Piccinni, in scena da 167 anni

L’anniversario, il 4 ottobre, dell'inaugurazione, nel lontanissimo 1854, del teatro Piccinni di Bari ci fa pensare ad una stagione storica davvero irripetibile per il capoluogo pugliese. I teatri cittadini hanno rappresentato il desiderio di crescita di Bari, la sua capacità di sguardo moderno, la volontà quantomeno di pensarsi grande ed in grande, in relazione anche con la migliore cultura europea. Una città, infatti, è nei suoi luoghi, spazi che raccontano la sua anima ma anche la sua sfida alla storia e al tempo. Luoghi brutti non ne esistono, esistono luoghi cui non si dà ed attribuisce anima. E una città ha anima, sa proporsi, sa raccontare di sé soprattutto -se non esclusivamente- tramite la cultura. Una cultura in senso totale, elevato, sociologico; intesa come valore attivo e civico e non come mero repertorio nozionistico, foss’anche pure di ricerca e scienza. Ed ecco spiegata questa vocazione barese, tra metà Ottocento e primo Novecento, quando la vecchia aristocrazia del Sud si faceva in quattro per assumere i panni di una borghesia 'improvvisata', non sempre comprensiva dell'importante e strategico ruolo della cultura. Sui teatri invece Bari non si fece mancare proprio nulla ed i frutti li vediamo ancora oggi. Il Piccinni, il Margherita, il Petruzzelli: per citare i più famosi ed arrivati sino a noi, perché la sola Bari ottocentesca ne conterà diversi, spesso piccoli e poi riconvertiti a cinema o scomparsi. Non che non siano mancate difficoltà ed anche tragedie. Tutto ben noto, talvolta tristemente. Ma intanto la città ha potuto contare -a fasi alterne, d'accordo- su questo immenso patrimonio. Un condensato di esperienze artistiche di ogni tipo e disciplina, eventi, incontri, esperimenti culturali che segna indelebilmente la storia di Bari. Il Piccinni è stato il primo teatro tra quelli che ancora oggi caratterizzano le 'stagioni' offerte ai cittadini ed ai visitatori. Ed è per questo che, in occasione anche dell'anniversario storico, vi ci soffermiamo un po'. Ma prima, prima ancora del Piccinni, quali teatri aveva Bari? Ecco il teatro del Palazzo del Sedile, in piena città vecchia e col mare appena alle spalle. Piccolo, però. E persino ormai fatiscente, dicono le cronache dell'epoca. Da qui l'esigenza di un nuovo teatro, in linea anche con l'espansione della città, pensata prima in età borbonica e poi francese-murattiana. E del resto, anche la data del 1854 dice ancora evo ‘napolitano’, per quanto con lo spettro di Giuseppe Garibaldi dopo pochi anni in agguato all'orizzonte. Un Garibaldi da Nizza e poi da tutto il mondo ed infine da Caprera, isola comprata per metà anche coi ricavati della vendita dell'olio bitontino da parte del fratello commerciante Felice, negli anni precedenti impegnato proprio in Terra di Bari e di casa nella città degli ulivi alle porte del capoluogo. In quel 1854 il Piccinni porta novità a Bari. E sì che l'attesa era tanta. C’erano stati tempi lunghi per l’edificazione, si direbbe una costante: si racconta infatti che durarono una trentina d'anni. Un marchio di fabbrica le attese qui da noi, è proprio il caso di dire. Il 4 ottobre, quando il teatro apre i battenti, come prima c'è il Poliuto del famoso Gaetano Donizetti. Un teatro bello, elegante, già accorsato. Ma senza nome. Già, perché se il Consiglio del Decurionato premette per l'intitolazione a Maria Teresa d'Asburgo-Teschen, non foss'altro perché consorte di Ferdinando II delle Due Sicilie, a non gradire fu proprio la regina medesima. Motivazione? Beh, una motivazione, per così dire, 'nobile', decisamente d'altri tempi. A teatro già inaugurato, fece regalmente sapere che, avendo ella rigoroso ed impeccabile sangue blu, il nome suo non poteva proprio essere legato a luogo così “mondano”. I baresi si armarono di santa pazienza e seppero rispondere andando a recuperare dalla memoria il più apprezzato musicista delle nostre parti: il settecentesco Niccolò Piccinni, appunto. E il teatro avrà il suo nome. Siamo già nel 1855, precisamente il 23 gennaio. E pensare che anche il sindaco dell'epoca, Antonio Carrassi, fece di tutto perché la regina accettasse. Ma nulla. La città seppe farsene una ragione. Intanto, Giulio Petroni, grande storico barese, scrisse, con la retorica del periodo e però -conoscendo i suoi studi e la sua penna- con sincero amore municipalista per la 'sua' Bari: "Un nuovo tempio a voi si schiude, o Muse, dato a scenici ludi, e sia giocondo". Grande l’entusiasmo di tutti. Bari c’è. E c’è anche sulle scene. Il 4 ottobre fu scelto perché giorno onomastico di San Francesco, ad onore del futuro re di casa Borbone, ultimo dinasta del Mezzogiorno come realtà politica autonoma. Ma cosa procurò invece tempi così lunghi per l'edificazione della struttura? A Bari, nella Bari nuova, mancava una chiesa. Questo era il principale cruccio del vescovo Basilio Clary. Sarà l'attuale San Ferdinando, così consacrata in onore del sovrano Ferdinando II, a cui tra l'altro fu inoltrata la richiesta della nascita della chiesa direttamente dal vivo (in presenza, come diremmo oggi), durante la sua visita a Bari, nel dicembre del 1843. La costruzione dell'edificio religioso, stando sempre a quanto scrisse Petroni, contribuì al ritardo in vista del Piccinni e così i baresi furono costretti ad aspettare ancora un po'. La realtà era che non si poteva continuare con il teatro a Palazzo del Sedile. Bari, da qualche decennio tornata a 'guida' della Puglia dopo il lungo periodo tranese, doveva darsi necessariamente un tono. E quel teatrino in condizioni ormai tristi era diventato improponibile. Lo ricorda bene anche il giornalista e ricercatore storico Michele Cristallo nel pregevole testo "Teatri di Puglia", edito da Adda nel 1993. Noto l’episodio del luglio del 1835, durante una rappresentazione. Ci fu paura per un rischio crollo, qualcuno gridò più del dovuto, ne nacque un incredibile putiferio ed un conseguente fuggi fuggi. Insomma, era tempo di cambiare. Prestigiosa la scelta logistica del nuovo, primo teatro: suolo comunale, la più grande arteria post espansione, l’Intendenza di fronte (attuale Prefettura), ovvia assenza di auto (già!) e la città fatta di spazi grandi, da quelle parti. Spazi esteticamente e fisicamente volti ad una dimensione di sana e legittima ‘grandeur’. Un teatro, il Piccinni, spesso interessato da lavori e restauri, nei decenni passati -già nel decennio ’50- fino a quel 2011, quando il Comune inizia interventi lunghi ed estenuanti, durati fino al dicembre del 2019, non senza polemiche e contrasti. Da allora l’amatissimo teatro, che già aveva ‘sostituito’ il Petruzzelli dopo il dramma del rogo dell’ottobre 1991, è tornato ad arricchire l’offerta culturale di Bari.


Lo stesso progettista del S. Carlo di Napoli

Di assoluto prestigio la scelta dell’incaricato progettista del teatro: quell’Antonio Niccolini, pisano, architetto di gusto neoclassico, che già si era fatto apprezzare, chiamato da Murat, per i rifacimenti del bellissimo teatro San Carlo di Napoli, prima e dopo l’incendio del 1816. Un ‘tempio’, questo sì, sacro per la famiglia borbonica, nella venerazione dell’augusto predecessore Carlo III, sovrano unanimemente riconosciuto dagli storici come illuminato. A dirigere praticamente i lavori furono convocati gli architetti Luigi Revest e Vincenzo Fallacara e, dopo, il collega Giuseppe Barbone, dal 1852. Direzione dei lavori invece a due ingegneri di Bari: Girolamo Sagarriga Volpi junior e Raffaele Anelli. Niccolini, con il figlio Fausto, lavorò a Bari anche alla chiesa di San Ferdinando. Quella stessa chiesa che, forse, aveva allungato i tempi per la costruzione del nostro teatro.


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