Puglia in rosso? I numeri non si piegano al... consenso

Ci siamo. Oggi capiremo se, e come, cambierà la nostra vita per le prossime settimane. Ovvero se sarà tutta la Puglia a passare da zona arancione a zona rossa oppure le sole province Foggia e Bat, come richiesto dalla Regione. L’ultima parola spetta al governo, sulla scorta dei dati del contagio dell’ultima settimana, anche se la scelta del presidente Emiliano appare un po’ timida rispetto alla situazione e soprattutto non in grado di concedere respiro completo al sistema ospedaliero, che non è in affanno solo nelle due province indicate, e che l’ha chiesta a gran voce. Tra l’altro, la scelta rischia di creare un disallineamento tra le varie zone del nostro territorio. Diciamo che nella richiesta è mancato quel pizzico di coraggio che avrebbe scontentato molti ma salvato tanti pazienti in più.

Certo è che comunque andrà a finire, ce la siamo cercata. Perché, diciamocelo con chiarezza: nella lotta alla pandemia da Covid-19, stiamo vivendo un momento di grande caos. Siamo sul filo del rasoio da tempo, eppure a molti non è ancora chiaro un dettaglio fondamentale: in questa fase dobbiamo fare solo ed esclusivamente quello che serve, non quello che ci piace. 

Un esempio? La scuola, oggetto di una inconcludente e dissennata battaglia di principio che aggiunge caos al caos e che vede confrontarsi schieramenti opposti come se limitare i contagi fosse un problema di pochi e non di tutta la comunità. E come se qualcuno mettesse in dubbio il valore della scuola stessa. Ma non è così. Lo dimostra il fatto che in molti comuni della regione (e del resto del Paese) i presidi hanno autonomamente chiuso i propri istituti a fronte delle situazioni che si sono venute a creare. Per elementare buon senso, invece della battaglia contro i mulini a vento.

La scelta da fare è sempre la solita: decidere se con la nostra ottusità e la nostra scarsa consapevolezza vogliamo assestare un colpo fatale al sistema ospedaliero o se vogliamo tirarci fuori – tutti insieme – per tornare non appena possibile alla normalità. Solo che adesso bisogna fare di necessità virtù, accettando i sacrifici e, se necessario, imporre le scelte. Anche quelle più dure, se serve. Perché se il sistema collassa e se i contagi aumentano, alla fine nelle terapie intensive i medici dovranno scegliere chi salvare e chi lasciar morire. Come accaduto a Bergamo nella prima ondata. Che cosa c’è di poco comprensibile in tutto questo?

Eppure, tra le tante variabili di questa lotta contro un nemico ancora non domo c’è un anello debole: l’autoregolamentazione da parte di ciascuno di noi che trasforma in impossibile la gestione. Se si va in via Sparano il sabato; sul lungomare tutti ammassati appassionatamente la domenica; se i genitori fanno sistematici capannelli davanti a scuola ogni mattina; se non si riesce a resistere alla “tentazione” di acquistare qualcosa in uno dei colossi della grande distribuzione. Così non vinceremo mai.

Lo dicono i numeri, prima che gli appelli di chi la battaglia la combatte in prima linea. E per numeri intendiamo non solo quelli “leggibili”, cioè i contagi quotidiani e le medie che ci sottopongono giornali e tv, ma i dettagli; quelli che studiano gli esperti. La Puglia, ad esempio, nella settimana precedente lo scorso 16 novembre ha fatto segnare il più alto indice Rdt (1,4) tra tutte le regioni italiane. L’ Rdt è l’indice di accelerazione (e quindi di replicazione) del contagio, da non confondere con l’Rt di cui sentiamo parlare, che invece è il “semplice” indice di contagio. Peraltro, sempre lunedì 16 novembre la media pugliese tra tamponi e nuovi casi è stata del 23,5% a fronte del 17,9% nazionale. Del resto, all’ultimo check del governo la Puglia non è diventata “rossa” per un misero 0,02%. Zona nella quale si dovrebbe restare non meno di tre settimane, secondo quelle che sono le indicazioni di massima che arrivano da Roma.

Ma di numeri in giro ne circolano troppi e spesso creano confusione proprio per la difficoltà di comunicazione che palesano, come spiega il prof. Giorgio Assennato, già presidente dell’Arpa Puglia, una vita a confrontarsi con i dati: “Non sono un epidemiologo – puntualizza – ma è chiaro che i 21 parametri non aiutano a comprendere soprattutto perché non se ne conosce il rango, e dunque l’importanza, di alcuni di questi parametri rispetto agli altri. In ogni caso, direi che si rende obbligatorio tenere sotto costante controllo i ricoveri, le terapie intensive, i decessi. Con quelli non si può sbagliare nel valutare quanto sta accadendo”.

Difficile, se non impossibile, dargli torto. Lo sanno bene i medici che sono duramente intervenuti all’inizio della settimana col loro presidente nazionale dell’Ordine, il barese Filippo Anelli, che ha chiesto a gran voce che la Puglia diventi subito zona rossa per alleggerire il peso sul sistema ospedaliero e per contenere i contagi. I numeri supportano la sua tesi: nella settimana dal 9 al 15 novembre ci sono stati 8.737 nuovi casi, con un incremento giornaliero medio di 1.248, contro i 7.075 nuovi casi e una media giornaliera di 1.011 della settimana precedente. Il totale dei ricoverati è passato da 5.284 della settimana precedente a 8.120 (+ 2.836). I pazienti in terapia intensiva sono passati da 754 a 1.053 (+299). In incremento anche i pazienti in isolamento domiciliare: da 93.346 a 140.093 (+46.747). Le restrizioni fin qui adottate non riescono ad arginare la diffusione del virus. “Con questi ritmi di crescita – ha detto Anelli – rischiamo il collasso del sistema. Urge adottare subito misure più restrittive”.

Sulla stessa lunghezza d’onda gli anestesisti, ormai allo stremo delle forze e in carenza d’organico, e i pediatri, che si sono fatti sentire invitando i genitori a non mandare i bambini a scuola. E a proposito di scuola, vanno segnalati i numeri forniti dalla Asl Bari, che ha calcolato tra il 6 e l’11 di novembre 243 casi di positività contro i 132 precedenti. Con un aumento pari all’80%. 

Poi ci sono i dati che la Regione ha presentato mercoledì scorso all’udienza del Tar: 1.055 casi di positività fra alunni e personale scolastico su 562 scuole, pari al 6,5% dei casi totali durante il periodo successivo all’apertura delle scuole (16.155). Questi casi di positività, nelle stesse settimane, hanno generato ben 7.180 provvedimenti di isolamento domiciliare fiduciario. E non servono commenti…

Anche il prof. Pierluigi Lopalco, assessore regionale alla Salute, ha lasciato intendere che un inasprimento delle regole non farebbe male. Su fb ha spiegato con chiarezza la situazione. A questo ritmo, “la pressione sui servizi sanitari nelle prossime settimane continuerà ad aumentare e si stabilizzerà solo quando il numero di nuovi ricoveri sarà pari al numero di dimissioni”. Affinché si allenti, invece, si dovrà aspettare “quando le dimissioni saranno superiori ai ricoveri”. Non per ora, dunque. Perché l’aggiornamento ufficiale dei dati percentuale di inizio settimana riferisce che in Puglia siamo al 31% di occupazione dei posti di terapia intensiva dedicati ai pazienti covid e al 44% di occupazione dei posti di area medica. Il che vuol dire che è stato ufficialmente superata la soglia di attenzione che il ministero della Salute utilizza con i 21 parametri utilizzati per decidere la classificazione delle regioni.

Insomma, siamo al bivio per davvero. Ma la partita è ancora da giocare. Sempre che la si giochi tenendo ben presente che mai come in questa fase bisogna fare di necessità virtù. Ovvero, puntare tutto su quello che serve e non su ciò che ci piacerebbe fare. Per quello c’è tempo, a patto che oggi ognuno di noi, nessuno escluso, si assuma le proprie responsabilità e smetta di pensare che “tanto a me non può accadere”.


Il 118 travolto dalle chiamate di aiuto

Che la situazione della Puglia sia ormai da zona rossa piena e non parziale è abbastanza chiaro anche dai dettagli. Tutti non buoni, che non lasciano presupporre nell’immediato miglioramenti. Sono nuovamente un caso le Rsa, le Residenze sanitarie per anziani. Non esiste un bilancio esatto di quanti decessi vi siano stati da marzo scorso, certo è che in questa seconda ondata la situazione è drammatica, visto che si contano circa 700 contagi solo nelle ultime tre settimane.

Ci sono poi le grandi difficoltà del servizio 118, che è travolto dalle chiamate e fatica a tenere il passo. Tra l’altro, come riportano le cronache, in Puglia è ormai praticamente impossibile avere un’ambulanza per una patologia che non sia Covid. Il che è inconcepibile quanto pericoloso.

Non a caso stanno scendendo in campo i militari dell’Esercito, che offrono il loro contributo con ospedali da campo e con l’intervento nei drive trough, dove è possibile fare il tampone restando in auto. 

Del resto, non è un caso che il fronte di chi chiede rigore si sia allargato con personalità di indubbia competenza, che “tastano” quotidianamente il polso della situazione. E’ il caso della professoressa Maria Chironna, responsabile del laboratorio di Epidemiologia molecolare del Policlinico di Bari. Non ha usato mezzi termini, affermando che “il mondo della scuola è fuori controllo” e che “il contanct tracing è saltato”. E se lo dice lei, c’è solo da preoccuparsi…


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