Riso, patate, cozze e… malaffare

Il conto sarà salato e ricorderemo il pranzo come uno dei più indigesti. Non ce lo dice a brutto muso ma lo lascia intendere la Relazione Semestrale della Direzione Investigativa Antimafia, tirando le somme su tutto quello che è avvenuto nel 2020. E se i dati apparenti, fatti di statistiche e numeri, sono da considerare inattendibili e ci suggeriscono di saltare a piè pari qualsiasi analisi – entusiastica e falsa - sul crimine e sicurezza di città e province, lo stesso non si può dire di tutte quelle risultanze del “sotto traccia” che investigatori e analisti hanno continuato ad operare.

A poterli divulgare serenamente, tutti quei dati, il quadro sarebbe davvero allarmante.

Meglio togliere il condizionale, suggeriscono.

Il conto che la pandemia, dicevamo, ci lascerà da pagare, in termini di performance della criminalità organizzata nella nostra città, sarà salato. Per di più, per un pranzo che ci accorgeremo essere davvero indigesto. E più che mai la metafora ristorativa appare calzante. Perchè è proprio sull’impatto a medio e lungo termine del lavoro sotto traccia delle mafie sull’imprenditoria in difficoltà a causa del lockdown, delle misure di distanziamento, dello zoning cromatico, che la DIA concentra le sue analisi. Soprattutto in una città come Bari che ha costruito negli ultimi anni molte delle sue fortune imprenditoriali diffuse proprio puntando sul settore della ristorazione, della movida. Per di più delegando tantissimo del suo restyling a piano strada proprio all’intervento di tutti quegli operatori commerciali che hanno riqualificato i luoghi che andavano ad occupare. In questo ha fatto decisamente storia e scuola il Rinascimento di Bari Vecchia – che ha i suoi buoni quindici anni di storia, archivio e curriculum alle spalle. In questo solco, negli ultimi cinque anni, si è inserito il generale rifiorire serale e notturno dell’Umbertino – centrale ormai nella storia della movida dei giovani baresi. Per gli operatori di queste due zone il lockdown ha significato una impossibilità concreta di produrre qualsiasi forma di reddito, visto e considerato che molta della proposta offerta in quei contesti non è compatibile col concetto di asporto e domicilio. E con gli investimenti per il restyling ancora da ammortizzare, con le spese vive fatte in estate 2020 nella speranza di una riapertura azzoppate dall’autunno e dall’inverno passato, viene facile fare due conti, anche a spanne, e leggere il dramma che questi due anni hanno rappresentato per quegli operatori. Di certo però, a passarsela meglio non sono stati i grandi ristoratori, i nomi celebri del “mangiar fuori” barese. Anche per loro due anni da dimenticare in fretta. In tanti avevano pronosticato una mattanza di chiusure, disperazione, insegne spente e serrande tirate giù a tempo indeterminato. E non ci sarebbe stato davvero nulla di cui stupirsi.

Invece…

Invece il sospetto concreto che la DIA adombra, anche facendo il paio con tutta una serie di interviste, allarmi preoccupati e velate richieste di aiuto lanciate dalle associazioni di categoria, è quello che dietro le riaperture con il botto delle due estati che si vanno a registrare – quella 2020 è centrale nella narrazione della semestrale appena licenziata – ci sia la mano e soprattutto la cassa della Camorra Barese – o di referenti più o meno riconducibili ai clan. Una mano che ha finanziato, con una sorta di falso “fondo perduto” tutta una serie di attività in seria difficoltà. Per passare poi a riscuotere il conto, quando tutto sarà definitivamente passato. Sotto forma di interessi usurari, sotto forma di quote societarie da intestare a prestanome, o anche solo sotto forma di vincolo a forniture e prestazioni d’opera – anche l’opportunità di distribuire e assicurare posti di lavoro, di questi tempi, è un buon investimento in termini di marketing e di creazione del consenso. Con la segnalazione, da parte della DIA, che davvero c’è la convinzione che rifare cassa attraverso l’usura sia davvero l’ultima preoccupazione di tanti clan, che vedrebbero invece molto più interessante l’ipotesi concreta di acquisire quote di controllo e governo su commercio e operatori della movida. Anche perché, non dimentichiamolo mai, alla Camorra Barese la movida sta decisamente a cuore, visto che è il motore reale di gran parte della domanda di sostanze stupefacenti. Se chiude la Movida, a Bari chiude gran parte delle giostre alimentate ad erba e cocaina - e a quel punto davvero la crisi per i clan sarebbe pesantissima. E la DIA stessa segnala come l’interesse anche su nuove assegnazioni da parte dei clan sarebbe certificato proprio da fatti di cronaca giudiziaria ultimi scorsi che hanno riguardato concessioni sulla spiaggia di Pane e Pomodoro.

Ecco, quindi, perché il conto sarà salato, decisamente salato. La DIA lo lascia capire bene: quando tutto sarà definitivamente alle spalle – e ci auguriamo per tutti il prima possibile – ci renderemo conto di quanto, davvero in profondo, la Camorra Barese abbia approfittato del momento di quiete per mettere a profitto tutta una parte della cassa accumulata nei decenni, con un salto di qualità che prova a proiettarla, seppur in ombra, nelle stanze dei bottoni di uno dei settori più frizzanti dell’economia cittadina. Il tutto in un anno che, solo apparentemente, non aveva fatto registrare alcun tipo di scossone nelle geografie politiche dei clan e dei quartieri, né in quella pax mafiosa imposta dopo l’eccessivo nervosismo del triennio precedente, con il clan dei Palermiti attivissimo nell’imporsi sulla scena come erede diretto dei Parisi e gli Strisciuglio pesantemente in fibrillazione per una crisi di potere interna ed un contrasto tra vecchie figure e nuovi, agguerriti emergenti. Ma la DIA, si sa, corre più lenta e licenzia le relazioni con il giusto ritardo di un anno solare. La Camorra del 2021 ha già fatto in tempo a digerire i colpi subiti con il blitz imponente del “Vortice Maestrale” contro il clan Caldarola e la morte di un Vangelo come Giuseppe Mercante. Anzi, a ben guardare la cronaca degli ultimi giorni, ha già fatto in tempo a ricominciare a sparare. A San Girolamo, dove nessuno se lo aspettava. Per colpire – ma è solo una ipotesi investigativa – qualcuno che probabilmente, approfittando del momento obiettivo di mancanza di leadership fuori dal carcere, stava pensando di occupare un vuoto.

Al netto del ritardo della DIA, infatti, è questa la grande preoccupazione di inquirenti ed analisti che operano sul present day: monarchi, generali e colonnelli sono tutti dietro le sbarre, ma la Malapianta non è appassita. Chi sta dirigendo i giochi? Chi occupa i vuoti? E con quanta autorevolezza e credibilità criminale?


I clan

La geografia politica del crimine barese non riscontra particolari scossoni nell’anno 2020. Al tempo stesso, gli analisti che stanno sul pezzo, investigatori e magistrati, sottolineano come i blitz e i processi che hanno apparentemente disarticolato la totalità dei clan cittadini, non siano riusciti a risolvere il problema. Le batterie e i clan sono tutti ancora saldamente al loro posto e continuano a fare quello che chi è finito in galera ultimamente faceva. Tutti attivi, nei quartieri di competenza, rigenerati da nuove leve che si presentano sempre a disposizione. Come se nulla fosse successo. Con qualche buco ancora da interpretare e la paura concreta che qualche giovane troppo rampante possa pagare caro il prezzo di una eccessiva intraprendenza. Perché le carcerazioni di tanti possono essere lette - con enorme imprudenza - come una opportunità per chi voglia farsi strada velocemente.

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