Quando i baresi volevano la monarchia

Il 2 giugno, data della Festa nazionale della Repubblica, del 1946 fu per davvero una data storica. L'Italia votò, tramite il referendum istituzionale, per la propria conformazione politica opzionando tra Repubblica e Monarchia. Tra mille ritardi e tra tante polemiche, prevalse per poco la prima. Un dato molto curioso, considerando il fatto che non certo di buona stampa godesse in quel momento la dinastia che aveva retto il Paese, i Savoia. Perché la Monarchia erano loro, erano il volto di questa famiglia. Il risultato nazionale del referendum (bisognava votare apponendo una croce a fianco della corona reale, oppure ai due ramoscelli intrecciati con in mezzo l’Italia "turrita") vide prevalere la Repubblica con il 54,2% (contro il 45,8% per la Monarchia). Ma il Mezzogiorno d'Italia fu la terra dove più forte resistette l'afflato filomonarchico. Per diverse ragioni, certo. Da un lato, quest'area del Paese era stata borbonica fini al 1860-61 e poi, chiaramente, unificata anche ad opera dei Savoia stessi e dunque sotto questa condizione storica e politica fino ad Umberto II, il famoso re di Maggio. Sicuramente, però, la particolare eredità borbonica stessa, unita al lungamente secolare retaggio centralista ed appunto monarchico (che datava ai Normanni, XII secolo), ebbe il suo ruolo importante. Dall'altro lato, onestamente, questa era stata una zona italiana dove le atrocità della guerra non erano arrivate fino in fondo, di sicuro in maniera non comparabile con quanto accaduto nel Centro e nel Nord del Paese. Rappresaglie, massacri e scontri truci: al Sud se ne videro pochi. E così si era diffuso meno quell'astio contro gli esponenti dei Savoia, ritenuti responsabili prima dell'ascesa del fascismo e poi della compartecipazione col regime alla volontà di entrare in guerra, per non parlare della firma apposta da Vittorio Emanuele III alle leggi razziali del 1938.

La Puglia e Bari non fecero da eccezione a tutto ciò. Furono 116.191 (pari all'87,08% degli aventi diritto) i cittadini baresi votanti quel giorno al referendum e la Monarchia prese 84.110 (74,81%) mentre la Repubblica 28.326 (25,19%). Tre baresi su quattro si espressero in direzione monarchica. Molti storici hanno ipotizzato - oltre ai brogli in sede di calcolo nazionale, una questione dibattutissima - anche persuasioni a dir poco discutibili verso i contadini del Sud, cui si indicava il simbolo dell'Italia, come se fosse una ipotetica regina: così in tanti, analfabeti, votarono per la Repubblica pensando di farlo invece in favore della Monarchia. Le immagini traevano in evidente inganno. Ma tant'è. Andiamo avanti con qualche dato. In tutti i comuni della provincia di Bari i favorevoli alla Monarchia scesero invece al 65,11%. In Puglia scelse la Repubblica soltanto il 32,7% dei votanti, il 67,3% si espresse per la monarchia. La provincia di Bari - dove insistevano località e comuni in cui i socialisti ed i comunisti erano stati tradizionalmente forti - premiò la monarchia con 354.284 voti, contro i 191.354; un divario netto comunque anche a Bari città.

"Alle 6 del mattino - scriveva il settimanale Il Corriere di Foggia- la città è già animata. Folla di gente d’ogni ceto sosta presso le varie sezioni elettorali: gli uomini da un lato, le donne dall’altra parte". La stessa cosa, naturalmente, accadde anche a Bari ed in molte nostre altre realtà comunali. Quel voto portò entusiasmo e fiducia, gli italiani tornavano a decidere per il loro stesso futuro. Com'è noto, lo stesso giorno gli italiani votarono anche per eleggere l'Assemblea Costituente. Qui Bari manifestò quella intenzione politica moderata e conservatrice che più tardi confermò anche a livello di politica amministrativa. E così la compagine dell'Uomo Qualunque prevalse. Si trattava del partito voluto da Guglielmo Giannini. Del resto, "Bari è sempre stata una città moderata, anzi di destra e cattolica", dirà a ripetizione diversi decenni dopo Pinuccio Tatarella.

Un parco cittadino celebra quella data

La ricorrenza del 2 giugno ci spinge a fare riferimento, in termini di curiosità, ad uno dei luoghi ormai più identitari di Bari, pur non appartenendo al centro propriamente detto della città, ossia alla Bari cosiddetta "murattiana". Siamo invece a Carraasi ed il luogo è un parco, appunto Parco 2 Giugno, che il nome alla celebrazione della data deve e che rappresenta il più esteso e simbolico spazio verde della città.

L'area fu inaugurata a fine 1984 ma solo tre anni dopo, esattamente l'8 marzo del 1987, aprì definitivamente le sue porte al pubblico. Fu infatti chiuso nel 1985 per esigenze tecniche e botaniche di attecchimento e di consolidamento. La storia del parco è particolare e va, seppur in sintesi, ricordata. Chi volle e chi realizzò il parco? Un nome assai emblematico per la vivaistica pugliese e meridionale fu interessato alla sua realizzazione. Ed ecco l'attività dei fratelli de Grecis, nota azienda storicamente leader nel settore. Qui prima del parco c'era una vasta area incolta, con anche due piccole masserie ottocentesche. Siamo nel 1973. L'area ha poi ospitato spesso la sede delle giostre per i più piccoli fino a tornare ad essere compiutamente quel polmone verde che attualmente è, amato da molti baresi, specie giovani. Ampio 52mila metri quadri, a forma di trapezio, è il luogo ideale, da ormai 33 anni, per rilassarsi, studiare, camminare, fare jogging e sport, riposare, cercare silenzio. Col verde accanto, nella pace anche della natura. Non manca, poi, la fauna in qualche maniera 'tipica': piccoli scoiattoli soprattutto, cari ai più piccoli ed alle loro mamme. Nell'area degli stagni, curiosi e capaci di creare un'area raccolta e quasi romantica, si possono trovare numerose tartarughe. Non ci sono invece più le oche e le anatre, anni fa molto popolosi a queste latitudini. Altro parco grande di Bari è chiaramente quello di Pineta San Francesco, pure amatissimo e molto accorsato.

Qualche cenno sui de Grecis.

"Fu il nostro bisnonno Antonio ad appassionarsi per primo all’idea di fondare un grande vivaio. Era un uomo ricco di interessi e di cultura: amava viaggiare alla ricerca instancabile di luoghi e sensazioni nuove e ogni volta portava a casa una pianta come ricordo dei luoghi visitati. Si entusiasmava per le essenze che identificava come particolarmente adatte ad insediarsi senza traumi nel temperato clima della sua terra, la Puglia". Leggiamo così su una pubblicazione storica dedicata a questi celebri vivaisti. "Selezionava ogni specie con infinita cura e fu naturale, ad un certo punto, trasformare un hobby in un appassionato impegno - si informa ancora-. Quasi alla maniera di un esperto collezionista d’arte, si occupò di coltivare amorevolmente ogni esemplare, di gestire le diverse fasi dello sviluppo, di intervenire nella riproduzione, fino a diventare un riferimento per parenti, amici e chiunque condividesse lo stesso interesse. Era il 1911: l’anno in cui nacque il Vivaio de Grecis a Bari. A distanza di qualche tempo, seguì l’apertura di un altro grande vivaio a Latina".

Il resto è innovazione. Giuseppe, Antonio e poi adesso Luigi e Giuseppe. Questi i nomi degli eredi succedutisi nel tempo.

"Nostro padre Antonio ha dato al vivaio l’ultimo esaltante contributo. Si è distinto per la sua spiccata sensibilità estetica e per la capacità, a detta di molti unica, di 'firmare' ogni realizzazione". Grande, dunque, secondo gli ultimi esponenti della famiglia, il ruolo di Antonio de Grecis.

Ancora: "La sua formazione specialistica e il grande bagaglio di esperienza e di passione ereditato dalla famiglia gli hanno consentito di diffondere con grande generosità gli elementi cardine della progettazione del verde.

Di architettura paesaggistica, di valorizzazione delle specie autoctone, di macchia mediterranea Antonio de Grecis ha parlato per tutta la sua immensa vita con il trasporto di chi disdegna gli artifici estetici per privilegiare quelle realizzazioni capaci di replicare umilmente gli infiniti modi di essere della natura".

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