Per combattere le pandemie cambiamo gli stili di vita

Se viene meno lo “spirito critico” non è mai positivo: anche quando l’argomento riguarda il vaccino. Che il vaccino riduca il pericolo di morire per Covid19 è acclarato e sarebbe folle chi lo negasse. Ma che i vaccini si stiano rivelando protettori molto labili è un fatto: ora si sostiene da fonti ufficiali che dopo i primi 5 mesi l’efficacia precipita. Quindi dobbiamo vaccinarci ogni 5 mesi. Scenderemo ancora? Probabilmente un vaccino così scarsamente efficace nel tempo è un problema serio che sarebbe sciocco non affrontare alfine di individuare come migliorare il contrasto alla pandemia. Vi sono anche altre défaillances su cui bisognerebbe dibattere, magari manifestando maggiore coraggio e, appunto, “spirito critico” proprio da parte della comunità scientifica e fra gli operatori medici.

Ma per una migliore gestione della fase pandemica e anche oltre essa è molto importante un altro ordine di considerazioni: mi riferisco ai modelli di vita sociale e di convivenza civile. Se essi restano i medesimi del periodo pre-Covid19 sarà molto difficile contrastare l’infezione pandemica e le altre che, in futuro, presumibilmente, si affacceranno all’orizzonte della nostra società così globalizzata e così percorsa da diseguaglianze marcate, anche geopolitiche. Bisognerebbe insomma riflettere e intervenire su tutte le manifestazioni di vita associata in qualunque campo: da quello lavorativo e dei trasporti a quello culturale e dell’istruzione, da quello religioso a quello del tempo libero come lo spettacolo dal vivo e il turismo. Si tratta di una “fetta” enorme, quasi totalitaria, del convivere: per ciascuna di queste “sfere” del “fare massa” bisognerebbe enucleare le potenzialità cosiddette “non massive”. Qualcuno sta elaborando queste analisi? Probabilmente sì ma di certo in modo non sistematico e comunque senza alcun dibattito pubblico e senza stringenti finalizzazioni gestionali.

Invece è proprio su tutto ciò che occorrerebbe concentrarsi e confrontarsi: cimento di sicuro molto difficile perché scomodo, in quanto impatta su svariati interessi e rendite di posizione; cimento inoltre contro-tendenziale rispetto alla naturale pigrizia di ciascuno di noi, in generale piuttosto restio a cambiare modi di pensare e di vivere.

C’è per verità un solo punto fermo su cui la sperimentazione gestionale ha fatto progressi e mi riferisco alla sfera lavorativa e a quella dell’istruzione, ove nel bene e nel male abbiamo pratiche importanti di azione “a distanza” supportate dalla tecnologia. Si può e si deve discutere sull’efficacia di tali modalità operative, specie per l’istruzione e non solo, ma qui modelli alternativi o integrativi almeno già vi sono. Il dramma, sul serio grave, riguarda tutto il resto: dove le vecchie abitudini sono radicatissime ed anche gli interessi economici sottesi, tanto che in questi campi fortissima è la pressione conservativa – deleteria - a voler tornare ad agire “come prima”.


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