con gli interventi straordinari decisi dalla Commissione Ue a seguito della guerra in Ucraina, può essere garantita anche in Puglia la messa a coltura di oltre 100mila ettari lasciati incolti per la insufficiente redditività, a causa della siccità ma soprattutto per gli attacchi dei cinghiali che divorano i raccolti, facendo perdere prodotti e investimenti agli agricoltori. Ma se prima questi stessi cinghiali, e le loro scorribande, non vengono circoscritti, tutto sarà inutile.

Poi c’è l’altro aspetto, non meno grave: gli incidenti automobilistici causati da ungulati. Complessivamente, in tutte le sei province pugliesi, dal 2009 al 2021, sono stati 331.

Tra questi incidenti ve ne sono alcuni anche mortali: a marzo scorso, in agro di San Nicandro Garganico, un noto imprenditore agricolo pugliese, Gino Turco, ha perso la vita in un incidente causato da un branco di questi animali. A metà maggio, un bambino di Castellaneta, nel Tarantino, stava per perdere l’uso di una mano a causa del morso di un grosso cinghiale. Ultimo problema in ordine di tempo, la cosiddetta “peste suina”, evidenziata dal Piano di sorveglianza e prevenzione per il 2021 pubblicato dal ministero della Salute, nel quale si ribadisce come i cinghiali abbiano una responsabilità fondamentale per la diffusione della Peste Suina Africana (Psa) e dunque una delle misure necessarie in Italia è la gestione numerica della popolazione di questi animali.

Che fare, dunque? Partendo dal presupposto che servirebbe un piano nazionale, le associazioni agricole sono sul piede di guerra e chiedono decisioni mirate ed in qualche caso drastiche. Di fronte si ritrovano però animalisti ed ambientalisti che spesso fanno della scelta ideologica a tutto tondo il proprio vessillo. Incomprensibile per chiunque si sforzi di puntare ad una soluzione. Che, inevitabilmente, richiede un compromesso.

Secondo il Piano del Ministero deve essere indirizzata alla riduzione sia numerica che spaziale attraverso le attività venatorie, le azioni di controllo della legge 157/92 (gestione e tutela della fauna selvatica) e le azioni programmabili nella rete delle aree protette. Anche per questo a livello locale, per ovvi motivi sarebbe auspicabile la costituzione di una task-force regionale, con l’obiettivo di puntare all’abbattimento selettivo e controllato dei capi; così come in alternativa possono essere utili la sterilizzazione degli stessi e la eventuale realizzazione della filiera della carne di cinghiale. Una misura, quest’ultima, che potrebbe servire a ridurre la presenza di esemplari in circolazione e che viene già utilizzata in regioni come Toscana e Umbria. Potrebbe essere adottata in forma controllata e coordinata con le Asl, prevedendo anche l’autorizzazione della filiera corta della carne con la macellazione delocalizzata.

Per Coldiretti “serve responsabilità delle Istituzioni per un intervento immediato di contenimento della popolazione dei cinghiali”. Inoltre, sempre Coldiretti ha denunciato come “non vi è ancora risposta su tanti temi: dallo stato dell’arte del confronto tra Parchi del Gargano e dell’Alta Murgia e Regione Puglia, alla VAS del Piano di Monitoraggio e Gestione della specie cinghiale, dall’attuazione della delibera di giunta che ha previsto una procedura regionale informatizzata per consentire ai proprietari dei fondi di inoltrare la richiesta di intervento di controllo sui terreni “a rischio” al Regolamento regionale per l’attività della caccia di selezione, fino all’Albo regionale dei cacciatori abilitati alla caccia di selezione”.

Sostanzialmente sulla stessa lunghezza d’onda anche Cia Puglia, che non la manda a dire: “Gli abbattimenti selettivi rappresentano uno degli strumenti da utilizzare. È grave che alla tutela della vita umana e alla salvaguardia di colture, produzioni e posti di lavoro si anteponga un approccio ideologico e contrario a priori a qualsiasi metodo per fermare la proliferazione senza controllo dei cinghiali”.

Difficile non condividere. Dire sempre “no” a prescindere, in nome di un animalismo esasperato e senza senso logico, non porta da nessuna parte. Forse per una volta, con chi si rifiuta di ragionare sarebbe il caso di non provarci nemmeno…


A Bari 108 incidenti stradali

L’obiettivo logico dovrebbe essere salvare le persone e le campagne, dove ormai ci sono più cinghiali che lavoratori agricoli. È quanto pensano gli italiani secondo un sondaggio Coldiretti/Ixè, per il quale oltre otto su dieci (81%) ritengono che la questione vada affrontata con il ricorso agli abbattimenti, soprattutto incaricando personale specializzato per ridurne il numero. Un allarme condiviso dall’Autorità per la sicurezza alimentare Europea (EFSA) che ha lanciato un appello agli Stati dell’UE chiedendo misure straordinarie per evitare l’accesso dei cinghiali al cibo e realizzare una riduzione del numero di capi per limitare il rischio di diffusione di malattie come la peste suina africana (psa).

Poi c’è tutta la questione, non di poco conto, degli incidenti automobilistici causati dai cinghiali, che spesso sono costati la vita in diverse zone d’Italia. In Puglia le province maggiormente interessante dagli incidenti automobilistici sono quelle di Bari (108 incidenti) e Foggia (95), ma è la provincia di Taranto ad aver registrato l’incremento più alto passando da un solo caso nel 2015 (primo anno in cui si sono verificati incidenti causati da ungulati nella zona) a 27 episodi nel 2020. I dati evidenziano come le frequenze maggiori di incidentalità si registrino in determinati ambiti territoriali. Nella provincia di Bari il 68% degli eventi è localizzato nei comuni di Gravina, Altamura e Ruvo, mentre nella Bat il 75% dei casi è registrato nei comuni di Andria e Canosa. Anche nella provincia di Lecce gli incidenti, seppur in numero ridotto, sono stati registrati in settori contigui dei comuni di Lecce e Vernole. I comuni di Laterza e Ginosa contano il 40% degli eventi in provincia di Taranto, mentre nella provincia di Foggia gli incidenti hanno una distribuzione più diffusa nei diversi ambiti comunali con una maggiore frequenza nei territori di San Nicandro Garganico e Cagnano Varano. Le aree a maggiore incidentalità ricadono tendenzialmente all’interno di zone protette o in aree contigue ad esse dove la specie tende a concentrarsi per una maggiore disponibilità di risorse e siti di rifugio.

Il trend di impatti per anno, nelle diverse province, è stato analizzato per 329 casi per cui il dato era disponibile. Il numero dei sinistri registrati nel corso degli anni è aumentato in tutte le provincie ad eccezione di Lecce, in cui gli eventi si riferiscono tutti al 2018. L’incremento è stato più importante a partire dal 2015-2016 quando, da una media provinciale inferiore a 0,8 eventi/anno, si è passati ad una di tre eventi/anno, sino al picco del 2019/2020 che vede valori prossimi a 17 eventi/anno.

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