Le ultime

Quella Puglia sotto i riflettori quanto ci fa bene?

È proprio vero, in Puglia la cultura è ancella del turismo. Dopo anni di strategie promozionali, budget consistenti, marketing territoriale, hashtag ad alta viralità, la Puglia ha conquistato una fama capace di superare i confini internazionali, incrociando le bellezze del territorio con una mirabile attività di product placement. Così la nostra cultura – quell’ineffabile identità composta da un patrimonio naturale, architettonico, lessicale, persino attitudinale – ha trovato una vetrina d’eccezione: il piccolo e il grande schermo, spazi ad altissimo tasso di coinvolgimento, ma soprattutto diffusori di idee e concetti capaci di cristallizzare l’immagine di un territorio.

A guidare la conquista di questo ambito mondo audiovisivo è stata certamente l’Apulia Film Commission, la fondazione oggi sotto l’occhio del ciclone soprattutto per i dissidi interni che ne hanno pesantemente condizionato l’operato. Se la lotta senza esclusione di colpi fra la ex Presidente Simonetta Dellomonaco e il Direttore Antonio Parente ha invaso qualunque mezzo di comunicazione contemporaneo – passando dai social alle tv, dai giornali alla Corte dei Conti – ciò che non si è fermato è il Film Fund, il fondo finalizzato a sostenere la fase di produzione di opere audiovisive. Il risultato è a portata di telecomando: dalle piattaforme internazionali alle reti Rai e Mediaset, la televisione italiana è tutta un fulgore di sabbie bianche e mare blu, sole abbacinante e rosoni romanici, focaccia barese e birra da 33cl, giri in motorino e gestualità accentuata. E soprattutto, inarrestabile, una petulante e furba aggressione verbale, con la quale l’inflessione dialettale diventa becero stereotipo, rappresentazione macchiettistica, spiritosaggine di quart’ordine. Fra le protagoniste indiscusse di questa offensiva mistificazione svetta senza dubbio la fiction di Rai Uno “Le indagini di Lolita Lobosco”, tratta dai romanzi di Gabriella Genisi e talmente devastante nella sua goffaggine linguistica da aver indignato perfino i cittadini baresi. La serie è tutta un florilegio di ammorbanti luoghi comuni, dalle “orecchiette che seccano al sole” (cit.) al calore della gente, dalla fulminante affermazione “che qua a Bari stiamo, mica a Legnano!” alle riprese a Pane e Pomodoro, con un mare che (strano e dirsi) irretisce fino a mancare.

A mancare, però, è solo la vergogna di una rappresentazione tanto piatta quanto irregimentata, di una scrittura tanto povera di idee quanto allucinata nella recitazione. A contendersi questo primato c’è poi “Imma Tataranni – Sostituto procuratore”, altra fiction tratta dai romanzi di Mariolina Venezia e altro poliziesco girato in un imprecisato “meridionalese”, un incrocio poco definibile di dialetti del Sud, buono per ammansire l’inerte spettatore da divano e allo stesso tempo dilettare il conteso turista settentrionale. Con buona pace dell’orgoglio dei cittadini di Matera, luogo in cui è ambientata la serie ma il cui vernacolo è stato “sacrificato” sull’altare della cultura popolare televisiva. Ma il tema degli idiomi e di quell’unicità che li caratterizza non si ferma a questi esempi, dilagando anche in “Storia di una famiglia perbene”, la miniserie trasmessa in prima serata su Canale 5 e prodotta con il contributo Apulia Film Fund di Apulia Film Commission e Regione Puglia. È infatti al grido di “trmon” (e di altre edificanti trivialità) che il protagonista affronta la crudezza della vita reale, per poi fare una scarpinata fra gli scogli del litorale e intonare una canzone per voce e chitarra accanto ai colori iridescenti del solito mare da cartolina.

Non sfuggirà però al lettore che la petulanza evidenziata in queste produzioni targate Puglia si scontra con un dato numerico che cancella qualunque dubbio: queste fiction vincono la gara di ascolti, sia in termini di spettatori che di share. Come ormai d’abitudine quando si dibatte di opere di carattere artistico, l’elemento quantitativo mette fine a qualunque diatriba di carattere qualitativo. Se Imma Tataranni sfiora il 25% di share, il brand in Puglia sale nelle classifiche di appetibilità. Se Lolita Lobosco supera i 7 milioni di spettatori, per il sistema culturale regionale si tratta di una grande vittoria. E d’altra parte, in termini di mission, le cose stanno esattamente così. Il mandato della Fondazione Apulia Film Commission è in primo luogo quello di attrarre produzioni nazionali e internazionali, affinché vengano sul territorio e vi investano. In questo senso, il sistema del cash rebate è inappuntabile e assicura che per ogni euro concesso dalla Regione corrisponda una spesa in loco effettuata dalla produzione esterna. Le maestranze pugliesi si assicurano la possibilità di ampliare il loro raggio di azione e le pellicole viaggiano per l’intero globo, 365 giorni all’anno, celebrando le bellezze territoriali e ispirando una veracità affascinante e strategicamente edulcorata. E in effetti, grazie al lavoro della fondazione, in Puglia sono arrivati registi del calibro di Abel Ferrara e Bruno Dumont, Cary Fukunaga e Michael Bay, Shin'ya Tsukamoto e Paul Haggis… pardon, quest’ultimo è stato arrestato a Ostuni con l'accusa di violenza sessuale aggravata, proprio mentre partecipava all’Allora Fest, manifestazione finanziata da Apulia Film Commission e Regione Puglia…

Eppure sono passati ben 127 anni dall’invenzione del cinematografo e tanta strada è stata fatta per arrivare ai giorni nostri, sia dal punto di vista della qualità tecnico/artistica sia in termini di strategie di marketing territoriale. Altre film commission si sono cimentate con la settima arte, utilizzandola anche a fini promozionali, ma oggi un’opera può considerarsi efficace solo se si rivela coerente con il luogo in cui è ambientato. A una policy che mette al centro le singole bellezze storiche e architettoniche, le onde del mare o il verde degli alberi, va invece preferita una produzione che rappresenti correttamente valori e identità. Per molti versi, dunque, la Puglia è una ragione che percorre due strade parallele: da una parte è dedita alla creatività e all’innovazione, mette al centro la dinamicità e la competitività, le forze giovani e l’esperienza ormai acclarata. Dall’altra resta ancora il luogo del panzerotto e del polpo sbattuto, delle emozioni gridate e della gestualità esagitata, delle ovvietà in dialetto scambiate per saggezze. A fare una perfetta parodia di un certo filone in stile Imma Tataranni è stata Emanuela Fanelli, nel programma Rai di culto Una Pezza di Lundini, con i suoi finti trailer intitolati “Agente Scelto Marilena Licozzi”. Bastano poco meno di 3 minuti per comprendere il ridicolo e il cattivo gusto che si cela dietro certe produzioni nazionalpopolari, strutturate spesso come una crime story di serie C o una barzelletta che non fa ridere. Ci meritiamo davvero tutto questo? Forse sì, forse la tv italiana è pensata proprio per il relax serale del cittadino medio, ma senza dubbio resta molto da pensare quando viene realizzata grazie a investimenti di denaro pubblico e con i proclami di un millantato rinascimento pugliese.

AFC : guerra con copione tutto da scrivere

È uno scontro ormai in campo aperto quello fra l’ex Presidente Simonetta Dellomonaco e il Direttore Antonio Parente, le due maggiori cariche della Apulia Film Commission. Partito come un conflitto di competenze, il dissidio è sconfinato nell’accusa di aggressione verbale e fisica sollevata dalla Dellomonaco nei confronti di Parente. La notizia ha poi raggiunto i media e i social network, mettendo in moto una macchina del fango che ha travalicato perfino la presunzione di innocenza e il normale corso della giustizia.

Il seguente immobilismo della Fondazione su alcuni temi di fondamentale importanza ha quindi ampliato le divergenze nel CdA, portando prima alle dimissioni di quasi tutto il consiglio e (a fine settembre) all’abbandono proprio di Simonetta Dellomonaco. In questo periodo di passaggio, la governance è passata a Giuseppe Savino (dirigente interno alla Regione) e a un nuovo CdA, ma la tempesta è tutt’altro che passata…

Scrivi all'autore

wave