Pandemia e istinto di sopravvivenza... elettorale

Ma sì, alla fine ce la saremo cercata. Più piagnistei che rispetto delle regole. E se pure il virus in una prima fase è stato clemente con noi, in queste settimane abbiamo fatto di tutto per farci contaminare.

I numeri non mentono: ricoveri e decessi sono da brivido, le dichiarazioni di chi è prima linea non lasciano spazio a dubbi. Ma nell'epoca dell'uno vale uno (chissà cosa scriveranno gli storici di questo tempo buio, populista e demagogico che stiamo vivendo da troppo tempo) e della girandola di dichiarazioni egoiste l'obiettivo è quello di non "scontentare" alcuno. 

La guerra delle dichiarazioni procede per categorie: chi è a contatto con il virus e avverte il peso di una diffusione crescente invoca la chiusura. Chi vede minacciata la propria sopravvivenza economica (anche quando in realtà viene ristorata) si oppone con fermezza al lockdown.

I Tg nazionali sono da mesi fotocopie di un'impaginazione stucchevole: i dati della pandemia, le dichiarazioni del Governo, quelle dei virologi (tra chi non si piega alla politica e quelli che invece lo fanno), le voci dell'opposizione e quelle delle categorie produttive.

Ogni giorno disseminazione di paure a cui in queste settimane si è aggiunto il giochino dei colori: giallo, arancione e verde. E tutti lì ad assistere (per strada) alla variazione di colore con i numeri che crescono.

Oggi potrebbe toccare alla Puglia passare dall'arancione al rosso. E l'onnipresente presidente Emiliano si è subito preso la scena dando la sensazione di invocare la "chiusura" per Foggia e Bat, ma in realtà provando a circoscrivere il lockdown a quelle province. Vedremo. 

Se il Governo lo asseconderà, baresi, tarantini, brindisini e leccesi penseranno, sbagliando, di essersela cavata. Di tergiversamenti, retromarce, testacoda e inversioni a U disponiamo a Bari e in Puglia da qualche anno di una vasta letteratura. Il pensiero (per associazione) va alla Xylella e tanto basta, ci pare. 

Una politica tanto titubante nei fatti, quanto apparentemente risoluta nei toni. D'altra parte, in una stagione in cui le persone vengono sedotte dalle parole e appaiono incapaci di valutare i fatti, il gioco diventa facile.

Lo schema è semplice, conosciuto eppure maledettamente efficace: rinviare, rinviare, rinviare.

Una politica folle declamata in nome di quell'economia da salvaguardare che, al contrario, è la prima vittima di un'indecisione che spinge solo verso l'agonia.

Non si può curare un tumore con un'aspirina (o come qualcuno professa sul web con acqua, limone e bicarbonato), ma se mancano la competenza, la perizia e, persino, il coraggio che il chirurgo ha nell'assumersi le responsabilità, è evidente che la terapia non può andare oltre un banale palliativo. 

Ma questa è una roba seria, tremendamente seria. Il calcolo politico deve rimanere fuori della porta. Chiudere le scuole si è dimostrato necessario, ma insufficiente al netto delle proteste di chi ha dovuto affrontare disagi reali, ma secondari rispetto al bilancio mortale della pandemia. Tutti hanno il diritto di protestare, ma nessuno può pretendere di essere assecondato. Chi governa ha il compito di comprendere le priorità e decidere (quasi sempre in modo impopolare per la grande confusione che permane tra diritti e doveri). Chi governa non può preoccuparsi del proprio istinto di sopravvivenza... elettorale. Chi governa ha la responsabilità di tutelare persone e ambiente al netto della grammatica e della sintassi politichesi dietro cui si nasconde l'incapacità di decidere.

Il Coronavirus insieme con il multiforme paese dei sedicenti governatori (che interpretano in alcuni casi l'intollerabile ruolo di signorotti feudali) ci ha regalato un dibattito sul ruolo delle Regioni. Dobbiamo solo sperare che passata l'epidemia il dibattito non si spenga e che si discuta di una riforma capace di liberarci da una frammentazione obsoleta che non aiuta a far crescere una dimensione unitaria del Paese, allineando finalmente le aree più arretrate dell'Italia a standard europei. Con buona pace, alla prova dei fatti, dei feudatari che da Nord a Sud custodiscono e tutelano gli egoismi. 


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