Senza arte né parte: la Puglia è quarta

Giovani che lasciano la scuola senza aver acquisito il diploma, e che si immettono nel mondo del lavoro senza avere i requisiti minimi per trovare un’occupazione dignitosa e (molte volte) legale. È il dramma della dispersione scolastica, che attraversa l’Italia come un fiume carsico, da Nord a Sud.

Ma, ancora una volta, è proprio il Mezzogiorno la macro area geografica del Paese maggiormente in sofferenza. Un quadro esatto della situazione relativa alla dispersione scolastica lo hanno tracciato gli studi delle fondazioni indipendenti Openpolis e Con i bambini, che elaborando i dati Istat del 2020 hanno fotografato un Sud che paga il ritardo nei confronti delle aree centrosettentrionali dello Stivale.

Ecco, quindi, che la classifica sulla dispersione scolastica vede ai primi quattro posti altrettante grandi regioni meridionali, le uniche sopra la media nazionale che fa registrare un valore pari al 13.1%: “comanda” la Sicilia con un drammatico 19.4%, seguita dalla Campania al 17.5% e dalla Calabria al 16.6%. E poi c’è la nostra Puglia, che lo scorso anno ha fatto registrare il 15.6% di dispersione scolastica, calcolata sui giovani di età compresa tra 18 e 24 anni. Non se la passano granché bene anche grandi regioni del Nord (Piemonte al 12%, Lombardia all’11.9%, Veneto al 10.5%), ma comunque rispetto ai loro connazionali del Sud la situazione è certamente migliore.

Insomma, anche in questa graduatoria possiamo “vantarci” di essere i migliori del Meridione, il che vuol dire che siamo i migliori fra i peggiori d’Europa.

Sì, perché le due fondazioni che hanno condotto la ricerca si sono avvalse anche dei dati forniti da Eurostat e relativi a tutti i paesi dell’Unione europea. L’Italia, nel contesto del “vecchio mondo”, fa segnare una media di dispersione scolastica (come detto) pari al 13.1%, che la pone a contatto più o meno stretto con altri grandi stati del bacino mediterraneo e dell’area balcanica: la Spagna è al 16%, la Romania è al 15.6%. La Bulgaria si “ferma” al 12.8% di dispersione scolastica nel 2020, dato migliore (seppur di poco) rispetto a quello italiano. Ma, e anche qui non c’è sorpresa, sono gli stati “mitteleuropei” a far registrare le percentuali migliori, al di sotto dell’obiettivo comunitario che impone ai paesi membri di contenere il fenomeno entro la soglia massima del 10%. La Francia e il Belgio toccano appena l’8%, la Germania il 10.1%, i Paesi Bassi il 7%, la Repubblica Ceca e Slovacchia il 7.6% e la Polonia addirittura il 5.6%. Molto meglio di noi italiani fanno alcuni nostri “vicini di casa”: l’Austria è ferma a 8.1%, la Slovenia scende al 4.1%, la Grecia al 3.8% e la Croazia (medaglia d’oro europea) addirittura a un quasi irrilevante 2.2%.

In definitiva, quindi, possiamo dire che l’Italia fa una brutta figura anche con gli stati più piccoli della zona adriatica e ionica dell’Europa. Un fatto che dovrebbe imporci una valutazione seria sul nostro sistema scolastico e sui nostri apparati welfare, spesso incapaci di offrire un’alternativa “pulita” a chi vive nel disagio sociale.

E in questo contesto, come dicevamo, il meridione d’Italia appare sempre più arretrato, con percentuali drammaticamente più alte rispetto all’Europa. Ma, c’è un ma… In Italia qualcosa si è fatto negli ultimi anni, tant’è che la fondazione Openpolis nel suo studio nota: «possiamo osservare come il tasso di abbandono sia passato dal 17,8% del 2011 al 13,1% del 2020 (-4,7 punti percentuali). Il trend di diminuzione è stato simile anche per Francia e Germania che però partivano da livelli molto più bassi».

Piccoli passetti, gocce nel mare, che però lasciano intendere come la situazione possa essere corretta anche nel breve-medio periodo. Per quanto le percentuali del Sud rimangano spaventosamente alte, infatti, le nostre regioni nel giro di un paio d’anni hanno recuperato un po’ di terreno rispetto al Nord e al resto d’Europa: «C’è da dire però che il mezzogiorno è anche l’area della penisola in cui si sono registrati i progressi maggiori rispetto all’anno precedente – analizza Openpolis. In base ai dati di Istat, infatti, nel 2019 sud e isole avevano un tasso di abbandono pari al 18,2%, sceso poi al 16,3% nel 2020. Analizzando le quattro regioni che si trovano sopra la media italiana, possiamo notare che tre di queste hanno migliorato i loro dati nell’ultimo anno. L’unica eccezione è rappresentata dalla Campania, rimasta stabile al 17,3%. In Sicilia invece il tasso di abbandono si è ridotto di 3 punti percentuali, in Calabria di 2,4 e in Puglia di 2,3 rispetto al 2019. Considerando invece le regioni del centro e del nord nel loro complesso, possiamo osservare che qui il livello di abbandono scolastico è cresciuto rispettivamente di 0,5 e 0,6 punti percentuali rispetto al 2019».

Meno attendibili sono, invece, i dati relativi ai singoli comuni, rimasti fermi all’ultimo censimento Istat realizzato addirittura nel 2011 e che allarga il campione analizzato ai ragazzi di età compresa tra 15 e 24 anni. Una scarsità di informazioni da parte degli istituti statistici che – sottolinea Openpolis – rende complicato avere una stima reale del fenomeno.

Per farsi un’idea, comunque, dieci anni fa a Bari l’uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione riguardava ben il 17,40% dei ragazzi. Un confronto di massima ci porta a considerare la nostra città particolarmente indietro rispetto agli altri capoluoghi di regione: Roma era ferma al 9%, nella città metropolitana di Milano figuravano 28 comuni su 134 (il 20,9%) in cui il tasso di abbandono era superiore al 15%, mentre in 26 centri il dato era inferiore al 10%. A Napoli il tasso di abbandono scolastico era del 28,1%, il più alto tra i capoluoghi di regione passati in rassegna.

Insomma, nel recente periodo qualcosa si è mosso, ma è ancora troppo poco, soprattutto se si considera che le analisi si devono basare su dati non aggiornati alla crisi economica, sanitaria e sociale che stiamo attraversando da due anni a questa parte.

«In questo contesto – nota Openpolis - la pandemia si è configurata come un acceleratore di processi in corso, piuttosto che come vero e proprio spartiacque. Vista la situazione quindi, è essenziale dotarsi di tutti gli strumenti per contrastare la povertà educativa in modo efficace. E questo significa anche disporre di informazioni attuali, quanto più disaggregate possibili, a partire dall'aggiornamento di indicatori preziosi come quello sull'abbandono scolastico. Anche per valutare con precisione l'impatto del Covid su queste dinamiche».


Molti studenti, pochi bus e doppi turni

A tenere banco fra presidi, studenti e docenti in questi giorni è il doppio turno d’ingresso a scuola per gli istituti superiori di Bari e provincia, gli unici della Puglia ad aver adottato questa soluzione per garantire un distanziamento sui mezzi pubblici, che in realtà non c’è.

Lo scorso 17 settembre, alla vigilia del primo giorno di scuola in Puglia, studenti e sindacati hanno manifestato in piazza Libertà contro la decisione del prefetto Antonia Bellomo, che sconvolge i ritmi scolastici e lascia poco tempo ai ragazzi per lo studio.

La promessa del prefetto è stata di riaggiornarsi verso il 10 ottobre per valutare l’impatto della scuola sull’epidemia Covid in corso.

Ci vorranno quindi ancora pochi giorni per tirare le prime somme su un provvedimento che anche se ha suscitato reazioni è stato generato dalla cronica carenza di servizi di trasporto pubblico nella nostra città.


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