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Ma a che (e a chi) serve una Fiera così?

C'è una sola certezza che riguarda l’edizione numero 85 della Fiera del Levante di Bari, che si terrà dal 15 al 23 di ottobre: bisogna ricostruire un patrimonio che è stato dilapidato. E si tratta di un patrimonio che non è soltanto economico: bisogna ricostruire l’immagine della manifestazione, messa in grave difficoltà non soltanto dalla pandemia ma anche da tutto quello che ne è conseguito, a cominciare dal “salto” dell’anno passato, quando la Campionaria venne cancellata.

In realtà il problema viene da lontano perché la Fiera del Levante ha perso la dimensione del tempo (e della realtà) già da diverse edizioni. Il mondo è cambiato, le frontiere del commercio sono cambiate, le fiere sono cambiate. Eppure a Bari sembra che non se ne sia accorto nessuno o quasi, ostinandosi a proporre un modello superato che per quanto possa attrarre visitatori, lo fa certamente solo per l’abitudine dei baresi con l’appuntamento “di sempre”. La competitività è ben altra cosa. Non si può stare sul mercato globale con un prodotto che ricorda molto una sagra paesana.

Siamo al ritorno dopo il “buco” dell’anno passato (la seconda volta nella storia della Fiera, dopo l’interruzione dal 1940 al 1946 a causa della Seconda guerra mondiale). Un passaggio a vuoto che non apparve come una sorpresa, perché gli spazi fieristici, nel frattempo, erano diventati in gran parte scenario Covid, con il discusso ospedale ma anche con l’hub vaccinale. Inevitabile, visti i tempi, che gli espositori si tirassero indietro (tanto da risultare troppo pochi, una trentina, per giustificare economicamente l’edizione 2021).

Ma nel frattempo qualcosa si è mosso. Poco e lentamente, ma meglio di nulla, dice qualcuno. Intanto è stata spostata di un mese per evitare la concomitanza dell’ultimo giorno di apertura con le elezioni politiche, lo scorso 25 di settembre. Aspettiamo per capire che cosa sarà, ma restando con i piedi per terra: è l’evento della ripartenza e certamente non sarà opportuno valutare in base alla vendita dei biglietti, come spesso si tende a fare per mascherare quello che non funziona. Conta il business, ovvero il volume di affari che sarà sviluppato. Non certo i baresi che per tre euro decidono di passare qualche ora tra i viali, magari senza acquistare nulla. Se sarà chiaro tutto questo, si potrà davvero costruire qualcosa di nuovo. E non parliamo dei tanti appuntamenti sotto forma di convegni e tavole rotonde organizzate in passato. Tutte autoreferenziali, terminate le quali resta storicamente poco o nulla. Serve altro, nel 2022.

Del resto, che la parabola fosse discendente, lo dicono i fatti. Cioè i numeri: per oltre una trentina d’anni (tra i Sessanta e i Novanta) la Fiera è stato un invidiato modello tanto da supportare un ampliamento da 100mila a 280mila metri quadrati, proprio per puntare al definitivo salto di qualità. Ad esempio, con le prime rassegne specializzate.

Sono stati anni d’oro, che registravano ai botteghini circa un milione di visitatori ad edizione e un “mare” di espositori, che ad un certo punto si prenotavano con un anno di anticipo per non mancare l’appuntamento.

Al nuovo secolo, ecco i guai: i numeri cominciano a decrescere fino ad un vero e proprio crollo. Il 2011 è in questo senso un anno nero: si perdono 4 milioni di incassi e circa il 15% di visitatori. Gli espositori, che erano arrivati a sfiorare quota 1000, si assottigliano fino a diventare meno di 200. Da allora non è cambiato molto. L’anno “buono” può essere considerato il 2019 per il “picco” dei 300mila visitatori. Ma “buono”, visti i numeri del passato, è solo un eufemismo.

Infine, c’è stato il Covid: l’edizione 2020 (inevitabilmente improvvisata per la situazione), tenutasi peraltro ad ottobre; quindi il vuoto del 2021.

Poi c’è la rappresentanza “politica”, per così dire. La Fiera del Levante era l’appuntamento nazionale di settembre per eccellenza, dopo la pausa estiva. Non a caso ad inaugurarla era sistematicamente il presidente del Consiglio di turno, il che richiamava a Bari il meglio dell’industria italiana, i vertici dei sindacati, ministri, osservatori neutrali ma attenti agli investimenti possibili nel nostro Paese. Anche questo non esiste più. Ma non solo per l’avvento di internet, come sostiene qualcuno. Quella è certamente una concausa, perché in realtà è venuto meno l’appeal, come dicono gli anglosassoni. Insomma, non c’è più attrattiva.

Va anche detto che sul piano politico, nel tempo, un po’ siamo stati vittima degli eventi, ma un po’ ci abbiamo messo del nostro.

L’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, non si presentò per tre volte consecutive all’inaugurazione, la prima delle quali nel 2009, quando si era nel pieno dello scandalo della barese Patrizia D’Addario. Così il Cavaliere scelse il funerale di Mike Bongiorno all’inaugurazione della Campionaria. Clamoroso quanto accadde nel 2015, quando Matteo Renzi rifilò un sonoro ceffone alla manifestazione, ma sempre in salsa pugliese: preferì infatti andare a New York a seguire la finale dello Us Open di tennis fra Roberta Vinci (tarantina) e Flavia Pennetta (brindisina). In realtà sullo sfondo c’era il durissimo braccio di ferro tra il premier e il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano.

Quindi, il Covid. L’allestimento dell’ospedale per le grandi emergenze, le polemiche e gli scandali che ha prodotto, al netto della sua utilità. Una struttura che comunque ha offerto un significativo contributo alle casse della Fiera (ha occupato circa il 25% del suolo disponibile), visto il corposo canone da 110mila euro mensili pagati dalla Regione. Ma anche un indiretto e involontario invito agli espositori. In molti hanno pensato che Covid, grandi emergenze e stand mal si sposano.

Insomma, bisogna cominciare a ridisegnare una nuova Fiera. Immersa nella realtà, al passo con i tempi, finalmente competitiva e in grado guadagnarsi uno spazio solido e puntuale nei grandi appuntamenti di settore. Per dirla fuori dai denti, e nell’interesse di tutti, si deve uscire dal livello simil-fokloristico degli ultimi anni per fare il salto di qualità. Qualcuno dice “puntando sulle nostre eccellenze”. Può darsi, ma questa è una strada possibile, non “la strada”. Il fatto che tra i soci di Nuova Fiera del Levante Srl ci sia Bologna Fiere Spa con il 15% (il resto appartiene per l’85% dalla Camera di Commercio di Bari) lascerebbe presupporre un rilancio non impossibile. Visto che a Bologna la Fiera funziona eccome.

Finora, dal 2017, non si è visto molto. Il Covid è arrivato nel 2020. Non si può che attendere, insomma. Intanto quest’anno una novità è il ritorno del luna park. Come idea innovativa non sembra originalissima…

E quando smetteremo di spacciare le bancarelle che troviamo alla Sagra di San Nicola come Galleria delle Nazioni, sarà sempre troppo tardi. Quello che serve è innovazione, visione, strategia, formazione, competenze, relazioni.

Attendiamo un segnale.


Ospedale covid: i bluff, i costi, lo scandalo

È stata tutto sommato breve, ma certamente molto intensa la “vita” dell’ospedale delle Maxi Emergenze in Fiera, a Bari. Quello che tutti noi chiamiamo per semplicità “Ospedale Covid”.

A parlarne la prima volta è il sindaco Antonio Decaro durante una diretta Facebook, il 13 novembre 2020. Curiosamente, dalla Regione arriva subito una smentita, ma solo 24 ore dopo è pronto il bando su Empulia, che successivamente viene vinto da Item Oxygen e Barozzi con una proposta economica da 8,5 milioni di euro.

Il 16 gennaio 2021 la struttura è ufficialmente e pomposamente consegnata, in presenza della stampa. In prima fila, il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano; il direttore del dipartimento Salute della Regione Puglia, Vito Montanaro; il responsabile della Protezione civile, Mario Lerario; il commissario straordinario del Policlinico di Bari. Vitangelo Dattoli; il rettore dell’Università di Bari, Stefano Bronzini; il preside della Scuola di Medicina, Loreto Gesualdo; i rappresentanti delle due imprese, Cobar e Item Oxygen, che hanno realizzato la costruzione.

Ma è un bluff. Niente apertura fino al 15 marzo, due mesi dopo, quando la struttura diviene operativa e alle 8,30 del mattino il primo paziente venne trasferito dal Policlinico in Fiera.

Nel frattempo, i costi sono lievitati e alla fine risulteranno superiori ai 20 milioni di euro attraverso cinque diversi ordini di servizio. Qualcosa non quadra e parte prima un’inchiesta della Procura della Repubblica, poi quella della Corte dei Conti.

L’ospedale della Fiera diviene poi il fulcro del clamoroso arresto dell’allora responsabile della Protezione civile pugliese, Mario Lerario. È il 23 dicembre 2021. Uno scandalo di proporzioni incredibili, che avrebbe travolto qualsiasi giunta regionale. Tranne che quella pugliese.

Intanto la struttura ospedaliera fa (bene) il suo dovere tra le polemiche. La Regione vorrebbe che diventasse presidio definitivo, il Comune di Bari no, e nel frattempo la Fiera del Levante si ritrova con 110mila euro di fitto mensili, che sono una bella boccata d’ossigeno per le proprie casse.

La storia si chiude il 2 settembre scorso; da quando, cioè, la struttura ha smesso di operare. Ma servono altri soldi: 120mila euro per il trasloco e, al momento, 566mila euro per il trasferimento delle apparecchiature elettromedicali dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Consorziale Policlinico di Bari tra i vari plessi ospedalieri del territorio, grazie a un Accordo quadro dalla durata biennale. In totale, sono 2mila 612 pezzi.

Poi, si tratterà di smantellare fisicamente la struttura: ovvero pareti, container e impiantistica. Per questo si attende un’altra gara d’appalto. E probabilmente servirà più tempo di quanto sia servito per costruirlo.

Restano alcuni interrogativi, che non possono essere archiviati semplicemente sottolineando che l’Ospedale Covid, in piena pandemia, ha dato la risposta che si attendeva sul piano della sanità pubblica. Era necessario allestire una struttura partendo da zero? Non sarebbe stato meglio puntare su altri plessi esistenti, che magari sarebbero poi rimasti presidio fisso?

Rispondere non è facile, ma resta sul terreno anche la tesi di chi sostiene che in fondo non sia trattato di mera …miopia politica, ma che potrebbe essersi trattato di una “via di fuga” per cancellare una Fiera incapace di rispondere ai nuovi bisogni del mercato, approfittando di una giustificazione che in quella fase sembrava plausibile.

Chissà chi ha ragione…


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