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Morga e il pianoforte: un amore da sempre

Da sempre impegnato a valicare i limiti di genere, Diego Morga torna col suo pianoforte all’amore per il jazz, a quei brani e quegli autori che lo hanno guidato nel percorso di maturazione artistica. Da quasi 10 anni di base a Copenaghen, l’artista barese è ormai inserito nel tessuto musicale internazionale, ma mantiene ancora forti legami con il suo primo luogo di formazione.

Sebbene questo album comprenda composizioni di un recente periodo, è un po’ un disco che rappresenta molto più del tuo mondo artistico. Come hai proceduto nel lavoro che ti ha condotto a “Under My Fingers”?

Dove inizi o finisca il mio mondo artistico onestamente lo ignoro, non ne saprei delineare i confini. Mi piace tanta musica, non tutta, certo, ma tanta e diversa. In quasi mezzo secolo di musica vissuta, studiata, ascoltata e praticata, posso dire di essermi imbattuto in diversi generi musicali: classica, rock, blues, etno-rock, jazz, free jazz, improvvisazione totale ed estemporanea, canzone d’autore, musica d’autore... giusto per citare qualche genere. Con “Under My Fingers” ho voluto semplicemente soffermarmi un attimo (giusto il tempo di un “lockdown”) su uno dei generi musicali che prediligo, il jazz, genere che ho studiato in conservatorio e che di sicuro ha contribuito ad ampliare ulteriormente i miei orizzonti musicali.

Come hai scelto i brani da riarrangiare per questo disco e perché solo jazz?

Posto che mi è sempre piaciuto sguazzare nel jazz, trovo che non sia mai semplice attuare una scelta. In questo caso ho voluto selezionare una rosa di brani che sentivo vicini e affini alla mia anima musicale e che, per questo, potessero risultare naturalmente e facilmente rielaborabili nel modo più intimo e personale possibile. Una sorta di scelta filologica di brani scritti da alcuni dei compositori di musica jazz per me più rappresentativi, ai quali non è stato assolutamente difficile accostare “Mrs. Fagan” a firma di Gianni Lenoci, ottimo didatta e grande riferimento artistico per tanti musicisti pugliesi.

Il disco è stato composto a Copenaghen, dove attualmente vivi. Lavorare nella musica nel nord Europa è più facile rispetto a farlo in Italia, per esempio in Puglia?

Non è tutto oro quel che luccica! A dispetto dell’efficacissimo lavoro di marketing della società danese, dopo circa 10 anni di attività a Copenaghen posso dire che i problemi che si incontrano qui non sono molto dissimili da quelli che si possono avere in una realtà come la Puglia o Bari. Certo, qui in Danimarca ci sono molte più opportunità, lo Stato investe e spende molto di più per l’arte e gli artisti rispetto a quanto accade in Italia, ahimè... Devo ammettere, però, che arrivando dal di fuori, la strada non è così lineare e priva di difficoltà, derivanti maggiormente dal fatto di non essere un musicista inserito nella realtà danese. Una realtà non così facilmente permeabile se non sei strettamente connesso con artisti locali o se non sei già famoso fuori dalla Danimarca. Risulta, invece, molto più semplice intraprendere qui un’attività professionale di qualunque tipo. Grazie ad una burocrazia estremamente semplificata e per niente onerosa, ho avuto la possibilità di avviare la mia attività di produttore discografico con la mia personale etichetta, grazie alla quale ha visto la luce, a ottobre “u.s.”, la mia quarta produzione.

Il tuo rapporto col pianoforte è ormai inscindibile, anche se nel nuovo album lo accompagni con un mini synth. Perché è proprio questo strumento a doversi trovare sotto le tue dita?

Il mio approccio ad uno strumento musicale dotato di tasti bianchi e neri risale a parecchi anni fa. Avevo circa sei anni quando scoprii di essere fortemente attratto da un “Bontempi” di una mia cugina, che viveva appena due piani sopra casa mia. Iniziai così a frequentare assiduamente casa di questi parenti trascorrendo ore a strimpellare questo strumento. Dopo un paio d’anni iniziai a prendere lezioni di musica, e non ho più smesso.


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