Niente libri, teatro o musica: trionfa soltanto l'evanescenza

Il Covid-19, com’è tipico delle epidemie e dei virus, è un fenomeno culturale e politico, una maledetta realtà che va al di là dell’ambito stretto della salute e tocca tanto il piano della risposta sociale al pericolo (la corsa ai supermercati, le mascherine e gli igienizzanti) quanto quelli della narrazione (in primis giornalistica) e della risposta politica.

La cultura, in queste situazioni, ha un ruolo primario. Quella di base serve per sviluppare la capacità di comprensione e di sintesi. Capacità più che mai necessaria, in un Paese dove i dibattiti sono sempre contorti e penosamente inquinati dall’appartenenza.

 In Italia, in Puglia, la chiarezza è stata latitante e non solo per la “non conoscenza” del virus. I politici sono stati presi dalla necessità di salvare vite ed economia, ma hanno avuto il torto di farlo spesso con imperizia. Molte parole e pochi fatti, specie dove erano in programma le elezioni. 

Il resto lo hanno fatto gli opinionisti e i virologi: analisi contrastanti e vanesie, un vero zoo di parole. Poveri cittadini, già vessati da mancanza di lavoro e da una precarietà che si trascina da anni. E poi il ritornello “noi siamo il Paese che fatto meglio di tutti, un esempio”.

Una pena e il rilievo va sottolineato senza mezzi termini: è il risultato della “non cultura”, diventata sempre più “non cultura” anche per via dell’educatrice massima dei nostri tempi: la tv. La televisione è l’agorà (si fa per dire) che annebbia le menti, avendo interpreti pessimi. 

D’accordo, la pandemia è un evento pesante, difficile da gestire. Ma la non autorevolezza delle istituzioni e della comunicazione a volte ha reso precaria la risposta di un popolo che da sempre ha dato valore assoluto alle feste e alle movide. 

Si raccoglie ciò che si semina: l’Italia, e quindi il Sud e la Puglia, hanno fatto poco o niente per spingere i giovani verso forme di evasioni diverse, ossia un progetto globale per l’avvicinamento alla lettura, al teatro, alla musica, all’arte in genere. 

La cultura non è solo quella scolastica (peraltro ferma e comunque qualche volta valida solo per l’apporto di alcuni docenti virtuosi), bensì è quella globale in grado di affinare sensibilità e rapporti sociali. In tempi di Covid, abbiamo toccato con mano quanto sarebbe servito una visione diversa dei nostro governanti. Invece, niente: bla-bla-bla, annunci, nessun incentivo al libro e agli artisti. Perché la cultura ha il grosso limite di non essere… qualcosa cosa che si mangia, non è panzerotti e birra.

La speranza (debole) è che la pandemia cambi la nostra mentalità: non più beni effimeri, ma tanta “roba” capace di formare una generazione capace di vera crescita. 


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