Punta Perotti: che groviglio!


Vista da fuori, è come se si stesse disputando una partita di ping pong. Solo che non si gioca sulla distanza dei tre set con tetto 21 punti e due di distacco; è una specie di partita senza fine. Apparentemente… eterna, se si considera che non si può avere un’idea di quando terminerà.

Parliamo dell’abbattimento dei palazzi di Punta Perotti, una vicenda cominciata nell’ultimo decennio del secolo scorso, culminata nell’ormai lontano 2006 e poi proseguita a botte di carta bollata, polemiche, ricorsi e controricorsi senza soluzione di continuità.

Ergo, 15 anni dopo la situazione è così indefinita che i punti fermi sono pochi: l’abbattimento delle torri di cemento; il risarcimento per le aziende costruttrici; il “parco” (virgolette necessarie, perché è in realtà una semplice area verde, i parchi notoriamente sono un’altra cosa…) sorto nel frattempo sulle aree oggetto del contendere. Ovvero parliamo di una struttura pubblica che però sorge su un suolo privato, che peraltro andrebbe restituito ai proprietari. Ed anche qui è servita tanta, ma tanta fantasia, per mettere insieme quest’altro problema.

Sì, perché il vero problema di Punta Perotti, che sfugge agli ambientalisti a costo zero che dalla finestra hanno a lungo gongolato per i manufatti buttati giù, non sono mai stati i palazzi. Ma, più semplicemente, e logicamente, le aree confiscate. Senza che mai nessuno sia stato condannato in nessun grado di giudizio. Piaccia o non piaccia, la giurisprudenza mai come in questo caso è storia. E mai come in questo caso è un guazzabuglio di errori, controsensi, punti interrogativi; tanto che per alcuni siamo di fronte ad un vero e proprio obbrobrio giuridico.

Certo è che la partita è ancora lunga e che la si gioca senza esclusione di colpi. Non più tardi della scorsa settimana i giudici della seconda sezione civile del Tribunale di Roma, hanno condannato la Presidenza del Consiglio dei Ministri a risarcire 90 mila euro ad Automobile Club Bari per il danno subito della confisca delle aree dove sorgevano i palazzi di Punta Perotti. Pochi “spiccioli”, dirà qualcuno, a fronte della richiesta di 1,8 milioni di euro richiesti per non aver potuto godere nei 12 anni della confisca di un suolo di 1.850 metri quadrati che era stato inserito nel progetto di lottizzazione approvato dal Comune di Bari nel 1992.

Ma anche in questo caso sbaglia chi si ferma alle cifre. Il problema è ben più ampio. Ed intanto solo qualche giorno prima era stato il Comune di Bari a cercare di piazzare la stoccata, con la richiesta di circa 5 milioni 400mila euro che Palazzo di Città pretende dalla Sud Fondi, la società che fa capo alla famiglia Matarrese e che aveva costruito Punta Perotti. Si tratta della stessa procedura con la quale i giudici hanno dato il via libera al piano di salvataggio per evitare il fallimento dell’azienda. In sostanza il Comune chiede alla Sud Fondi l’Imu che gli spetta per i suoli sui quali il complesso era stato realizzato. Inizialmente, poco meno di 11 milioni di euro. Di fatto dimezzati dall’approvazione del concordato ed inserito soltanto in parte fra i crediti cosiddetti “privilegiati”: 3,4 milioni di euro a fronte dei 36,6 milioni di debiti chirografari.

Ma siamo ancora agli…spiccioli, sia pure richiesti dal Comune e non dai costruttori. La partita vera invece è quella che si deve ancora giocare e di cui si ha contezza al momento, in una fase che potremmo ancora definire di “riscaldamento”. Ovvero la partita del risarcimento per la quale la terza sezione civile della Corte d’Appello, evidentemente ritenendo quanto meno meritevole di approfondimento la richiesta della società, aveva disposto nel marzo 2019 una “super perizia” per quantificare l’esatto ammontare dei danni eventuali.

Già nel 2014, il Tribunale di Bari, in primo grado, aveva rigettato la richiesta di risarcimento avanzata dalla società facendo riferimento alla somma liquidata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (37 milioni di euro). In realtà il risarcimento riconosciuto dalla Cedu, condannando l’Italia per la vicenda, riguardava il solo mancato godimento dei suoli a causa della confisca illegittima disposta dalla magistratura. Invece il tribunale aveva ritenuto che la somma comprendesse già tutti i danni mentre la Corte di Appello ha poi accolto la richiesta avanzata dalla società disponendo una consulenza tecnica che quantificasse i danni patiti per l’abbattimento. Ovviamente, ciò non significa che le somme in questione saranno riconosciute e risarcite, ma potrebbe anche essere. Magari non esattamente così come quantificate e solo in parte. In ogni caso, si attendeva un pronunciamento formale ad aprile scorso. I rinvii imposti dall’emergenza Covid hanno portato invece ad uno slittamento.

La Corte d’appello si è nel frattempo affidata ad un collegio di periti di estrazione non barese: la prof.ssa Gabriella De Giorgi, docente di diritto amministrativo dell’Università del Salento ed urbanista, l’ing. Raffaele dell'Anna, anche lui di Lecce, e il dott. Franco Botrugno, commercialista di Brindisi. Le prime conclusioni sono arrivate ad ottobre scorso: il danno era stato quantificato in 144 milioni di euro circa. Ma lo scorso gennaio c’è stata una correzione al rialzo a seguito di alcune osservazioni dei legali della Sud Fondi in liquidazione. Si è così passati ad una possibile richiesta di risarcimento che oscilla tra 174 a 212 milioni di euro.

Nel caso in cui la Corte d’Appello ritenesse fondata la richiesta (poi dovrebbe pronunciarsi anche la Cassazione) parte della somma finirebbe nell’attivo a favore dei creditori nell’ambito della procedura di concordato. A pagare dovrebbero essere non solo il Comune di Bari, ma anche Regione Puglia e Ministero in relazione a pareri e autorizzazioni che la Sovrintendenza rese all’epoca della lottizzazione.

Nella corposa cifra richiesta da Sud Fondi, c’è un po’ di tutto. Praticamente la “storia” del contenzioso: dalle spese legali sostenute a quelle pagate dagli imprenditori per i progetti; dai lavori di costruzione alle fideiussioni in favore degli acquirenti, fino all’indebitamento della Salvatore Matarrese Spa, oggi a sua volta in concordato; poi ci sarebbero i mancati ricavi, il controvalore dei suoli sui quali nel frattempo è sorto il “Parco della Legalità” e l’Ici con gli oneri di urbanizzazione pagati al Comune. Una mazzata, per essere chiari, soprattutto perché i periti hanno stabilito, come detto, che tali danni non coincidono con quanto già risarcito dalla Corte Europeo per i Diritti dell’uomo,.

Tra l’altro, non finisce qui. Resta in attesa di soluzione la richiesta della Mabar (della famiglia Andidero) che ha chiesto al Comune danni per 30 milioni. Oltre alle tante azioni giudiziarie avviate nel tempo per la restituzione dei suoli del Parco Perotti che il Comune detiene senza averne alcun titolo. Il che porta anche a immaginare che in presenza di eventuali condanne, bisognerà successivamente aprire un altro capitolo rispetto alla condotta degli amministratori locali. Perché prima poi qualcuno dovrebbe essere chiamato a pagare.

Siamo di fatto di fronte ad un ginepraio che rischia di costare ai contribuenti ben più di quanto costato finora con il risarcimento deciso dalla Cedu. Anche perché il discorso che ogni tanto qualcuno fa al Comune, secondo il quale “non c’entriamo niente”, è assolutamente privo di fondamento. Chi sono, infatti, i contribuenti che pagano il danno fatto? Se è vero che lo Stato siamo noi, tutti i cittadini, baresi o no che siano…

Una vicenda nata nel marzo del 1997

È stato definito “Ecomostro”; per i baresi era, più semplicemente, “la saracinesca” perché chiudeva la visuale sull’orizzonte a sud della città.

Punta Perotti fu realizzata delle imprese Andidero, Matarrese e Quistelli, che ricevettero regolare autorizzazione dal Comune di Bari in quanto i terreni erano considerati edificabili ai sensi del Piano Regolatore Generale.

La vicenda giudiziaria comincia nel marzo del 1997, col sequestro preventivo di suoli e palazzi, che secondo i magistrati deturpavano un’area naturale protetta, cioè la costa, trovandosi a pochi metri dal mare. Nel novembre del 1997 la Cassazione annullò il sequestro perché l’area in cui si trovava il complesso, secondo il P.R.G., non era vincolata.

Nel febbraio del 1999 arrivò la sentenza di primo grado: i costruttori vennero assolti in quanto in possesso di regolare autorizzazione a costruire (basata su leggi urbanistiche regionali), ma venne ordinata la confisca del complesso ed il suo trasferimento al patrimonio del Comune perché realizzato in contrasto con la normativa nazionale (che vietava di edificare in zone costiere). Nel giugno del 2000 la Corte di appello confermò l’assoluzione degli imputati ed inoltre ordinò la restituzione di edifici e terreni al costruttore, annullando la confisca imposta dalla sentenza di primo grado. Il processo si concluse nel gennaio del 2001.

L’abbattimento dei manufatti avvenne in tre fasi nell’aprile 2006. Nel novembre 2010 il tribunale di Bari, recependo la decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del gennaio 2009 (a cui le imprese si erano rivolte, peraltro ottenendo un risarcimento di 49 milioni di euro complessivi), che dava ragione ai costruttori, ha emesso ingiunzione contro l’allora sindaco Michele Emiliano. In sostanza, il comune deve restituire i terreni ed i fabbricati.

Ma c’è un problema, non di poco conto: sono stati abbattuti e quindi non esistono più…

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