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Senza strategia vivacchia solo il "potere"

Think tank, gruppo di esperti in diverse discipline chiamati a collaborare per analizzare e risolvere problemi di natura economica, politica, sociale, ambientale.

La definizione della Treccani è chiara, così come è chiaro che alla Fiera serve un think tank che analizzi e risolva i suoi problemi, dandole una strategia, un progetto, un orizzonte verso il quale guardare, partendo dalla conoscenza reale del territorio e da quello che offre, soprattutto in termini di sistema industriale e tecnologico, della ricerca e dell’innovazione, oltre che per risorse umane e imprenditoriali.

Un’affermazione condivisa da Michele Capriati, economista e docente di Politica economica presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bari, che puntualizza e rilancia.

“In realtà, nell’àmbito dell’Università abbiamo organizzato un osservatorio in cui sono coinvolti economisti e sociologi, proprio con l’obiettivo di analizzare i sistemi locali pugliesi e individuare strategie economiche e sociali che guardino al futuro. Ma è una struttura quasi dormiente, perché la politica e chi amministra dovrebbero avere interesse a stimolare ricerche, analisi e ipotesi progettuali per le linee di sviluppo dei territori, invece qui da noi… A proposito di conoscenza reale del territorio, l’impressione è che chi ha governato e governa la Fiera in questi ultimi anni abbia un’idea un po’ vecchia di Bari, della Puglia, soprattutto della nostra realtà economica. Sembra che non sappiano cosa è successo, a livello di aziende, nella regione, ancoràti invece a logiche commerciali, anche di affitto degli spazi, con il solo obiettivo di cercare di tenere in pareggio i conti”.

Insomma, una mancanza di conoscenza, ma anche di coraggio, perché la Fiera ha di fatto perso il ruolo propulsore per l’economia pugliese, ma anche quello di ponte verso l’Est Europa e il Mediterraneo. A questo punto la domanda è inevitabile, ha ancora senso la Fiera del Levante?

“Certo che ha senso, ma con una visione e un’organizzazione diverse. Sono almeno vent’anni che gli esperti del settore sostengono l’inutilità della Campionaria e la necessità di puntare sulle fiere specializzate, che però guardino in prospettiva. Per quanto ci riguarda possiamo sicuramente puntare sulla filiera agroalimentare, nella quale abbiamo un ruolo non banale sui mercati internazionali. Ma possiamo e dobbiamo anche guardare a filiere più innovative, basti pensare al distretto dell’informatica che sta funzionando da grande attrattore di investimenti nazionali ed esteri, oppure alla ricerca biomedicale, se non alla meccatronica che si sta riconvertendo. Se si ha una scarsa conoscenza del territorio, o una conoscenza datata, non si possono intravedere i possibili cambiamenti e quindi non ci si pone il problema di innestare quello che esiste nel territorio in un discorso di incontri commerciali, produttivi e di ricerca. La Fiera può svolgere un ruolo importante sul futuro di alcuni settori tecnologici, basterebbe guardare alle specializzate del passato, che avevano il coraggio di guardare ai settori nuovi o solo parzialmente esplorati, per cogliere che si sta perdendo una grande tradizione e si rischia di non vedere un grande futuro, che invece è possibile”.

L’impressione, però, è che la Fiera sia lo specchio di un situazione politico-economica che coinvolge Bari e la Regione Puglia, i grandi centri decisionali e chi li governa, apparentemente abbarbicati nella gestione dell’esistente, più che proiettati verso il futuro con un progetto di città e di regione, una visione in grado di individuare nuovi orizzonti e frontiere.

“È così, manca una strategia. Da qualche anno la Regione e il Comune di Bari, ma in generale la politica dell’intero Paese non viene impostata secondo una strategia, ma, se va bene, secondo le capacità amministrative. In pratica, ho delle risorse, devo utilizzarle, come nel caso del PNRR, dove quello che conta è la capacità amministrativa, e non strategica, di fare i bandi, di spendere nei tempi i soldi. Poi, bene o male, tutto sommato poco importa. Prendiamo l’esempio del presidente della Regione e del sindaco di Bari. A Emiliano, come ha dimostrato in più occasioni, non importa nulla della strategia, a lui interessa amministrare cercando di non perdere, come nel caso dell’operazione ospedale in Fiera. Decaro è un bravo amministratore, non a caso è molto amato dai baresi, perché le cose che andavano fatte le sta facendo, ma non lo vedo propenso a guardare lontano e non mi sembra, mi auguro di sbagliarmi, capace di segnare un’idea di futuro per questa regione, e quindi anche per la Fiera. In un caso come quello della Fiera del Levante, se non hai la strategia non puoi fare la Fiera. Oggi cos’è la Fiera? Siccome prevale la logica che gli enti devono essere gestiti partendo dall’equilibrio economico, la Fiera, che ha a disposizione soltanto gli spazi, come li utilizza? Con una logica immobiliare, che probabilmente permette di tenere i conti in equilibrio, ma che rappresenta la morte della Fiera. Eppure è pur sempre un ente di promozione economica e il suo ruolo non è quello di gestire spazi”.

Ma cosa potrebbe essere Bari con una Fiera che funzionasse come quelle di Bologna, Milano, Verona. Con un Comune e una Regione in grado di avere un visione proiettata nel futuro?

“In uno dei periodi più bui a livello nazionale, Bari è una piccola eccezione: c’è fermento, grande interesse, investimenti. Ad esempio, a Bari c’è un distretto dell’informatica, che sta assumendo dimensioni notevoli. Ma questo è il risultato di investimenti fatti quarant’anni fa, cominciando con il Csata, poi Tecnopolis, proseguendo con una delle prime Facoltà in Italia di Scienze informatiche e infine il Politecnico. Adesso stanno arrivando i frutti di quegli investimenti, fatti da chi aveva in testa un progetto, che alla lunga si è dimostrato vincente, posizionando Bari avanti a molte altre zone del Mezzogiorno. Questo dovrebbe fare la Fiera: avere una strategia e tornare a ricoprire il ruolo di promozione economica, con uno sguardo lungo”.

Eppure Bari, a livello culturale, può contare su belle menti, nomi apprezzati in tutto il Paese, perché la cosiddetta classe dirigente non entra in questo processo di disegno di una strategia per il territorio?

“Perché la politica ha un’altra logica e la classe dirigente è stata emarginata dalla politica. Nella nostra regione si è ormai instaurato un sistema di potere per il potere, che è puro mantenimento dello status e che quindi presuppone che non ci siano fughe in avanti. Siamo in una situazione di equilibrio statico, come viene definito in economia, che non può essere messo in discussione da un equilibrio dinamico. Ma è quest’ultimo che serve per la crescita e pure per la Fiera del Levante”.

L’osservatorio-think tank creato all’Università di Bari può quindi continuare a dormire sonni tranquilli, non rischia certo di essere svegliato dai politici che amministrano il nostro territorio. E la Fiera? Se continuerà a fare l’affittacamere, dovremo accontentarci della Campionaria e del clamoroso ritorno del luna park.

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