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L'opera lirica in Italia non conosce le... Autonomie

L'opera lirica è in ebollizione. Si intuisce in modo chiaro che dopo due intensi secoli e più di sua affermazione “planetaria” stiamo per giungere ad un giro di boa fatale: rinnovarsi o perire. L’Italia, che ne è stata la culla, ha qualche responsabilità in più ed esse dovrebbero ricadere sulle spalle del circuito delle Fondazioni lirico-sinfoniche.

Ma le Fondazioni - salvo alcune eccezioni - sono avare di innovazione, di coraggio a sperimentare: rispetto non solo agli allestimenti e al personale artistico (ad esempio si è sottolineato dalla stampa specializzata l’affermarsi di una nuova leva di interpreti “giovani, belli e influencer”), ma anche ai modelli gestionali e organizzatori (il coraggio di uscire dal teatro per incontrare nuovi pubblici è rarissimo). Ora si aggiunge una fase di “fiscal stress” che conduce qualcuna di esse a ripiegare in difesa, a scapito del costo dei biglietti e del numero delle repliche.

Sullo sfondo c’è però un problema irrisolto che chi scrive ha più volte ma invano riproposto all’attenzione dell’opinione pubblica e dei decisori politici, avvicinandosi i riti festivi di fine anno. Nel 2004 un ministro leghista fece assurgere il Teatro La Fenice di Venezia a simbolo nazionale per la più evocativa e suggestiva celebrazione festiva dell’anno: il Capodanno, appunto. Sembra una osservazione ironica o se si vuole paradossale, ma quella decisione leghista fu (e rimane tuttora) di sapore prettamente sabaudo, pur se attraverso un semplice transfer geografico dall’Italia nord-occidentale a quella nord-orientale!

Sarebbe quindi ora che all’Italia sabauda si sostituisse l’Italia delle Autonomie e che, dunque, il simbolo del bel canto nella giornata del primo dell’anno fosse il risultato di una rotazione annuale tra glorie del Nord (La Fenice, La Scala, il Regio di Torino, il Comunale di Bologna….), del Centro (Teatro dell’Opera) e del Sud (il San Carlo, il Petruzzelli, il Massimo…).

Tanto più che il Nord d’Italia è iper-rappresentato sui Media nazionali e internazionali per la contigua data ambrogiana (7 dicembre), che coincide tradizionalmente con l’inaugurazione della stagione scaligera.

Che la simbologia affidata al Teatro Lirico sia tuttora per nulla obsoleta ma molto potente lo dimostra di recente proprio l’enorme eco avuta dallo scaligero Boris Godunov di Puskin-Mussorgskij, affidato alla bacchetta di Riccardo Chailly e alla regia di Kasper Holten: una straordinaria attualizzazione del testo ottocentesco alle vicende tragiche dei nostri giorni con l’ausilio di potenti riferimenti, dal teatro scespiriano fino al teatro della crudeltà di Antonin Artaud, con citazioni horror, espressioniste, postmoderne, oniriche, potenziate dalla regia televisiva a beneficio di quanti (l’enorme maggioranza) hanno assistito allo spettacolo comodamente seduti a casa propria.

Quindi chiedere il riequilibrio delle simbologie non ci sembra affatto peregrino!


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