No vax no brain


Concedendo spazio a quelli che dalle colonne del quotidiano “La Stampa” Piergiorgio Odifreddi ha definito “No vax, no mask e soprattutto no brain”, si corre il rischio di spostare il cuore della questione: il problema non è se esibire o meno il green pass per andare a fare la pizza; il problema è se, come e quando dobbiamo uscire – tutti insieme, anche tirandoci dietro i no brain – da questa emergenza. Emergenza, che (giova ricordarlo agli smemorati o finti tali) è planetaria e non riguarda solo noi. Se chi va in piazza pronunciando a vanvera la parola “Libertà” provasse ad informarsi, scoprirebbe probabilmente che in Europa ci sono Paesi che hanno preso decisioni ben più restrittive delle nostre. Francia e Grecia, per dirne una, hanno imposto l’obbligo di vaccinazione a tutti gli operatori sanitari. Uscendo dall’ambito Ue, da agosto in Inghilterra per giocare in Premier League (la loro serie A) si dovrà essere obbligatoriamente vaccinati. Altrimenti si è fuori rosa. Da noi, invece, ci sono squadre che rischiano di non poter neanche cominciare la stagione.

Siamo di fronte ad un nuovo punto interrogativo, legato soprattutto alla variante Delta. I contagi hanno ripreso a crescere, così come i ricoveri. E non è un caso che coloro che attualmente finiscono in ospedale, se non in terapia intensiva, siano per la stragrande maggioranza non vaccinati. Una situazione perfettamente in linea con l’allarme lanciato dal direttore di Pneumologia del policlinico “Gemelli” di Roma, Luca Richeldi, secondo cui il vero pericolo al momento è una nuova ondata di pandemia dei non vaccinati. Che siccome sono ancora tanti, rischiano di mettere sotto stress il sistema sanitario. E quindi sarebbe forse il caso di cominciare a pensare una forma per far loro pagare in qualche modo il costo sociale provocato dalla scelta di non ricorrere al vaccino.

Perché una cosa è chiara, finora: se per chi si è già sottoposto alla doppia dose il rischio di ricovero è ridotto a pochi punti percentuale ed il pericolo di morte è praticamente azzerato è solo per questo. E non serve un master ad Harvard per capirlo. A meno che non si sia no brain.

La nostra Puglia finora ha tenuto meglio di altre regioni. L’obiettivo è non commettere gli errori dell’estate scorsa e la risposta al paventato obbligo di esibizione del green pass è stata più che positiva, visto che le prenotazioni da parte degli indecisi sono aumentate in modo considerevole. La Regione ha fatto sapere che ad esempio, nei giorni 19-22 luglio, rispetto alla media il 23 luglio le prenotazioni per la vaccinazione anticovid in Puglia erano più che raddoppiate, con un aumento percentuale del 131,87%.

Per la verità una intervista all’assessore alla Sanità, Pierluigi Lopalco, lo scorso 21 luglio al Corriere del Mezzogiorno, aveva lasciato piuttosto perplessi. Per l’assessore non si ritiene necessario fare tamponi ai turisti in arrivo in Puglia ed è tornato a parlare di contract tracing: suo vecchio cavallo di battaglia che in passato ha provocato danni nella gestione della pandemia. Il contact tracing, dicono gli esperti, è possibile fino alla soglia dei 50 contagiati ogni 100mila abitanti. Poi non è più praticabile. Nel caso della Puglia, proprio questo giocare in difesa e inseguire il virus piuttosto che anticiparlo, aveva portato ad essere la regione italiana che aveva fatto meno tamponi in relazione alla popolazione residente. Il che ha poi fatto perdere la bussola soprattutto tra novembre e marzo scorsi, quando i contagiati erano diverse centinaia rispetto ai 100mila abitanti.

Invece, i numeri dicono che qualcosa si sta muovendo: dopo esserci mantenuti nel range dei 6/7mila test quotidiani, non appena il numero dei contagi si è portato costantemente sopra il centinaio, i tamponi si sono quasi raddoppiati. Così siamo passati dai 7.336 del 22 luglio ai 10.887 del giorno 23 e 13.143 di sabato 24. Il primo effetto è che la media si è abbassata, peraltro mantenendosi al disotto di quella nazionale. Il che lascia intendere che la situazione è ancora pienamente sotto controllo. Di contro, l’indice Rt della Puglia alla fine della scorsa settimana era risalito sopra l’1, passando dallo 0,69 della settimana precedente a 1,22 (1,26 quello dell’Italia, con proiezione a 1,55). Non un buon segnale, soprattutto in virtù del fatto che più sono i nuovi contagi, più sale il numero dei ricoverati. È fisiologico.

Ricoverati che martedì 27 luglio erano 88. Il primo luglio erano 130 ma in fase calante, tanto che il 16 e 17 erano diventati 74. Poi una lenta ma costante risalita.

In risalita anche la media sui sette giorni. Nella settimana a cavallo tra giugno e luglio (da lunedì a domenica) il rapporto tra nuovi casi e tamponi processati era dello 0,59%, il più basso del 2021 in Puglia. Poi è risalito allo 0,75% nella prima settimana piena di luglio (5/11); quindi 1,08% dal 12 al 18 e 1,55% la scorsa settimana, fino a domenica 25.

Insomma, situazione da monitorare attentamente. Tra l’altro, non dobbiamo dimenticare obiettivi e scadenze con cui a breve ci dovremo confrontare: il rientro a scuola a fine settembre. Siccome presumibilmente ci imbatteremo nuovamente nella schiera di pseudo talebani della presenza a tutti i costi, bisogna giocare d’anticipo. Per questo riportiamo una dichiarazione al quotidiano “Repubblica” di Nicola Laforgia, responsabile dell’Unità di terapia intensiva neonatale del Policlinico di Bari: “La somministrazione delle due dosi sugli over 12 è l’unico strumento che consentirà la ripresa dell’anno scolastico in presenza senza particolari preoccupazioni”. Chiaro ed inequivocabile. Chi non capisce è no brain.


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