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Reddito di cittadinanza: ci si azzuffa per un lavoro che non c'è

Vino contro orecchiette ed il…derby è servito. Ha fatto notizia qualche settimana addietro la polemica a distanza tra due icone del mondo pugliese dello spettacolo, entrambi uomini immagine del presidente della Regione, Emiliano, nel veicolare il brand “Puglia”: Al Bano e Lino Banfi.

Oggetto del contendere, i giovani. O meglio: coloro che sarebbero in cerca di occupazione ma che preferirebbero percepire il reddito di cittadinanza piuttosto che lavorare.

Detta così, però, appare questione affrontata in maniera molto semplicistica, perché per comprendere esattamente che cosa sta accadendo nel nostro Paese, ed ovviamente anche in Puglia, si deve necessariamente analizzare tutto. Altrimenti si fa becero populismo e, soprattutto, non si punta al cuore del problema e dunque ad una possibile soluzione.

Cominciamo dal “derby”. Il cantante Al Bano Carrisi, rilanciando in qualche modo quanto già sostenuto da Flavio Briatore e dallo chef-imprenditore Alessandro Borghese ha denunciato la difficoltà di trovare manodopera per le sue aziende, affermando che i giovani non hanno più voglia di lavorare nei campi per produrre olio e vino. Alcune sue frasi hanno scatenato un putiferio: “I giovani non sono disposti a sacrificare il loro tempo libero e pretendono di essere pagati per imparare”.

E ancora: “I giovani preferiscono il reddito di cittadinanza a un percorso di carriera”.

Ma è proprio così? Secondo Banfi no, se è vero che per la sua ‘Orecchietteria Banfi’, nel quartiere Prati di Roma, il problema di fatto non esiste. La figlia dell’attore, Rosanna, ha spiegato peraltro che basta offrire un contratto regolare e garantire un clima sereno per attirare chi ha voglia di lavorare. Loro hanno lo stesso personale dal 2017, cioè da quando hanno aperto, e nel frattempo hanno fatto nuove assunzioni.

Insomma, una sorta di uovo di Colombo. Che poi è quello che sostengono i sindacati: non è vero che le nuove generazioni non hanno voglia di lavorare. È spesso vero, però, che se non c’è chiarezza sugli orari di lavoro, sulla tipologia di contratto e sullo stipendio minimo offerto, non si può pretendere che la gente accetti. Poi, che vi sia il reddito di cittadinanza è un altro discorso. E comunque, parliamoci con chiarezza: pensate ai balneari o ai ristoratori che spesso offrono lavoro per tre euro all’ora, magari con turni massacranti e senza possibilità di un pur minimo riposo settimanale. Ma voi accettereste di lavorare dieci, dodici ore al giorno per 30 euro, senza copertura assicurativa e previdenziale?

Insomma, siamo di fronte ad una sorta di corto circuito: ci sono contemporaneamente imprenditori che non trovano lavoratori e disoccupati (magari anche inoccupati) che non trovano un lavoro.

Vediamo qualche numero, allora: l’importo medio mensile del reddito di cittadinanza va dai 452 euro per le persone che vivono sole e le oltre 700 euro (nel migliore dei pochi casi) per i nuclei familiari da quattro componenti in su. Vi sembrano cifre degne di un Paese civile? Soprattutto: ritenete che si possa vivere? Certo, se la stessa cifra viene offerta da taluni imprenditori per un lavoro mensile, chiunque ci penserebbe. Poi, c’è una seconda questione: gli imprenditori che si lamentano, che cosa cercano esattamente? Camerieri, baristi, commesse/i, bagnini, ovvero persone con un minimo di competenza professionale che non sempre si trovano. Pertanto, dicono i dati, coloro definiti come “occupabili” quasi sempre non sono all’altezza perché non hanno la formazione necessaria a svolgere i compiti richiesti. Il che crea disallineamento tra quello che l’imprenditore chiede e quello che il potenziale lavoratore è in grado di offrire. Aggiungeteci i salari bassi, le cattive condizioni di lavoro e, in qualche caso, lontananza geografica tra domanda e offerta e il paradosso è servito.

A fronte di chi si lamenta, in pochi si chiedono come mai secondo il rapporto di Eurostat (ne abbiamo scritto qualche settimana addietro) nel Mezzogiorno d’Italia ci sono più disoccupati che in tutta la Germania: 501mila, escluse le isole, contro 497mila. Con l’occupazione femminile che non esiste. In Sicilia e Campania si registrano i dati peggiori d’Europa, con il 29,1% di occupate, ma Calabria e Puglia seguono a “una incollatura” come si dice nel linguaggio sportivo ippico.

Poi c’è il rapporto Bes 2021 “Il benessere equo e sostenibile in Italia” diffuso dall’Istat, nel quale le differenze regionali rimangono elevate e ricalcano il consueto divario tra il Nord ed il Sud del Paese. Il problema sono ad esempio i cosiddetti “Neet” (“Not in Employment, Education or Training”), cioè coloro che non studiano e non cercano neanche lavoro. Ci sono regioni in cui il dato aumenta vertiginosamente raggiungendo quasi 4 ragazzi su 10. La Puglia non se la passa bene, con il 30,6% dei suoi giovani. Le regioni italiane con la quota più elevata di Neet sono la Sicilia che raggiunge addirittura il 36,3%; la Calabria con il 33,5%, la Campania con il 34,1%. Noi siano al quarto posto. E non può essere un caso.

Pino Gesmundo, segretario generale della Cgil Puglia, ha risposto per le rime ad Al Bano perché le sue parole “non tengono conto della costante umiliazione che ragazzi e ragazze delle nostre terre sono costretti a subire: dati Istat alla mano – spiega – abbiamo certificato che sono meno di 150mila gli occupati under 30 in Puglia, mentre il 29% di loro rientra nei cosiddetti Neet, giovani che per disillusione nei confronti del mercato del lavoro non studiano e non lavorano. E i giovani under 35, costituiscono, spesso a causa di lavori mal pagati e senza tutele, il 31% delle persone che nella nostra regione vivono sotto la soglia di povertà, un dato inaccettabile che dovrebbe spingerci tutti ad indignarci al loro fianco anziché impartire lezioni di moralità che colpevolizzano chi ha subito maggiormente l’impoverimento e la precarizzazione del lavoro, condannando sussidi necessari come il reddito di cittadinanza”.

Il segretario generale della Uil Puglia, Franco Busto, rincara la dose: “L’equazione pubblicata un giorno sì e l’altro pure sulle testate giornalistiche locali, per bocca di esponenti, più o meno noti della parte datoriale, è semplice: noi i lavoratori li cerchiamo, ma ci dicono che il reddito di cittadinanza non lo mollano. Sono luoghi comuni, perché i numeri raccontano altro: dicono che, quando una nota azienda di fast food ricerca personale regolarmente retribuito (1200 euro circa), si presentano 1300 persone per soli 120 posti. Guarda un po’ che coincidenza… I numeri dicono che l’80% dei nuovi contratti attivati è a tempo determinato, nella maggior parte dei casi da un giorno (un giorno!) a tre mesi. Basta prendersi in giro: volete trovare i lavoratori? Pagateli il giusto, formateli e investite su di loro a medio-lungo termine, perché altrimenti non è un’offerta di lavoro, ma una proposta di sfruttamento. In alcuni casi di schiavitù”.

E il segretario Cisl Puglia, Sergio Castellucci, ricorda che “nel Mezzogiorno, nel 2021 rispetto al 2019, sono diminuiti gli occupati così come sono anche diminuiti coloro che cercano lavoro. Tra il 2010 e il 2020 al Sud si è avuto un calo di centinaia di migliaia di occupati tra cui tante donne e giovani con meno di 35 anni. In tanti casi non basta più avere un posto di lavoro perché serve anche la buona occupazione fatta di alcune condizioni fondamentali per avere un lavoro dignitoso e che possa soddisfare, realizzare e valorizzare le persone. C’è bisogno di lavoro contrattualizzato, con una giusta retribuzione, sicuro, stabile e rispettoso dell’ambiente”.

Per completare il discorso, resta da dire del reddito di cittadinanza. Qualsiasi economista ci spiegherebbe che per creare benessere o ricchezza serve lavoro e non un sussidio. Ma va anche detto che se l’idea iniziale poteva essere in qualche modo condivisibile, vista la situazione in Italia, non c’è dubbio che alla fine si sia rivelata un fallimento. E lo è stato perché proprio il governo “gialloverde” a guida 5Stelle è stato totalmente incapace di dare seguito a quanto creato. La prova…provata sono i navigator. Si tratta di giovani con un’età media di 35 anni, laureati (con la media del 107), formati e oggetto di un cospicuo investimento. Va ricordato che hanno superato un test selettivo in base a titoli e 100 domande, per ottenere il contratto di collaborazione con Anpal per circa 27mila euro lordi l’anno. All’inizio erano 2.980 ma a marzo scorso il numero dei navigator era sceso a quota 1.884: in molti hanno optato per candidarsi agli 11.600 posti con contratto a tempo indeterminato banditi dalle Regioni per i centri per l’impiego.

Avrebbero dovuto trovare lavoro ai percettori del reddito di cittadinanza, ma non sono mai stati messi nella condizione di farlo. Per colpa della fronda proprio delle Regioni e dei locali Centri per l’impiego, ma anche per la totale incapacità del governo di far rispettare il provvedimento. Così, il reddito è rimasto un mero sussidio, totalmente svuotato della logica che lo aveva prodotto. E i soli a negarlo sono ovviamente i pentastellati.

La verità è che anche in questo senso servirebbe un salto culturale. A 360 gradi, a cominciare dalla politica e finendo agli imprenditori. Il futuro si costruisce col benessere di tutti, non dei soliti noti.


Salario minimo: nuova direttiva europea

Lo scorso 7 giugno Consiglio, Parlamento e Commissione Ue hanno trovato l’accordo sulla direttiva per il salario minimo, che il ministro del Lavoro Andrea Orlando ha definito “un assist per i lavoratori"”.

La direttiva, vincolante negli obiettivi, non impone di cambiare i sistemi nazionali esistenti ma gli Stati membri avranno due anni di tempo per recepirla. Che ci sia da lavorare lo dimostra il fatto che l’Italia è tra i sei Paesi dell’Unione a non avere già una regolamentazione in materia, al pari di Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia e Svezia. Gli altri lo hanno invece già previsto da tempo, pur con le disparità inevitabili, dovute alla ricchezza dei singoli Paesi. Così, sono dati Eurostat, si va dai 332 euro mensili della Bulgaria ai 2.257 euro del Lussemburgo. In Germania è pari a 1.621 euro.

In Italia c’è una discussione aperta tra le parti sociali e all’interno dello stesso governo.

Lo stesso ministro Orlando ci ha tenuto a sottolineare che “l’Italia si è battuta per questo importante risultato che estende tutele e diritti ai lavoratori europei”.

Adesso, però, viene il bello: bisogna passare dalla teoria alla pratica.

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