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Piantatela di piantare alberi e scappar via

In Italia va molto di moda piantare alberi e andarsene dopo il taglio del nastro: bisognerebbe invece investire il doppio nella gestione della pianta rispetto al suo costo di messa a dimora”. Così scrive il prof. Francesco Ferrini, arboricoltore e presidente della Scuola di Agraria dell'Università di Firenze. Basta fare un giro in città per averne conferma. Alberelli piantati pochi mesi fa sono già secchi o moribondi a causa della manutenzione scarsa o inadeguata. Più che la cultura del verde prevalgono statistica (il numero di alberi piantati va comunicato all’Istat, più ne metti e più sali in classifica), greenwashing (ambientalismo di facciata) e poco sostenibili boschi verticali per occultare il dissennato consumo di suolo e di vegetazione causato dalla speculazione edilizia.

Al ruolo delle piante, “un mezzo estremamente sostenibile per ridurre l’entropia delle nostre città”, sono dedicati i saggi “La terra salvata dagli alberi” e “Resistenza verde. Manuale di autodifesa ambientale” curati dal prof. Ferrini insieme con Ludovico Del Vecchio, pubblicati rispettivamente nel 2020 e nel 2021 da Elliot edizioni. Soltanto la combinazione di strategie diverse (più alberi, meno emissioni nocive, riduzione dei consumi energetici), dicono gli autori, potrà determinare un miglioramento della qualità dell’aria e la trasformazione degli attuali agglomerati urbani in città verdi, molto più sane di quelle in cui viviamo oggi. Non specie piantate a caso, tanto per far numero. Il patrimonio arboreo va arricchito sia in termini quantitativi (aumento delle superfici verdi) che qualitativi (alberi più adatti al clima futuro, più resilienti, più efficienti nella fornitura di benefici ambientali).

E qui, spesso, casca l’asino, perché stando ai dati raccolti da ASviS, l’alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, in Italia solo il 7 per cento dei capoluoghi di provincia - 8 su 109 - dichiara di aver elaborato un Piano del verde. Anche i metri quadrati di verde urbano accessibile per abitante sono molto al di sotto degli standard del Nord Europa. Solo il 17 per cento dei capoluoghi supera la soglia dei 9 metri quadrati per abitante, la soglia minima raccomandata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità.

E la qualità? Gli autori dei due saggi hanno un approccio pragmatico: in ogni nuovo progetto botanico urbano vanno scelte le specie in grado di garantire buone performance di crescita e, di conseguenza, benefici adeguati all’ambiente, siano esse native o no.

“Non esiste una tipologia obbligata dell’albero perfetto da città – dicono Ferrini e Del Vecchio - tuttavia alcuni requisiti sono del tutto indispensabili come ad esempio: chioma regolare e folta; una certa resistenza agli agenti inquinanti; assenza di frutti voluminosi e pesanti; assenza di organi vegetali attrattivi per gli uccelli; assenza di produzione di sostanze imbrattanti; non eccessiva variabilità nel portamento e nelle dimensioni tra un individuo e l’altro”.

L’11 ottobre scorso il Ministero della transizione ecologica ha pubblicato un nuovo avviso pubblico nell’ambito del PNRR, che mette a disposizione delle 14 città metropolitane 330 milioni di euro per progetti di verde urbano ed extraurbano, per un totale di 6,6 milioni di alberi da piantare entro il 2024. È un’opportunità irrinunciabile, a patto che gli amministratori sappiano gestire bene quel denaro e non lo sprechino con scelte inappropriate. Come sottolinea l’economista britannica Camilla Toulmin, già direttrice dell’International Institute for Environment and Development, la chiave è avere l'albero giusto al posto giusto, al momento giusto e con la politica giusta. Si potrebbe cominciare dall’abbiccì, cioè curare le piante anche dopo il taglio del nastro.


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