Lo scempio Pugliese delle risorse europee

Potremmo cavarcela con un proverbio: mal comune, mezzo gaudio. Ma sarebbe un errore, un clamoroso errore. Perché se è vero che il malvezzo di utilizzare poco e male i fondi comunitari è di tutte le regioni italiane, è anche vero che se non avessimo avuto questo gravissimo limite probabilmente ci saremmo ritrovati molto avanti anche nella gestione della pandemia.

I numeri non sono incoraggianti. E sono certificati da un monitoraggio della Uil tramite il suo Servizio Lavoro, Coesione e Territorio, che ha fatto il punto sulla programmazione e la spesa dei Fondi Strutturali Europei al 30 aprile scorso. Ovvero, quattro mesi fa, sia pure in piena crisi da Coronavirus.

Ma attenzione: lo studio Uil è solo l’ultimo in ordine di tempo. Perché nei mesi precedenti anche il Sole 24 Ore e la Fondazione Ifel (che fa capo all’Anci, l’Associazione nazionale dei Comuni d’Italia) avevano fatto un’analisi simile. Ed i risultati sono sovrapponibili. Il dato nazionale è che a sei anni dall’avvio concreto della programmazione 2014-2020 restano da spendere ancora 37,9 miliardi di euro (il 71,2% del totale). 

Di questi, 12,9 miliardi di euro sui Programmi Nazionali e quasi 25 miliardi su quelli Regionali.

Problema nel problema, il dato pugliese: se è stato fatto meglio di alcune regioni è anche vero che siamo quelli che ancora hanno da spendere la maggior quantità di risorse. Tra Fondo Sociale Europeo (investimenti sul lavoro, conoscenza e inclusione) e Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (investimenti ad imprese, ricerca, ambiente, energia e infrastrutture), in Puglia restano da spendere 5,2 miliardi di euro su un totale disponibile di 7,12 miliardi. Troppi rispetto alla Sicilia (3,7 miliardi), alla Campania con 3,6 miliardi, alla Calabria con 1,7 miliardi e al Lazio (1,4 miliardi).

Mentre per quanto riguarda i Programmi Nazionali gestiti delle Amministrazioni centrali dello Stato, il programma “imprese e competitività” deve spendere ancora 2,4 miliardi di euro, “scuola ambienti per l’apprendimento” 2,1 miliardi, “iniziativa occupazione giovani” 1,6 miliardi, “infrastrutture” 1,3 miliardi, “politiche attive e occupazione” 1,2 miliardi.

Se si guarda il livello di spesa certificata tra programmi del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) e del Fondo Sociale Europeo (FSE), tra le grandi regioni del Mezzogiorno la Calabria ha rendicontato il 29,3%, la Sicilia il 27,6%, la Puglia il 27,1%, la Campania il 26,9%.

Sulla carta la partita non è finita, per fortuna, perché grazie alla regola definita “N+3”, che consente di utilizzare i fondi entro tre anni dall’impegno a bilancio, le spese potranno essere certificate alla Commissione europea entro la fine del 2023. Si tratta di 9,5 miliardi all’anno, una cifra considerevole se confrontata con i 15,2 miliardi spesi dal 2014 a oggi. Ma naturalmente questo cozza con i tempi di progettazione e programmazione, con la competenza dei burocrati e assessori ed in generale con i limiti della gestione dei fondi in Italia: politiche frammentarie, coordinamento spesso inadeguato, limiti di capacità amministrativa da parte delle amministrazioni locale. Per non parlare della miriade di regole a livello regionale che hanno spesso fatto danni irreparabili. Perché, parliamoci chiaro: il pericolo vero è che senza il rispetto dei tempi queste somme vadano definitivamente perdute.

Per quanto riguarda la Puglia, il fatto che abbia arrancato in questi anni è ampiamente certificato. Dalla Uil, come detto, ma anche dal “Sole 24 ore”, che a gennaio scorso ha indicato in 5,19 miliardi la cifra ancora da spendere su un totale di 7,12 miliardi nei sette anni del programma. Per capirci, nella stessa classifica la Calabria, che ha un programma plurifondo (Fesr + Fse) come la Puglia e dunque molte più risorse da spendere, era al 15° posto avendo già certificato il 29,23% (2 punti percentuale abbondanti più di noi), ma con 1,68 miliardi ancora da spendere nei prossimi tre anni. Stimata poco sopra metà classifica la Campania con il Fesr, al 27,37%, e ancora quasi 3 miliardi da spendere.

La punta dell’iceberg dell’immobilismo pugliese resta il disastro fatto in questi anni in agricoltura, con i soldi mai spesi (oltre 1 miliardo di euro) nonostante i gravissimi problemi del settore a cominciare dalla xylella. 

Una vicenda che ha portato alle dimissioni (e alle accuse) dell’allora assessore Di Gioia, in disaccordo completo con la gestione del PSR, il Piano di Sviluppo Rurale. 

I fatti, purtroppo per gli agricoltori pugliesi, gli hanno dato ragione. 

E io pago… come diceva il grande Totò nel celebre film “47, morto che parla” (1950).

Il grande bluff di chi si scaglia contro l'UE

"L'Italia dà di più di quanto spende": il ritornello di chi non sa programmare

Nei mesi scorsi, quando sembrava che almeno in Europa la pandemia da Covid -19 Coronavirus avesse allentato la morsa, abbiamo discusso e litigato su tutto. Ci siamo divisi sul Recovery Fund e ovviamente sul Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) che ancora non è chiaro se l’Italia utilizzerà o meno.

Eppure, il nostro Paese in questi anni si è distinto, come spesso purtroppo gli accade, per l’incapacità di spendere le risorse che l’Unione Europea mette a disposizione. E non sarebbe male che quei partiti politici che auspicano un’eventuale uscita dell’Italia dall’Europa Unita, dessero un sonoro…ceffone ai propri rappresentanti che localmente amministrano la cosa pubblica, per chiedere come mai non siano capaci di spendere i soldi disponibili. Perché poi è facile e demagogico sostenere che l’Italia “dà più di quanto spende”. È ovvio, se la capacità dei nostri amministratori è questa, non potrà che essere sempre così. E continueremo a perdere occasioni su occasioni per ridisegnare finalmente il nostro Paese rendendolo competitivo, agile, al passo con i tempi e con il mercato globale.

Si potrebbero fare tanti esempi sui vantaggi dell’Europa unita e della moneta unica: basta guardarsi intorno, in particolare alle nostre più moderne infrastrutture. Non c’è nulla che potesse essere realizzato senza la Ue. Basti pensare a come è cambiato il nostro modo di vivere e di viaggiare grazie a Schengen; oppure alle grandi possibilità offerte ai nostri ragazzi con l’Erasmus e l’opportunità di studiare all’estero. O, ancora, a come la Spagna si è ridisegnata grazie all’Europa dopo 36 anni di franchismo; oppure a come Polonia ed Ungheria, per citare due casi recenti, stiano cambiando il loro volto sfruttando i fondi comunitari.

E, senza andare lontano, immaginate che cosa saremmo stati se avessimo avuto ancora la lira durante la crisi economica esplosa nel 2008. L’Italia sarebbe stata come l’Argentina in sud America: un paese in cui i default non si contano più. Ma non se ne accorge nessuno, visto che non ha un ruolo a livello internazionale. In più, l’Italia non ha materie prime: deve acquistare tutto. Da sola, e con una moneta come la lira che non avrebbe né peso né valore, sarebbe ripiegata su se stessa.

Eppure le opportunità a nostra disposizione non vengono sfruttate, come rivela lo studio della UIL Servizio Lavoro, Coesione e Territorio sulla programmazione e la spesa dei Fondi Strutturali Europei al 30 aprile 2020.

La situazione, come ha commentato Ivana Veronese, segretaria confederale Uil, è da vero “allarme rosso” non solo il Mezzogiorno, ma anche per molte Regioni del Centro Nord; così come per i Programmi Nazionali a gestione delle amministrazioni centrali dello Stato. A sei anni dall’avvio concreto della programmazione 2014-2020 restano da spendere ancora 37,9 miliardi di euro (il 71,2% del totale). Infatti, al 30 aprile scorso, la spesa certificata alla Commissione Europea, tra Programmi Operativi Nazionali e Programmi Operativi Regionali ammonta a 15,3 miliardi di euro (il 28,8%), su un totale di 53,2 miliardi. In sostanza, 12,9 miliardi di euro sui Programmi Nazionali e quasi 25 miliardi su quelli Regionali.

“Se si guarda il livello di spesa certificata - spiega Ivana Veronese - l’Emilia Romagna tra programmi di Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) e di Fondo Sociale Europeo (FSE), presenta un livello di spesa certificato pari al 46%, il Piemonte del 38,1%, la Toscana del 37,6%, il Friuli Venezia Giulia del 37,5%, la Provincia Autonoma di Trento con il 34,7%. In coda troviamo le Marche dove tra FESR e FSE, il livello di spesa certificato si attesta al 22,1%. In Abruzzo al 22,3%, in Umbria al 24,6%, in Sardegna al 26,5% e nel Lazio al 26,6%. Nel Mezzogiorno invece, la Calabria ha rendicontato il 29,3%, la Puglia il 27,1%, la Sicilia il 27,6%, la Campania il 26,9%”.

Ma la percentuale da sola non basta a “fotografare” la situazione perché bisogna anche guardare quanto resta da spendere. E la Puglia, in questo caso, non ha certamente brillato.

Sulla carta nulla è ancora perduto, ma si rende indispensabile e urgente mettere in moto tutti i processi per assicurare la velocità della spesa concentrando le risorse su pochi obiettivi. Insomma, meglio feriti che morti. Ma è davvero un peccato…


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