Morti sul lavoro una strage tutta... culturale

Una strage infinita. Per dare le dimensioni del fenomeno, in Italia nel 2021, l’anno della ripartenza dell’economia dopo lo stop dettato dalla pandemia, finora ci sono stati più morti sui luoghi di lavoro che omicidi.

A livello nazionale nei primi otto mesi dell’anno i morti sono stati 772, meno rispetto agli 823 dell’anno precedente (un calo da prendere però con cautela a causa della situazione dettata dalla pandemia), nel Mezzogiorno la tendenza è stata invece al rialzo, passando da 165 a 211 morti. Una lunga scia di sangue che attraversa la penisola, ma con l’ennesima “questione meridionale”: i morti per incidenti sul lavoro sono aumentati di più al Sud. Non può essere un caso. In Puglia viaggiamo alla media di oltre sei morti al mese: 52 nei primi 8 mesi.

Dopo gli ultimi casi, immediate le reazioni del mondo politico e sindacale. Dal presidente del Consiglio Draghi, ai segretari di Cgil, Cisl e Uil, tutti impegnatissimi a chiedere pene più dure per chi non rispetta le regole, multe pesantissime, esclusione dagli appalti pubblici, patente a punti per le aziende, più ispettori e controlli, maggiore coordinamento tra governo, regioni, Inail e Inps. Insomma, di tutto di più. Il primo passo segue una logica repressiva, a cominciare da Draghi, che ha annunciato un provvedimento che andrà a modificare la tempistica e la severità delle pene per i responsabili.

Eppure in questi anni il mondo della politica non è rimasto sordo a quello che accadeva quotidianamente. A giugno 2018 si è tentato di introdurre il reato di omicidio sul lavoro e il reato di lesioni personali sul lavoro gravi e gravissime, con un disegno di legge presentato in Senato dalla senatrice Valeria Valente del PD, assegnato in sede redigente alla Seconda Commissione permanente (Giustizia), che prevede l’aggiunta di alcuni commi all’articolo 589 del codice penale, e del quale si sono perse le tracce. Nel 2017 era stato presentato un analogo disegno di legge dai senatori Giovanni Barozzino (SI) e Felice Casson (Pd), affondato nelle nebbie delle carte parlamentari con la fine della legislatura nel 2018.

Sicuramente l’inasprimento delle sanzioni e delle pene può essere utile come deterrente per far sì che le norme per la sicurezza negli ambienti di lavoro siano rispettate. Ma quello che serve davvero è un epocale cambiamento culturale nell’approccio al lavoro, sia per gli imprenditori, sia per i lavoratori.

I primi devono capire che il rispetto delle norme non è una perdita di tempo, un appesantimento dei ritmi di lavoro, un inutile orpello da rispettare soltanto per non incappare in qualche guaio, ma bensì una garanzia che i lavori possano procedere senza intoppi. Cioè: con maggiore sicurezza ci guadagnano tutti, pure loro.

Per questo la patente a punti per le imprese può essere una buona idea, purché non abbia solo una logica punitiva, ma anche premiante. I secondi devono imparare che l’ambiente di lavoro è un luogo molto pericoloso, che il casco non è quella cosa fastidiosa che fa sudare, che le cinture sulla impalcature non sono inutili, che chi lavora non è superman, ma un uomo che può sbagliare. Un dato deve far riflettere su come i lavoratori approcciano il lavoro: la fascia d’età tra i 20 e i 49 anni è quella che ha fatto registrare il maggiore incremento di incidenti sul lavoro (+9,9%). È la fascia d’età in cui ci si sente nel pieno delle proprie forze, per la serie “a me non può capitare”.

Infine, qualche giornale, anziché aspettare l’ennesima morte sul lavoro da sbattere in prima pagina, potrebbe cominciare a realizzare inchieste e reportage sulla quotidianità del mondo del lavoro.


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