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Protezione incivile

È il 23 dicembre dell’anno appena trascorso. È l’antivigilia. Antonio Mario Lerario, capo della protezione civile della Puglia viene arrestato per il reato di corruzione. I finanzieri lo beccano con le mani nella marmellata: ha appena ricevuto una busta contenente 10mila euro. La macchina del tempo riporta improvvisamente agli anni di tangentopoli: l’odore è lo stesso, come l’amaro che lascia in bocca. Un uomo delle istituzioni intasca denaro illecito. Ma da chi?
Da un imprenditore, il foggiano Luca Ciro Giovanni Leccese. A documentare l'incontro tra i due, e quella che per la Procura di Bari è la consegna di una tangente, c'è un video girato attraverso una microspia posizionata dagli investigatori nella macchina di Lerario. Il video mostra il numero uno della Protezione civile, sul sedile del guidatore mentre l'imprenditore apre lo sportello dal lato passeggero e prendendo dalla tasca interna del giubbotto una busta bianca, la mette nel vano porta oggetti tra i due sedili anteriori: "Dottore mi può aprire un attimo il cofano, un momento solo dottore", dice l'imprenditore mostrando la busta. All'interno, come scoprono successivamente i finanzieri del Nucleo di Polizia Economico - Finanziaria di Bari, ci sono 10mila euro in banconote da 50 euro. Lerario scende nel frattempo dall'auto perché l'imprenditore mette nel vano bagagli della macchina anche un cesto natalizio e un cartone con una bottiglia di champagne.
Leccese finisce ai domiciliari assieme con un altro imprenditore: Donato Mottola. Anche lui consegna a Lerario, ma un giorno prima dell’arresto, un cesto di Natale con un pezzo di carne pregiata e con una bustarella da 20mila euro. E così, in una intercettazione telefonica, la mazzetta diventa manzetta. Cosa che farebbe anche sorridere se fosse la scena di un film e invece è tutta realtà. L’imprenditore si affretta a spiegare agli investigatori che avrebbe consegnato a Lerario la somma per sua iniziativa, "per fare un regalo", "per ringraziarlo dei lavori che gli erano stati affidati".
La finanza continua a scavare e scopre il “metodo Lerario”: fatto di imprese amiche che hanno lavorato negli ultimi anni, fornendo beni e servizi, prestazioni e materiali, anche durante la pandemia da Covid-19. Sempre le stesse che, in virtù di un affidamento diretto per ragioni di emergenza, o di una maggiore convenienza nell’offerta, hanno ricevuto appalti milionari.

Scattano le perquisizioni negli uffici della Regione Puglia. L’ultima in ordine di tempo risale al 7 febbraio scorso quando i militari acquisiscono i documenti relativi agli affidamenti e appalti a quattordici ditte, che potrebbero essere state favorite dall’ex capo della Protezione civile. Il provvedimento di perquisizione è firmato dal procuratore aggiunto Alessio Coccioli e si è reso necessario in quanto, nelle precedenti visite negli uffici di via Gentile, gli uomini del Nucleo di polizia economico-finanziaria non erano riusciti ad acquisire tutta la documentazione utile a verificare la legittimità delle assegnazioni di lavori per molti milioni di euro. I documenti riguardano gli affidamenti alle ditte: DMeco Engineering, Edila sella, Illuzzi Antonio, Costruzioni Barozzi, Cobar, Demetrio Zema, Sigismondo Zema, GScavi, Agrigirardi, GFG, La Pulisan, Neos Restauri, Sis Med. Il mandato è di acquisire: progetto tecnico, perizia, computo metrico, indagine di mercato con allegate richiesta di preventivi, preventivi ricevuti. Nel caso di procedura telematica: inviti, offerte pervenute, verbali di nomina commissione di gara, data di iscrizione degli invitati al portale del soggetto aggregatore.

Un lavoro lungo e meticoloso quello degli investigatori che stanno seguendo il filo unico che lega i pezzi di una maxinchiesta che riguarda una grossa fetta di opere finanziate dalla Regione Puglia. Punto di partenza, il lievitare dei costi relativi alla realizzazione dell’ospedale Covid alla Fiera del levante. Sì l’ospedale della Fiera. Lo stesso costato 17 milioni e mezzo di euro per un costo medio di circa 112mila euro a posto letto. I lavori per la struttura, che ospita complessivamente 154 posti letto, sono stati assegnati per una cifra intorno agli 8,5 milioni, cui si sono aggiunti nel corso del cantiere cinque ordini di servizio, che hanno di fatto raddoppiato la spesa complessiva per l'ospedale da campo.
Nel corso della conferenza stampa di consegna delle chiavi dell’ospedale, Lerario si affrettò a spiegare, a favore di telecamere, che gli ordini di servizio hanno riguardato essenzialmente l'allestimento della struttura e la dotazione di attrezzature, ma anche "lo stato dei luoghi", con interventi sul piano impiantistico, e che non sarebbero stati previsti nel progetto iniziale. Prezzi lievitati dunque in corso d’opera, necessari secondo quanto spiegato. Ma erano altri tempi: c’era la pandemia e tante cose sono passate in secondo piano: come il ritardo dell’inaugurazione dell’ospedale per la mancanza di bagni per i pazienti (poi chissà come mai non fossero già previsti nel progetto iniziale, è mistero per tutti). Già la pandemia, la stessa che ha impoverito tanti ma sicuramente arricchito pochi altri.
Basti pensare alla fabbrica pubblica per la produzione di mascherine, inaugurata ad agosto 2020 e di fatto quasi bloccata sei mesi dopo, per il venir meno della necessità di reperire Dpi sul mercato. E anche intorno a quella fabbrica, girano gli appalti ai soliti noti. Non solo: quando ci si rende conto che le mascherine, così prodotte dalla fabbrica in periodo di pandemia, hanno bisogno di un imballaggio, “in rispetto alle vigenti previsioni normative e di certificazione, per preservare le caratteristiche dei dispositivi sanitari prodotti nello stabilimento e per consentirne la distribuzione in favore della rete dei servizi pubblici essenziali e del sistema sanitario regionale destinatario, nonché l’adeguata conservazione”.

E allora, con determina dirigenziale si aggiudica la fornitura per un importo di 152.500 euro, per la fornitura di quegli imballaggi così “fondamentali”. I nomi sono sempre gli stessi che si intrecciano e sui quali sono all’opera da un anno gli investigatori, che il 23 dicembre scorso hanno messo un primo punto con l’arresto in flagranza di Lerario. Le immagini restituite dalla microcamera piazzata nella sua auto, raccontano di un incontro concordato e della fuga di Lerario quando si accorge che l’imprenditore foggiano Luca Leccese gli sta consegnando la busta.

E quando Lerario, mazzetta alla mano, spiega agli investigatori che le sue intenzioni erano quelle di restituire la tangente ricevuta la sera prima, non ci crede nessuno: i 20mila euro erano stati versati da sua moglie sul conto di famiglia, 12 ore dopo averli ricevuti assieme al pacco con la carne pregiata. Gli accordi per gli appalti, le accortezze per non essere intercettati, come lasciare i telefoni in auto o in un’altra stanza, le pressioni sui dipendenti, la conoscenza accurata di indagini in corso: tutti tasselli messi insieme dai militari che proseguono le indagini. Il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, all’indomani dell’arresto parla di fatti gravi e assicura “un'ulteriore massima allerta su qualunque procedura di gara, di affidamento e di accreditamento e simili per la acquisizione di beni e servizi che sarà indetta ribadendo a ciascuno delle decine di responsabili dei centri di spesa la massima attenzione e trasparenza nella applicazione delle procedure previste dalla legge". Ammettendo evidentemente che, di attenzione, non ce ne è stata abbastanza.

QUELLE PLAFONIERE DA OLTRE SEICENTO EURO

Che in Puglia costi tutto un po' troppo, è cosa nota. Sono passate alla storia le 1.703 plafoniere al costo di 632 euro ciascuna, scelte per la nuova sede della Regione Puglia. Una fornitura, nei fatti, mai ritirata, dopo che la vicenda, ribattezzata “sprecopoli pugliese”, è finita oltre i confini regionali. Il caso è finito ufficialmente anche in un fascicolo della Corte dei Conti con tanto di accertamenti da parte della Guardia di finanza.

Anche in quell’occasione, fu immediata la reazione del Governatore pugliese che costituì un collegio di vigilanza per occuparsi di verificare la congruità dei prezzi, dando contestualmente disposizione agli uffici preposti di sospendere la fornitura e ogni pagamento nei confronti della ditta che ha acquistato le plafoniere. Ne è seguito un taglio drastico delle spese iniziali preventivate, con una versione riveduta e corretta del progetto, che ha portato a una conseguente archiviazione dell’indagine.

Nei fatti oggi nella nuova sede della Regione, le plafoniere sono state montate ma sono decisamente meno costose di quelle scelte inizialmente. Insomma, dopo la tirata di orecchie nei salotti delle televisioni nazionali, è stata messa una pezza. O meglio una coperta.

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