Pianeta terra ultima chiamata: astronavi al decollo...

Il 22 aprile si è svolta la giornata della Terra, istituita dall’ONU nel 1970. Una celebrazione in sordina a motivo dello tsunami pandemico.

Non sono mancati i buoni propositi: ma tuttavia poco affidabili e rassicuranti. Per capirlo osserviamo soltanto un grafico che dà conto delle emissioni di CO₂ da combustibili fossili nei principali Paesi: dal 2000 al 2018 la Cina schizza in su paurosamente e il suo proposito ufficiale di abbattere del 65% le emissioni entro il 2030 sembra alquanto risibile.

Il panorama che abbiamo dinanzi agli occhi è desolante e molto preoccupante. Pensiamo alle grandi “isole di plastica” che i venti conglomerano negli Oceani ed anche nel nostro Mar Mediterraneo, divenuto una sorta di pozzanghera stagnante per assenza di sbocchi.

Pensiamo agli enormi iceberg che letteralmente si stanno sciogliendo, alle nostre Alpi che perdono i ghiacciai, inesorabilmente in ritirata decennio dopo decennio, anno dopo anno.

In alcune zone dell’Africa (un continente che nei prossimi venti-trenta anni raggiungerà una popolazione di oltre 2 miliardi, cioè circa il 25% del totale del Pianeta) già oggi le condizioni ambientali negative unite all’arretratezza economico-sociale provocano la perdita del 70% dei prodotti tipici coltivati: mango, cacao, papaya, cocco, ananas, banane, frutto della passione (maracujà), varie specie di ortaggi.

L’innalzamento della temperatura globale rievoca alla nostra mente le descrizioni di molti romanzi: Bangkok fragile, dipendente dalle grandi chiuse che bloccano le minacciose onde dell’Oceano Indiano, Manhattan prossima ad essere inghiottita dalle acque dell’Hudson e dell’East River…

E tante città marittime minacciate di essere sommerse dal mare, anche e vieppiù nella nostra Penisola.

Insomma la deriva ambientale è obiettivamente spaventosa, ma siccome l’essere umano è abituato a intervenire solo quando il pericolo è sul serio alle porte, molto si dibatte, molti impegni si assumono, ma pochi fatti si pongono concretamente a segno.

Preferiamo esercitarci nelle fantasie distopiche che riguardano l’intelligenza artificiale e la sua evoluzione, di cui recentemente il matematico Piergiorgio Odifreddi ha scritto con efficacia, ma su quello che potrà diventare la Terra “dopo di noi” pochi si soffermano: una eccezione è il libro di un filosofo delle scienze biologiche quale Telmo Pievani, corredato delle splendide e inquietanti fotografie di Frans Lanting, ove l’Autore scrive: «La Terra ha fatto a meno di noi fino alle ore 23.32 del 31 dicembre del calendario cosmico. La Terra dopo di noi tornerebbe a risplendere di biodiversità e un nuovo inizio irradierebbe di storie alternative l’evoluzione». Insomma, forse per una delle prossime giornate della Terra, l’ultima presumibilmente, invece del motto “restore” (risaniamola) dovremo scegliere per forza di cose “escape from” (abbandoniamola, su una bella flotta di astronavi)


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