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Sanità pugliese: i conti non tornano mai

Gestire la sanità pubblica in Italia non è certo una passeggiata. In particolare non lo è al Sud, tra problemi di carattere strutturale, carenza di personale, in qualche caso difficoltà infrastrutturali e l’atavico problema delle liste d’attesa. Una questione certamente comune a tutte le regioni italiane ma particolarmente sentita, numeri alla mano, nel Mezzogiorno ed in Puglia nello specifico.

In questa situazione non bisogna dimenticare che siamo reduci da tre anni terribili, segnati dalla pandemia (cominciata a fine gennaio 20220), che soprattutto nel primo e poi nel secondo anno ha messo a dura prova il sistema sanitario nazionale. E se nella prima ondata ad essere messo sotto pressione è stato soprattutto il Nord Italia, nella seconda e terza ondata i “confini” geografici regionali sono stati letteralmente travolti e cancellati.

Poi ci sono le scelte, perché nel nostro Paese se c’è un settore nel quale le Regioni hanno libertà di movimento è proprio la sanità, da considerare “prototipo” di quella autonomia differenziata di cui tanto si parla e della quale si è discusso e polemizzato dopo il blitz, per fortuna fallito, del ministro agli Affari regionali e alle Autonomie, Roberto Calderoli.

E sono proprio le scelte a creare dubbi e, ipoteticamente, problemi. La Puglia è nelle ultime settimane al centro di una possibile bufera economica, che potrebbe addirittura portare ad un commissariamento da parte dello Stato. È la perplessità espressa dai sindacati nei giorni scorsi con una lettera di richiesta di un incontro urgente al presidente Emiliano, per discutere del bilancio della sanità regionale. I segretari generali della Cgil, Pino Gesmundo, della Cisl, Antonio Castellucci, e il commissario straordinario della Uil Emanuele Ronzoni, hanno chiesto chiarimenti sulle inadempienze contestate al tavolo del ministero dell’Economia, coordinato dalla dirigente Stefania Adduce (che peraltro è lucana).

“Da un lato le ipotesi di una procedura di commissariamento – scrivono i sindacati – dall’altra le rassicurazioni e gli impegni dell’assessore Palese, che offrono invece una lettura tranquillizzante delle suddette inadempienze, alcune delle quali sarebbero conseguenza ad oggi delle mancate risposte del Governo, ad esempio sui rimborsi delle spese Covid sostenuti dalle Regioni”. Alla luce di tutto questo Cgil, Cisl, Uil di Puglia ritengono che tali temi “debbano trovare un luogo istituzionale di confronto, dove chiarire le difficoltà ancora irrisolte in materia sanitaria e sociosanitaria, rispetto alle risorse del PNNR e dello sviluppo economico, con un’attenzione alla Programmazione comunitaria 2021-2027. Riteniamo utile e urgente aggiornare il confronto e sostenere eventuali iniziative”.

Insomma, si chiede un minimo di chiarezza, nell’interesse di tutti. Perché se dovesse davvero esserci un commissariamento, la sanità regionale ne uscirebbe ulteriormente “ingessata” e a pagarne il prezzo sarebbero soprattutto i cittadini, in termini di servizi. Non va dimenticato, infatti, che la Puglia è una delle sette regioni che dal 2016 rientra nel cosiddetto “Piano operativo”, che poi è di fatto un commissariamento “mascherato”. Cioè la capacità di manovra deve essere documentata in maniera… certosina attraverso la presentazione, aggiornata, di un documento che illustra le modalità di raggiungimento degli obiettivi concordati. Ebbene, pare che la Puglia sia ferma al 2021.

Sembrerebbe, in sostanza, che il ministero abbia contestato un buco da mezzo miliardo di euro, ovviamente da coprire. Poi ci sarebbero alcune criticità che farebbero di fatto della Puglia una Regione inadempiente. Parliamo, ad esempio, di ritardi negli accreditamenti delle strutture sociosanitarie e dell’istituzione delle nuove aziende ospedaliere di Taranto e Lecce senza copertura. Così come non sarebbe stato presentato il Piano operativo aggiornato che avrebbe peraltro dovuto tener conto dei saldi di finanza pubblica dell’anno passato.

Ma non si tratta di una sorpresa. Lo scorso mese di settembre il senatore Pd Dario Stefàno ha accusato il governo regionale pugliese di aver omesso per anni al ministero di Economia e finanza i bilanci di società in house delle Asl. Proprio in quell’occasione venne per la prima volta paventata l’ombra del commissariamento.

Con una interrogazione scritta al Mef, Stefàno ha affermato che “nel corso del 2021 nel bilancio della Regione Puglia, la differenza tra entrate e uscite nei conti della sanità sarebbe stata di mezzo miliardo di euro, anche se a causa di entrate straordinarie il disavanzo da colmare sarebbe di 255 milioni”. Per il senatore il problema sarebbero le Sanità Service srl, ovvero società partecipate delle Asl pugliesi. Insomma, senza il bilancio il Mef le considererebbe “società fantasma”.

In sostanza, poiché nel sistema sanitario pubblico rientrano anche le società in house dal capitale pubblico Sanità Service, la Regione avrebbe dovuto comunicare entro lo scorso 15 luglio il bilancio delle società e non solo delle Asl, oltre al modo con cui far fronte all’eventuale disavanzo.

In Puglia le Sanita Service sono sette, una per ogni azienda sanitaria, istituite con la delibera di giunta regionale n. 745 del 5 maggio 2009, con l’intento di affidare servizi fondamentali per conto delle stesse aziende sanitarie. Si va dalla pulizia degli ambienti ospedalieri al trasporto di materiale sanitario o biologico; dal trasporto di pazienti dializzati o oncologici alla fornitura di autisti, soccorritori e ambulanze per il servizio 118. Ma in questa partita è compresa anche la manutenzione del verde nelle strutture sanitarie. L’idea era quella di garantire un risparmio complessivo rispetto alla spesa gestita dalla singola Asl e quindi, complessivamente, dalla Regione.

Siamo di fronte all’ennesimo pasticcio? Aspettiamo e lo capiremo…

Emiliano e Palese esultano per nuovi fondi

La buona notizia è arrivata nei primi giorni di dicembre. 238 milioni di euro in più per la Puglia dall’intesa tra i presidenti di Regioni per il Riparto del Fondo Sanitario 2022, dopo il difficile lavoro dei tecnici nelle settimane precedenti. Un sorriso, dunque, in attesa di capire quali siano le intenzioni del Mef. “Per la Puglia un importante successo, anche di mediazione – hanno sostenuto il presidente Michele Emiliano e l’assessore alla Sanità, Rocco Palese – che consentirà dal 2023 un cambio graduale dei criteri che tengano conto di altri parametri indirettamente anche come la deprivazione, utili alle regioni meridionali. Grazie a queste risorse ed alla quota di 246 milioni di Payback Dispositivi Medici definita con decreto ministeriale del 6 luglio scorso oltre alle quote integrative regionali anche l’esercizio 2022 dovrebbe assestarsi in sostanziale equilibrio economico che però dovrà essere sostenuto per i prossimi anni con il proseguimento della riduzione dell’inappropriatezza della spesa per farmaci e la riduzione della mobilità passiva”. Nel confronto tra le Regioni, restano comunque aperte diverse partite. Il Fondo sanitario nazionale è suddiviso secondo tre criteri, ma è quello anagrafico a indirizzare la ripartizione del 99% delle risorse. Conseguentemente, il denaro prende la strada delle zone in cui ci sono più anziani, ovvero il Nord. Così al Sud arrivano meno soldi oltre ad esserci meno infrastrutture. Basti pensare che nel Settentrione si contano 377 posti letto ogni 100mila abitanti contro i circa 300 del Mezzogiorno. Inoltre, al Nord le strutture socio-assistenziali disponibili sul territorio sono 12.800, al Sud meno di 5000. Agenas ha recentemente simulato che cosa cambierebbe se il criterio dell’anzianità venisse ridotto. Ebbene alla Puglia andrebbero 143 milioni in più, al Veneto 224 in meno e alla Lombardia 218, sempre in meno. Va detto che il criterio di ripartizione è peraltro vecchio ed ancorato a situazioni che non sono più attuali. In sostanza, chi sta meglio riceve più soldi, quando invece dovrebbe essere il contrario, per riequilibrare il gap. Situazione che deriva dal 1977 quando con il trasferimento delle funzioni a Regioni e Comuni, per il riparto dei fondi venne varato il principio cosiddetto della “spesa storica”. Le Regioni del Nord avevano più strutture e risorse umane rispetto a quelle del Mezzogiorno e quindi da allora rastrellano più fondi.Una follia che calpesta ogni anno l’articolo 3 della Costituzione.

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