Regione: indennità fa rima con impunità


La sintesi perfetta è del presidente degli industriali pugliesi, Sergio Fontana, in una intervista al dorso barese del quotidiano “La Repubblica” lo scorso 7 agosto: “Il gesto sbagliato nel momento sbagliato, fatto da politicanti che pensano solo ai loro interessi mentre la gente è disperata”. Certamente un po’ forte ma difficile da non condividere, almeno per la gente della strada.

L’analisi è direttamente proporzionale al tragicomico blitz che il Consiglio regionale pugliese ha messo a segno nell’ultima seduta prima della pausa estiva, inquadra lo spessore politico dell’ultima assemblea pugliese e introduce non poche perplessità.

Parliamo dell’emendamento “per articolo aggiuntivo” al ddl 142 sui debiti fuori bilancio, che il 27 luglio ha reintrodotto il “trattamento indennitario”. In pratica, la liquidazione di fine mandato che era stata abolita nel novembre 2012 insieme ai vitalizi. Il provvedimento è retroattivo dal 1° gennaio 2013 ed è stato votato all’unanimità: 40 voti a favore, ovvero tutti i consiglieri presenti in aula quel giorno (11 gli assenti, oltre al presidente Emiliano). L’emendamento, che tra l’altro portava la firma di tutti i capigruppo, guarda caso non è stato neanche discusso ma direttamente votato. Uno dei rari casi in cui maggioranza e opposizione diventano un optional. E sempre non a caso si è trattato di un piccolo capolavoro di…strategia politica. Tanto da mettere d’accordo, mandandoli su tutte le furie, Confindustria e sindacati. Tra l’altro, si aggiunge una ennesima “perla”: nessuno ha verificato se ci sia la copertura finanziaria. Se fosse una partita di calcio, si starebbe giocando alla “viva il parroco”, come di diceva una volta…

Insomma, mentre il Covid ci divora, le aziende chiudono, i lavoratori finiscono in cassa integrazione, le attività produttive che hanno resistito hanno dovuto far ricorso ai ristori del governo, in via Gentile, a Bari, un manipolo di buontemponi si assegna un premio che definire inopportuno significa trattarli con i guanti gialli.

Perché se è vero che il Consiglio regionale della Puglia si starebbe adeguando a norme nazionali già vigenti, è anche vero che modi e tempi sono stati a dir poco sbagliati. Di nascosto, furtivamente, con un fare quasi fumettistico che non fa onore a nessuno. Se è legittimo, che necessità c’era di nasconderlo? Evidentemente, qualcuno se ne vergogna. Altrimenti, sapremmo anche chi ha ideato l’emendamento. Invece nulla: su questo destra e sinistra si fanno sponda a vicenda e tacciono.

Naturalmente, lo spessore politico piuttosto esile di cui sopra, sta nel fatto che spesso chi si crede furbo è in realtà un ingenuo che, se non parlassimo di soldi pubblici, finirebbe perfino per fare tenerezza. Come è stato possibile pensare che nessuno, all’esterno, se ne accorgesse e che sulla stampa la vicenda non deflagrasse?

Ovviamente, non appena il caso è diventato… tale in molti hanno preso le distanze. Merito soprattutto della 5Stelle Antonella Laricchia, che – assente in aula e in pieno dissenso con la totalità del suo gruppo – da subito non le ha mandate a dire, ricordando che già nella scorsa legislatura (era giugno 2020) avevano provato a reintrodurre il trattamento di fine mandato, non riuscendoci. E spiegando che “non si tratta di una normale liquidazione, come stanno cercando di far passare, dal momento che i soldi saranno versati solo dalla Regione, mentre normalmente sono i lavoratori ad accantonare una quota mensile del loro stipendio per il tfr”.

Nell’immediato c’è anche chi, trasversalmente, visto che “pecunia non olet”, ha provato a difendere la scelta. Dal centrodestra i capigruppo hanno cercato di chiarire che “i lavoratori sono tutti uguali, compresi noi. Ci siamo adeguati a una norma nazionale”. Peccato, però, che fare politica non sia da considerare propriamente un lavoro, fermo restando che tempo ed impegno vadano retribuiti.

Il capogruppo Pd, Filippo Caracciolo, con una invidiabile dose di pelo sullo stomaco, ha polemizzato con la Laricchia affermando: “Non vedo questo grande scandalo, è più scandaloso chi fa populismo”.

Ma se chi si è dissociato farebbe populismo, non c’è dubbio che l’emendamento sia stato ben studiato, nel merito e nella tempistica. E non potrebbe essere altrimenti, se “a partire dal 1° gennaio 2013, a coloro che hanno ricoperto le cariche di consigliere regionale o di componente della giunta regionale, spetta l’assegno di fine mandato, anche se cessati dalla carica nel corso della legislatura”. Peraltro, stabilendo che “l’ammontare dell’indennità è fissato nella misura dell’ultima mensilità dell’indennità di carica lorda percepita dal consigliere cessato dal mandato, moltiplicata per ogni anno di effettivo esercizio del mandato”. Non solo: è previsto che in caso di morte del beneficiario l’assegno venga versato agli eredi.

Il clamore suscitato ha sollevato un polverone che ha portato ben presto il segretario regionale del Pd, Marco Lacarra, a prendere posizione contro l’emendamento, invitando il suo capogruppo a lavorare affinché sia revocato: “L’iniziativa – ha detto – si basa su presupposti leciti, ma è stata mal gestita nei tempi e nei modi”. Ineccepibile.

Anche il presidente Michele Emiliano, quel giorno assente in aula per un lieve malore a seguito di un affaticamento, sia pure con qualche settimana di ritardo è stato chiarissimo, spiegando la sua amarezza “perché nessuno mi ha interpellato” e affermando che “in quella seduta hanno infilato in una legge che non aveva nulla a che fare con l’argomento, questo emendamento. È stato un errore”. Poi in una nota dello scorso 19 agosto è andato un po’ oltre, incrociando la classica buccia di banana: “Ho personalmente constatato che i segretari dei partiti politici del Pd, Lega Nord e Forza Italia e i responsabili politici delle liste civiche non ne sapevano nulla. Come, d’altra parte, molti consiglieri regionali erano stati coinvolti all’ultimo minuto senza una approfondita discussione politica”. Ma come sia possibile che i capigruppo non sapessero nulla, visto che hanno firmato l’emendamento, è francamento un mistero. Buffo, ovviamente…

E come sia possibile che nella sua maggioranza nessuno lo avesse avvertito è quanto meno singolare. Vorrebbe dire che non considerano il loro presidente. Il che, se fosse vero, sarebbe gravissimo.

In ogni caso, Emiliano ha assicurato che “molti di questi si stanno attivando in modo positivo per rimeditare questa scelta e anche questo mi fa piacere. La questione poteva anche avere una sua logica, perché in altre Regioni questo trattamento esiste, ma la si doveva affrontare a viso aperto, con i pugliesi e con i partiti”.

Alla ripresa dell’attività (primo Consiglio regionale dopo la pausa estiva il prossimo martedì 14 settembre) ne sapremo di più. Sulla carta sarebbe già possibile discutere (inserendola nell’ordine del giorno) la proposta di modifica della legge regionale 27 (pubblicata il 6 agosto) presentata dal consigliere Antonio Tutolo.

Ma c’è un problema non di poco conto: alla votazione si potrebbe procedere a scrutinio segreto. Il che vorrebbe dire quasi certamente che non solo si rischia la bocciatura, ma che, nel caso, nessuno saprebbe chi si è schierato contro la cancellazione del provvedimento.

A fine agosto si è poi registrato il parziale dietrofront dei consiglieri dei 5Stelle, che la scorsa legislatura erano all’opposizione e in quel caso si schierarono sdegnosamente contro un tentativo simile. Ma stavolta, a fine luglio, avevano tutti cambiato idea (Laricchia a parte, ovviamente), probabilmente per effetto della frequentazione di barricate politiche opposte.

In sostanza, prendendo atto della figura fatta davanti all’opinione pubblica, ma anche davanti al proprio elettorato, è stato preannunciato che sarà presentata una nuova norma che porti a una completa riformulazione dell’istituto. Per dirla tutta, cancellazione dell’emendamento approvato e sostituzione con un altro testo. In pratica, verso la constatazione fatta a caldo dalla Laricchia: rendere il trattamento di fine mandato un accantonamento degli stessi consiglieri invece che un esborso a tutto tondo della Regione (con l’emendamento approvato il 27 luglio, a carico dei consiglieri ci sarebbe solo un 1%).

Centrosinistra e centrodestra dopo essersi accomodati al…banchetto sembrano giocare d’attesa per comprendere il da farsi. Intanto si spalleggiano nelle dichiarazioni, lasciando trasparire una disponibilità che è tutta da verificare.

È’ chiaramente una questione di volontà politica ed è altrettanto chiaro che prima di arrivare in aula (ecco perché probabilmente ci vorrà tempo) servirà un accordo, oltre al passaggio in Commissione. Perché se il diritto dei consiglieri è tale, è anche ovvio che i pugliesi abbiano il diritto di sapere come stanno le cose e che cosa fanno quelli che hanno chiamato a rappresentarli.

Insomma, la questione è più complessa di come sembra. Perché se è vero che altre Regioni godono di questo privilegio, è anche vero che il metodo è stato a dir poco discutibile. “Est modus in rebus” avrebbe detto Quinto Orazio Flacco. Ovvero: c’è una misura nelle cose, semplicemente perché vi sono confini al di là dei quali è meglio non andare. Soprattutto in determinati momenti. Questo momento, per motivi che non serve neanche spiegare, è assolutamente inopportuno.

Ma è possibile che nessuno abbia avuto un rigurgito di rispetto nei confronti di chi li ha votati e magari vive (davvero) col solo reddito di cittadinanza?


i conti non tornano e c'è chi dà i... numeri

Dal polverone causato dall’approvazione del Trattamento di fine mandato per i consiglieri regionali, sono poi spuntati i conti. Partendo dal dato di fatto che al momento non c’è neanche copertura finanziaria, il che conferma come l’intento era soprattutto quello di mettere il classico “capello sulla sedia”. In un primo momento si era parlato di una cifra complessiva pari a quattro milioni di euro, che però sembra subito lievitata non appena gli uffici regionali si sono messi al lavoro: in sostanza, ad ogni consigliere spetteranno mediamente poco più di 7mila euro lordi per ogni anno passato in Consiglio. Ma in realtà il calcolo va fatto non fino all’anno in corso, ma fino al termine di questa legislatura e dunque il 2025. In questo modo, si arriverebbe ad una cifra che varia tra i 5,2 e i 5,7 milioni di euro. Ovviamente, non a tutti spetta la stessa cifra: i veterani (la presidente del Consiglio regionale, Loredana Capone; i capigruppo del Pd e di Fratelli d’Italia, Caracciolo e Zullo; i consiglieri come i dem Fabiano Amati, Ruggiero Mennea, Michele Mazzarano, Gatta di Forza Italia e l’assessore Donato Pentassuglia) dovrebbero incassare circa 91mila euro lordi. A scalare tutti gli altri.

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