Prepararsi al decollo: si accende l'innovazione

Una volta il pesce grosso mangiava quello piccolo, adesso il pesce veloce mangia quello lento”.

È tutta in questa frase di Sebastiano Gadaleta, manager ed esperto in innovazione, autore del libro “Innova senza errori” pubblicato da Libri d’Impresa, di cui parliamo nel box, la necessità di innovare per le imprese, soprattutto quelle piccole e medie che rappresentano oltre il 90% del tessuto imprenditoriale italiano.

L’innovazione è dunque un bisogno irrinunciabile se si vuole rimanere competitivi, cogliere le opportunità del mercato, reggere la botta delle crisi pandemica che stiamo vivendo. Per qualcuno è una sorta di panacea per tutti i mali che affliggono il sistema economico italiano.

È davvero una manna piovuta dal cielo per risolvere i guai delle imprese?

“Non è così. Nell’ecosistema dell’impresa l’innovazione non è tutto, ma è sicuramente una di quelle leve che può generare vantaggio competitivo per le aziende rispetto ai loro competitor. Più che un fine, l’innovazione è un mezzo”.

Una componente naturale per lo sviluppo dell’azienda, deve entrare nel suo Dna.

“Un tempo le componenti principali erano marketing e contabilità, si puntava molto al controllo dei costi, quindi il management era attento soprattutto su modelli di controllo di gestione. Poi si è compreso l’importanza del marketing, puntando su consulenti esterni, fino ad arrivare alle big corporation che hanno inserito il marketing all’interno della struttura aziendale. La terza evoluzione, quella naturale, è stata l’innovazione. Oggi si guarda a innovazioni singole, invece noi guardiamo all’azienda nella sua totalità e applicare l’innovazione ai diversi modelli di business. E auspichiamo che il Chief Innovation Officer (il responsabile dei processi innovativi) sia inserito nell’organigramma aziendale”.

Quando si parla di innovazione normalmente si pensa a quella di prodotto e di processo produttivo, ma questa pandemia ci ha messo di fronte a una innovazione determinata da fattori esterni.

“Questa è l’innovazione dei modelli di business. Cioè partiamo dalle tecnologie di base, che in genere vengono utilizzate per innovare il prodotto e il processo, per far sì che si cambi approccio e, adeguato al modello di business (come interagisci con i clienti, come eroghi i servizi, etc…), si trasformi in innovazione del modello di business. A questo si tende, un po’ perché siamo stati costretti, un po’ perché si tende a puntare su questo quale leva di vantaggio competitivo”.

Nel libro i processi e le metodologie sono spiegati passo passo e molto articolati. Ma il punto di partenza sono le domande, tante domande.

“L’analisi è fondamentale, perché se non conosco e non coinvolgo l’imprenditore nel processo di analisi, non riesco a capire e a far scoprire come le tecnologie possano essere applicate al modello di business, a patto di conoscerlo bene”.

È capitato di incontrare imprenditori che non conoscessero il proprio modello di business, o che quanto meno non ne fossero pienamente consapevoli?

“Molti imprenditori non conoscono le criticità del loro modello di business o come si possano semplificare. Però nella maggioranza hanno consapevolezza della loro azienda, però non hanno idea di come possano sussistere leve tecnologiche per migliorare e innovare”.

Quando si parla di innovazione si pensa subito ad aziende che operano nel settore delle tecnologie avanzate, ma non è corretto. Non a caso nel libro si cita il caso di un tarallificio artigianale.

“Quando si parla di innovazione ci si rivolge a imprenditori che operano nel settore manifatturiero. La maggior parte di loro è convinto che nel proprio settore si possa fare poco o nulla per innovare. Nulla di più falso, come dimostro con gli esempi riportati nel libro. Metteteci alla prova, fateci fare un’analisi dell’azienda e verificherete che è possibile”.

Ci sono settori di tendenza nell’ambito innovativo?

“L’innovazione può e deve essere applicata a tutte le aziende manifatturiere, partendo da quella di prodotto e di processo. Poi va fatta una considerazione. Quando si parla di start-up innovative si fa una distinzione tra deep tech (letteralmente tecnologia profonda, n.d.r.) e innovative. Quando si parla di deep tech, è un settore stravolgente che al servizio delle aziende più standard ci sia un impatto notevole. Faccio l’esempio dell’Hololens di Microsoft, che opera nella realtà virtuale aumentata e che non è fine a se stesso, ma deve avere delle applicazioni pratiche che aiutano le aziende i problemi attraverso l’utilizzo di app e soluzioni per il business. Quindi come settore trainante direi quello delle deep tech, come applicativo quello della manifattura, puntando sulle piccole e medie imprese, che hanno anche budget limitati”.

I processi innovativi però coinvolgono anche le risorse umane.

“Quanto più grande è lo stravolgimento del modello di business, tanto più impatto ha sul personale. Perché il tutto si tenga, ci devono essere risorse umane predisposte al cambiamento. Ogni volta che facciamo progetti aziendali, c’è una certa resistenza nel personale che però, alla luce dei vantaggi che gli stessi lavoratori hanno, partendo dal miglioramento delle performance all’interno dell’organizzazione aziendale, riusciamo a superare. Non solo nei dipendenti, ma anche nei datori di lavoro. Finché non presentiamo il piano dettagliato, lo scetticismo aleggia”.

Come emerge dal libro, spesso gli imprenditori presentano progetti di innovazione perché sono ormai indispensabili per partecipare a bandi per l’assegnazione di fondi. Il problema resta quello di legare la mancanza di innovazione alla cultura d’impresa.

“Con una botta di autoironia ci definiamo anche evangelisti della cultura d’impresa”.

Quali sono le fonti di finanziamento più efficaci per chi vuole innovare?

“A livello regionale sono sicuramente i piani integrati aziendali (PIA), perché permettono di costruire modelli di business importanti. Poi, a livello nazionale c’è Industria 4.0 che, a mio parere, rappresenta un valore aggiunto epocale per l’investimento che le aziende vogliono fare. Però si sta facendo strada un fenomeno: mi certificano il bene 4.0 e va tutto bene, ma non è proprio così perché servono interconnessioni e vantaggi reali. Nei nostri progetti, oltre alla certificazione che è un dato formale, forniamo i fascicoli tecnici in cui ci sono gli impatti sul modello di business, perché l’innovazione dev’essere vera e non solo formale, o di facciata”.

I periodi di crisi vengono utilizzati dalle imprese per ristrutturare, riorganizzare, rimodellare il business. Sta accadendo questo?

“Sì, il nostro lavoro è aumentato soprattutto perché gli imprenditori più avveduti hanno compreso che c’è la possibilità di riavviare un processo di forte crescita, anche grazie alle opportunità legate al Recovery fund, che arriveranno in tutti i settori più innovativi, a cominciare da digitalizzazione ed economia circolare”.

Che risposta sta dando, a livello innovativo, la pubblica amministrazione?

“Lì non c’è scetticismo, ma vera e propria reticenza. I proclami a livello nazionale ci sono, come quando si parla di Agenda 2020 o di nuove modalità di comunicazione con la pubblica amministrazione, poi però se verifichiamo quello che accade soprattutto nei Comuni più piccoli, quelli della provincia, non c’è ancora un cambio di passo, perché esiste anche un problema di professionalità. Probabilmente anche per fattori anagrafici, dovuti al mancato ricambio del personale da parecchi anni a questa parte”.

In questo momento, se dovesse scegliere se lavorare per una piccola o una grande azienda, aldilà del ritorno economico, cosa deciderebbe?

“La piccola azienda, sia per motivi di appartenenza, perché sono cresciuto con le piccole aziende, ma mi sono formato nelle grandi. Le piccole aziende sono un po’ come i bambini a cui puoi insegnare a camminare e a correre un po’ come tu vuoi. Quando si va nelle big corporation, ci si scontra anche con procedure che spesso non consentono di fare innovazione come si vorrebbe. Oggi il paradigma è un po’ cambiato: prima c’era il pesce grande che mangiava il pesce piccolo, oggi il pesce veloce mangia quello lento. Quindi le Pmi sono indubbiamente il pesce più veloce e i fenomeni di open innovation sono la naturale conseguenza, cioè la grande azienda che si fa affiancare da quella piccola per l’innovazione”.


Una guida preziosa per gli imprenditori

Una guida preziosa per chi vuole capire di più dei processi di innovazione indispensabili per le imprese. Utile anche districarsi tra la selva degli incentivi all’innovazione, da quelli nazionali a quelli regionali, ma soprattutto un percorso interessante tra le varie fasi di progettazione di una fase innovativa per l’azienda, che parte dall’analisi della situazione e, tappa dopo tappa, arriva al progetto, toccando tutti gli àmbiti dell’impresa.

Si intitola “Innova senza errori – Strategie per finanziarti a costo zero”, scritto da Sebastiano Gadaleta, manager ed esperto in innovazione, centosettanta pagine pubblicate da Libri d’Impresa e che, come indica il titolo, si rivolgono direttamente all’imprenditore. Gadaleta prendendo quasi per mano il suo interlocutore, lo guida alla scoperta dei punti di criticità dell’azienda e gli spiega come e cosa fare per renderla più innovativa e competitiva, come cambiare e migliorare il modello di business, cita esempi concreti, casi di piccole aziende artigianali che hanno scoperto con stupore di poter innovare produzioni antiche, mettendole al passo con i tempi, rendendole più competitive.

Insomma un libro che non dovrebbe mancare sulla scrivania di ogni imprenditore, piccolo o grande che sia.


Scrivi all'autore