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Morire di mafia: la lunga scia di sangue pugliese

Il 3 settembre del 1982, a Palermo, veniva ucciso il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, eminente figura di uomo dello Stato, particolarmente attivo nella lotta al terrorismo ed alla mafia. Già, la mafia. Malaffare, criminalità organizzata: una storia antica, una storia nefasta. Una storia che colpisce il nostro Paese da tempo ormai immemore. E del resto, proprio sulle sue origini storiche e logistiche, la stessa storia e storiografia si interrogano da tempo. Di certo, la mafia, intesa come manifestazione di capacità organizzativa capillare del crimine, non è concetto relegabile solo alla Sicilia o al Sud. La mafia ha poi, con lentezza e non senza difficoltà, provocato una 'naturale' reazione: un'antimafia che nei territori più colpiti dall'indicibile male sociale ha comportato a questo particolare tipo ed esempio di impegno civico vittime, sangue, dolore su dolore. In questo truce e triste computo di sofferenze e vite spezzate, anche la Puglia e l'area della Città metropolitana di Bari hanno pagato, in maniera considerevole, il proprio drammatico tributo in termini umani. Il tutto in un duplice senso: ossia per vittime pugliesi o di origine pugliese il cui sacrificio si è compiuto in terre siciliane o altrove al Sud oppure per pugliesi e baresi morti nell'impegno contro la mafia già nella nostra terra. Oppure morti da innocenti, senza alcuna implicazione con i sistemi e le logiche criminali e periti per assurde fatalità. Questo proprio perché, come noto, le continue diramazioni tentacolari della malavita organizzata hanno, eccome, interessato direttamente anche la Puglia e la stessa area barese. Su alcune di queste vicende ci soffermeremo in questo articolo. Già il caso e la vita professionale del precedentemente citato generale dalla Chiesa ci portano alla memoria l'attentato a Milano dell'8 gennaio 1980, noto come Strage di via Schievano, ad opera delle famigerate Brigate Rosse. Siamo dunque ora in altro ambito, quello appunto terrorista. L'atto delittuoso fu una sorta di 'benvenuto' in armi allo stesso generale, da pochissimo giunto a Milano per cercare di combattere il terrorismo, notoriamente attivissimo a quei tempi nella città meneghina. Tre poliziotti, operativi al commissariato di Porta Ticinese della Questura di Milano, furono uccisi alle 8,15 di mattina: tra questi, Michele Tatulli, di soli 25 anni, bitontino. Nel commando killer anche una donna, assassina già due anni prima a via Fani, il 16 marzo del 1978, in occasione del rapimento dello statista Aldo Moro: la brigatista feroce e mai pentita Barbara Balzerani. Passiamo ora alle vittime pugliesi e baresi più direttamente riconducibili alla mafia o alle espressioni locali di questa, soprattutto intese come vittime dell'antimafia o della capacità di non venire a patti col malaffare.

Poco ricordata è, ad esempio, la storia di Antonio Lo Russo, originario di Ruvo di Puglia. Lavorava nel corpo degli agenti di custodia all’Ucciardone, storico carcere di Palermo. Morì in seguito ad un attentato mafioso il 5 maggio 1971, mentre guidava l’auto su cui viaggiava Pietro Scaglione, Procuratore capo della Repubblica di Palermo, anch’egli vittima dell’agguato. E che dire di Rosario Di Salvo, barese poi trasferitosi a Palermo, militante comunista dal 1981 vicinissimo a Pio La Torre, con cui trovò morte nel famigerato omicidio mafioso a Palermo il 30 aprile del 1982? Era invece di Bisceglie Sergio Cosmai, direttore di tre case circondariali calabresi, noto per l'inflessibilità verso i mafiosi. Lavorò nelle carceri di Locri, Crotone e Cosenza. Morì il 15 marzo 1985, per le conseguenze dell’agguato subito il giorno prima, per mano della ndrangheta, sulla strada che collega Cosenza e Rende. Anche l'area est barese ebbe la sua vittima di mafia. Ci riferiamo a Donato Boscia, giovane ed apprezzato ingegnere di Gioia del Colle. Lavorava alla Ferrocementi di Roma. Fu ucciso il 2 marzo 1988 nella sua auto. Stava realizzando una sezione dell’acquedotto siciliano sul quale la mafia non era riuscita a mettere le mani. Tanto bastò ai terribili uomini del crimine. Arrivando al 1992, nel tragico e tristemente noto 23 maggio, assieme al magistrato Giovanni Falcone ed alla moglie Francesca Morvillo, persero la vita gli uomini della sua scorta. Due di questi erano pugliesi, in particolare Rocco Dicillo era di Triggiano e aveva solo trent'anni. L'altro, Antonio Montinaro, sempre trentenne, era di Calimera (Le). Ma la mafia ed il clima mafioso sono anche intimidazione, ricatto, controllo. Lo capì a sue spese il sindaco di Molfetta Giovanni Carnicella, democristiano, ucciso il 7 luglio sempre di quell'incredibile 1992. Ad emettere la sentenza di morte fu Cristoforo Brattoli, titolare dell’azienda Trasporti e Servizi Palcoscenici ed in più organizzatore di spettacoli. E fu proprio un mancato concerto di Nino D'Angelo a decretare l'uccisione del politico. L'evento ebbe rilievo internazionale e scosse molto la Puglia e la città di Molfetta.

Vittime innocenti di mala sono state a Bari, per colpe della mafia strettamente barese, Maria Colangiuli, Michele Fazio, Gaetano Marchitelli. Maria il 7 giugno del 2000 è semplicemente sul suo balcone di casa, viene raggiunta da un proiettile vagante. Le storie dei giovanissimi Michele e Gaetano sono note (omicidi nel 2001 e 2003). I genitori di Michele Fazio, in particolare, portano avanti, da decenni ormai, una meritevolissima opera di sensibilizzazione al tema del rispetto della legalità, con eventi e progetti specie nelle scuole e nei contesti più difficili e di probabile devianza. Nel 2011, per "errore", fu ucciso a Bari anche Giuseppe Mizzi, a Carbonara. Il collega Lino Castrovilli, in un pezzo dedicato a questo argomenti, ricorda anche la faccenda di un ragazzo, Flori Mesuti, di soli 25 anni, albanese d'origine. Venne ucciso a Bari, nelle vicinanze del Redentore, il 29 agosto 2014 per aver cercato di sedare una lite tra ragazzini. Nel tentativo di placare gli animi, diede uno schiaffo al ragazzino ‘sbagliato’, figlio di un boss del quartiere. Ancora una volta il potere macabro della mentalità mafiosa. Notissimi anche i casi di Domenico Martimucci (Altamura, 2015) e Anna Rosa Tarantino (Bitonto, 2017). Il primo, giovane e rampante promessa calcistica, fu raggiunto dal tritolo destinato alla sala giochi dove in quel momento si trovava. La seconda, donna buona e anziana, si trovò nel bel mezzo di una sparatoria in un vicolo del centro storico della sua città. Entrambi questi delitti hanno molto segnato e sconvolto le due comunità, nonostante il cammino nella lotta alla criminalità ed alle mafie sia, come noto, lento, lungo e difficile.

Marino Pagano

Il delitto grandolfo e l'odissea della moglie

Nel nostro box scegliamo di ricordare ai lettori la storia di Giuseppe Grandolfo, portiere di condominio, ucciso l'11 marzo del 2000 in un agguato avvenuto in un circolo ricreativo, in via Bovio a Bari, che aveva come obiettivo il boss Antonio Abbaticchio. Giuseppe non c'entrava nulla. I due killer entrarono poco dopo le 23, raggiungendo subito Giuseppe alla testa: morì sul colpo. Ma la storia va raccontata anche per il calvario successivo che subì la moglie di Grandolfo, Maria Milella. I 150 milioni di lire che spettavano alla donna dal fondo per le vittime innocenti della criminalità organizzata furono dati a un’altra donna: al Ministero dell’Interno si erano sbagliati, accreditando la somma a Maria Grandolfo, anziché a Maria Milella, vedova Grandolfo. La donna era in più senza lavoro, fu un dramma nel dramma. Poi almeno questo aspetto fu risolto. Restò, certo, il dolore.

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