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Ospedale Covid: una storia tutta pugliese

Probabilmente nessuno poteva immaginare che le cose stessero come le cronache ce le stanno raccontando in queste ultime settimane. Ma che la vicenda dell’ospedale Covid in Fiera, a Bari, fosse un crogiuolo di problemi, era abbastanza chiaro da tempo. Del resto, nei mesi scorsi avevamo sostenuto la tesi che la sua effettiva utilità fosse stata molto sopravvalutata: sia per i costi eccessivi rispetto ai posti letto, sia per il fatto che la “coperta” del personale in carica risultasse corta perché sostanzialmente spostata da un presidio all’altro, in particolare dal Policlinico (nel frattempo era stato disposto il blocco dei ricoveri ordinari negli ospedali pubblici in tutta la regione). E poi, c’è la gestione della struttura, lo scorso febbraio, quando pur non essendo ancora operativa è servita per farci andare in zona gialla proprio nel momento in cui si doveva restare in arancione, se non andare in zona rossa. Con gravi ripercussioni in termini di contagi e di decessi.

Intanto, va sottolineato come la sua costruzione fosse stata affidata interamente alla Protezione Civile regionale. Ed in questo senso non è escluso che gli inquirenti confermino che sia una parte integrante di quello che la stampa definisce “sistema Lerario”, ma questo lo capiremo solo vivendo, come avrebbe detto il compianto Lucio Battisti.

Di sicuro sappiamo che l’ospedale Covid, a conti fatti, sia stato molto meno utile e produttivo di quanto si volesse far pensare e che quasi certamente è stato una delle gocce (se non “la goccia”) che ha fatto traboccare il vaso della mal sopportazione, fino a portare l’epidemiologo Pierluigi Lopalco a dimettersi da assessore alla Sanità della Regione Puglia.

Non più tardi dello scorso novembre lo avevamo scritto con una certa chiarezza. Al di là della diversità di vedute con il presidente Emiliano sul farmaco da somministrare a spese della Regione ad un bambino affetto da Sma1, c’era qualcos’altro. Che in apparenza sfuggiva. E probabilmente non era solo la scelta che lo stesso presidente Emiliano ha fatto successivamente con le nomine dei vertici Asl, addirittura “inventandosene” due che al momento sono solo virtuali. Lopalco di certo non avrebbe gradito e magari anche questa è un’altra “goccia”.

Ma quello che fa pensare è esattamente quello che facemmo notare a novembre, proprio a proposito dell’ospedale Covid in Fiera.

Quel giorno scrivemmo, testualmente, che “sarà un caso, ma l’assessore Lopalco è risultato assente in entrambe le occasioni ufficiali registrate. Non c’era lo scorso 16 gennaio, quando la struttura venne ufficialmente e pomposamente consegnata, alla presenza della stampa…”; e non c’era neanche due mesi dopo, il 15 marzo, quando alle 8,30 del mattino il primo paziente venne trasferito dal Policlinico in Fiera.

Eppure, quel 16 gennaio era giorno da tappeto rosso e da medagliette al petto: quel giorno, le cronache registrarono la presenza del presidente Emiliano, del direttore del dipartimento Salute della Regione Puglia Vito Montanaro, del responsabile della Protezione civile Mario Lerario, dell’allora commissario straordinario del Policlinico di Bari Vitangelo Dattoli, del rettore dell’Università di Bari Stefano Bronzini, del preside della Scuola di Medicina Loreto Gesualdo, dei rappresentanti delle due imprese, Cobar e Item Oxygen, che avevano realizzato la costruzione.

Ma quella consegna si sarebbe presto rivelata un bluff, perché per aspettare che la struttura diventasse operativa si doveva poi andare alla metà di marzo, due mesi dopo. Anche in quel caso, la grancassa della propaganda regionale suonò, ma dell’assessore Lopalco neanche l’ombra. Perché, ci chiedemmo a novembre?

Oggi le malelingue di via Gentile giurano di conoscere la risposta, che peraltro è tutto sommato intuibile. Insomma, Lopalco potrebbe aver avuto sentore della bufera giudiziaria che di lì a qualche tempo si sarebbe scatenata e avrebbe preferito farsi da parte, non essendo in alcun modo coinvolto. E, dicono sempre le malelingue, non condividendo neanche la scelta di un presidio di quel tipo in quel sito e a costi incredibilmente più che raddoppiati rispetto al progetto iniziale. E siccome sono soldi pubblici, è un po’ come scherzare col fuoco. Ci si può far male…

Questa la parte giudiziaria, che sta facendo il suo corso. Poi c’è il danno, di cui troppo poco si è parlato, prodotto dal rinvio dell’apertura. Infatti, a febbraio i posti letto dell’ospedale Covid in Fiera consentirono un repentino ricalcolo delle percentuali di occupazione delle terapie intensive della Puglia sotto la soglia di allarme del 30%, proprio in una fase in cui i numeri sembravano in lento ma costante miglioramento. Va ricordato che era la fase in cui imperversava la variante inglese, la prima che ha cambiato le carte sul tavolo della pandemia.

Dal giorno 13 al 24, la Puglia aveva registrato ben 12 giorni di fila con i contagi quotidiani sotto il migliaio e con una media settimanale che dal 15 al 21 febbraio era scesa al 9,25% a fronte del 14,45% della prima settimana di gennaio. Il ricalcolo, fatto in fretta e furia, ma su posti virtuali (visto che la struttura era ancora chiusa) ci fece passare in zona gialla dall’arancione. Un errore tanto clamoroso quanto grave: dal 25 del mese ricominciò la risalita.

Da marzo è stato un crescendo: 14,53% nella seconda settimana; 15,26% nella terza; 16,24% nella quarta. La peggiore, al momento, del 2021. Tanto da essere tornati ai livelli del mese di novembre: il peggiore (fino ad allora) dopo dicembre, quando si raggiunse il 19,57% nel rapporto tra contagi quotidiani e tamponi effettuati. Per capirci, i decessi a febbraio erano stati 731 (picco a dicembre con 989), ma a marzo sono stati 889, ad aprile addirittura 1.061.

Non a caso, in una intervista a “Repubblica” del 23 marzo l’ex assessore alla Sanità Tommaso Fiore criticò aspramente la scelta della Regione, spiegando tecnicamente che cosa era stato fatto: “A inizio febbraio – si legge – la Puglia ha fatto sapere al ministero della Salute di avere 100 posti letto in Terapia intensiva immediatamente attivabili, il governo li ha considerati validi ai fini delle percentuali e ci siamo ritrovati in zona gialla. Ma quei posti non erano staffati, cioè coperti dal personale necessario per attivarli: significa che esistevano soltanto sulla carta. Questo spiega perché oggi ci troviamo con gli ospedali al limite del collasso. Da metà febbraio sono ripresi i contagi e adesso sono arrivati i pazienti negli ospedali. All’epoca dovevamo rimanere in zona arancione o addirittura rossa”.

Insomma, anche questo andrebbe considerato quando si parla di ospedale Covid in Fiera e della sua gestione. Al di là di quelle che possono essere le indicazioni sul suo futuro e sulle ripercussioni sulla Fiera del Levante, intesa come sede di manifestazioni. Va ricordato, per la cronaca, che a settembre scorso la Campionaria è saltata a causa della scarsità di espositori. Giustamente e comprensibilmente “spaventati” dalla presenza di una struttura ospedaliera di quel tipo nella stessa area.

Il danno economico causato alla Fiera del Levante (ad onta del fitto mensile di oltre 100mila euro pagato dalla Regione Puglia) nel 2021 e, speriamo di no, nel 2022; il prezzo, in disagi, sofferenze e vite umane causati dalla zona gialla frettolosamente ottenuta col ricalcolo di posti letto che all’epoca erano disponibili solo sulla carta, andrebbero calcolati e sommati ai costi eccessivi di una struttura che da subito ha creato non poche perplessità.

Peccato che anche questo calcolo sarebbe virtuale, esattamente come i posti letto calcolati colpevolmente lo scorso febbraio…


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