Scatoloni di cemento contenitori di disagio

Il quartiere fu tirato su in soli due anni dal 1981 al 1983 per 28mila abitanti piazzati in 21 torri di 15 piani e 57 casermoni per un totale di 2.012.293 metri cubi complessivi. C’erano grandi aree verdi e larghe strade ma senza autobus, senza farmacie, senza un mercato rionale, senza un negozio di alimentari, senza un bar, senza insegnanti e senza docenti per le scuole costruite ma vuote e men che meno un poliambulatorio nonostante l’ospedale pubblico più vicino fosse a oltre dieci chilometri. Il testo è tratto dal saggio che l’urbanista Francesco Montillo ha curato insieme con Carlo Cellamare, con il titolo “Periferia. Abitare Tor Bella Monaca” (Donzelli editore, 2020).

Il libro analizza un quartiere simbolo di Roma, ma tutti noi conosciamo le tante “torbellamonaca” costruite ai margini delle nostre città, enormi scatoloni di cemento spesso privi di qualità costruttiva e senza nulla intorno, né verde, né servizi, né trasporti, né piazze, né spazi di gioco e di aggregazione. Quelle periferie, scrive Francesco Montillo, sono i luoghi di marginalizzazione sociale, culturale ed economica dai quali è più difficile l’accesso alla città e alle sue opportunità.

Errori del passato, commessi da amministratori pubblici gretti, privi di visione urbanistica e succubi dei palazzinari? In realtà in molte delle nostre città l’approccio continua ad essere lo stesso di qualche decennio fa. Basta osservare con occhi attenti cosa sta accadendo intorno a noi, ovunque. Il professor Alfredo Passeri, che ha insegnato a lungo estimo alla Facoltà di architettura dell’Università Roma Tre, sostiene che i luoghi periferici soffrono di malattie che sembrano incurabili. Sono privi di qualità costruttiva, sono realizzati nella più totale diversità tipologica e “rappresentano un’indecifrabile morfologia. Con il conseguente risultato di apparire monocordi, in una distesa di “volumetrie-cubature” spessissimo senza elementi simbolici connotativi.”

E, aggiunge l’architetto Alfredo Passeri, nelle periferie le strade non sono pensate con proporzioni che prevedano la futura realizzazione di case, alberature appropriate e dimensionate agli spazi. Anzi, avviene l’esatto contrario: prima si costruiscono i fabbricati e poi i servizi, i tracciati, il verde che, a debbono farsi largo e sistemarsi tra ciò che è già realizzato. Da tempo non si progettano più nuove piazze. Quanto ai cambiamenti climatici e al consumo di suolo, è roba che va bene citare nei convegni e nei comunicati stampa. L’importante è costruire, costruire, costruire. Non importa per chi, come e dove si costruisce. Le piazze? Le strade? I trasporti? Le scuole? I servizi? Il verde? La pianificazione urbana? Magari un’altra volta.


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