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"Occhio ai sondaggi, perché sbagliano"

Il sociologo Palmisano invita a prendere atto di una realtà allarmante

Esistono narrazioni drammatiche, esistono risposte spicce, in tutta questa storia. Una prima domanda, obbligatoria, ad uno studioso di sicurezza e di città, come il sociologo Leonardo Palmisano, non può che essere:

Chi decide quanto è sicura una città? Gli indicatori statistici bastano? Ha senso liquidare la percezione della sicurezza come una distorsione?

Dobbiamo metterci d’accordo su cosa è sicurezza. Se sicurezza significa sentirsi sicuri o essere al sicuro. Chi decide se una città è sicura non è mai chiaro. Certamente non l’intuito della politica, di cui in Italia conviene diffidare per ragioni storiche, di compromesso, corruzione. Chi decide se una città è percepita come sicura sono, normalmente, i sondaggi. Su questi influiscono fattori diversi e numerosi errori metodologici. Conviene affidarsi a chi i sondaggi li sa fare. Tendo a diffidare dei sondaggisti che usano teorie derivanti dall’analisi del crimine statunitense, per esempio, perché siamo in territori e in antropologie devianti molto diverse. Diciamo che a decidere quanto è sicura una città, secondo me, devono essere innanzitutto le vittime di violenza, racket, minaccia, il loro racconto, le loro denunce, le loro paure, i loro avvocati, gli analisti. Gli indicatori statistici sono utili, ma la loro lettura è difficile. Un esempio: se diminuiscono le denunce è perché ci sono meno reati, perché cresce la paura di denunciare oppure, cosa peggiore ma diffusa in alcune zone di Bari, perché si è creata complicità tra società criminale e legale?

La questione della violenza omofoba in città ha radici antiche. E torna alla ribalta alla vigilia o all'indomani di un evento di civiltà come il Pride - successe anche nel 2003. Problema politico, segnale di una povertà educativa imbarazzante o c'è altro?

Segnali tutti convergenti verso una matrice politica non necessariamente organizzata. Pane per investigazioni della Digos. È noto che Bari e la città metropolitana, perché si tratta di gang provinciali radunate sui social e sulle chat, vivono una rinascita dell’omofobia tra i giovanissimi dentro le curve degli stadi, dentro i circoli della destra sociale che ancora non chiudiamo per legge, dentro certi ambienti sportivi, dentro certe famiglie che non hanno abbandonato il fascismo degli anni settanta e ottanta. Com’era allora, quando questi fascisti borghesi uccisero Benedetto Petrone, la natura materiale di questo nuovo squadrismo è di classe media. La differenza, forse, rispetto ad allora è culturale: si tratta di giovanissimi male scolarizzati, allevati sui social dove destre e mafie proliferano insieme, favoriti dal dilagare di una tendenza neofascista, razzista e neopatriarcale non adeguatamente contrastata nel quotidiano.

L'Umbertino è una delle irrinunciabili piazze di spaccio per i clan cittadini. Eppure, proprio lì, ai margini della movida, la violenza delle gang di giovanissimi rapinatori è di casa. Cosa sta succedendo realmente?

L’umbertino si è spopolato velocemente, a causa del Covid e del declino demografico. Accade che tutti i luoghi poco abitati e molto prossimi ai luoghi dell’aggregazione da consumo di alcool, la cosiddetta movida, vengano attraversati da giovanissimi. Per gli spacciatori è una manna, perché possono intercettare quei giovanissimi, già socializzati alla tossicodipendenza da subculture musicali come la trap. I clan, che vendono soprattutto all’ingrosso o in alcuni locali, se ne giovano, perché non controllano lo spaccio minuto, ma riforniscono i pusher senza correre rischi. I pusher, a loro volta, sono favoriti da un eccesso di denaro nelle tasche di questi adolescenti. Mi domando come facciano tante famiglie a non vergognarsi di sostenere questa economia criminale a danno della salute dei propri figli.

Parco Rossani - a due passi dal centro, icona della riqualificazione e del ritorno alla cittadinanza - passa nella narrazione collettiva come uno dei luoghi meno sicuri di Bari. Come mai? Cosa non sta funzionando davvero?

Noi di Carrassi sappiamo che la Rossani è adatta a spostarvi lo spaccio di via Buccari. Si tratta di un luogo ancora molto vuoto, sul quale sono state gettate sopra aspettative più politiche che sociali. Forse è arrivato il momento di generare altra socialità, in quell’area, aumentando fortemente l’attività repressiva serale e notturna. Anche a costo di perdere qualche voto.

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