L'imitazione è nemica dell'identità

Bari sogna. Ad occhi aperti. Sogna la Champions e resta in serie C, parla di Cultura ed è sul fondo di ogni classifica per musei, biblioteche e dintorni.

È così che vanno le cose dalle nostre parti. E, purtroppo, va detto che anche la giunta in carica, che si è distinta per misura e sobrietà, sembra infilarsi nella spirale della propaganda in cui si annuncia un progetto seguendo il modello "me too".

Piuttosto che vivere di luce propria si avverte la necessità di assomigliare a qualcuno. Come se non fossero bastate le copiose dosi di quell'"immaginifico" che ha segnato il vendolismo, poi riproposto, in una maldestra costruzione lessicale, anche dall'apparato dell'emilianismo. Ora con l'annuncio di un megafestival (annunciato sul modello di Barcellona o Utrecht) sembra sia arrivata l'ora della giunta in carica. Somministrare sogni è operazione facile, così come lo è continuare a citare testate e riviste che si sono occupate di Bari solo grazie alla "copertura pubblicitaria". Ed è imbarazzante tornare su argomenti del genere perché si entra in una sfera etica che, per ruolo e contenuti della comunicazione negli ultimi 15-20 anni, ha abbattuto in Puglia ogni barriera della credibilità.

È imbarazzante perché, mentre per alcuni è un elemento tattico per rastrellare consensi, per la popolazione è solo l'ennesima chimera che accarezza l'egocentrismo di una popolazione più sensibile agli annunci che alle analisi.

Barcellona (55 musei e 11 parchi) e Utrecht (11 musei e 15 parchi) hanno eventi con profonde radici e competenze cresciute negli anni. L'avventura di Barcellona è nata nel 2001 e quella di Utrecht nel 2007. Vivono due volte di luce propria: la prima per i profili originali ed esclusivi del prodotto, la seconda perché il contributo pubblico è del tutto residuale in termini finanziari. Al contrario, è decisivo in termini di infrastrutture per l'accoglienza. Come si vede c'è anche un'interpretazione dei ruoli e della destinazione delle risorse che è molto lontana dalla logica nostrana. Di tanto in tanto risuona la (abusata) definizione di marketing territoriale: basta mettere in fila tre incontri per la presentazione di libri per parlarne. A sproposito.

Gli enti locali concorrono e, soprattutto, forniscono un'offerta territoriale con servizi adeguati. Tra gli attori di una strategia i privati hanno un ruolo fondamentale e finora non c'è traccia di una vera adesione a progetti di qualsiasi genere: organizzatori di eventi, albergatori, ristoratori, commercianti non hanno sviluppato una strategia, ma vedono in ogni evento un'occasione episodica di business. Come si vede l'elemento non è solo organizzativo (per le competenze), ma soprattutto culturale (la visione del proprio ruolo nel sistema città).

Fare annunci roboanti è facile, così come lo è trasportare i turisti su bus malandati o rastrellare recensioni per conti da rapina che si riverberano sulla reputazione della città, al netto delle riviste patinate. Tuttavia non possiamo sottrarci dal proporre qualche semplice quesito: è stata fatta una ricerca per questo evento? È stata fatta un'analisi della domanda? Quali altri attori sono coinvolti?

Ne resta una un po' più complessa che facciamo da anni, ma senza risposta: c'è un piano strategico di marketing territoriale per la città di Bari?

Parliamo di marketing territoriale, non di pagine a pagamento su guide che promuovono ogni luogo che abbia uno sponsor finanziario.

Dobbiamo continuare a sperare di farla finita con le scorciatoie. Non possiamo fare di Bari la città che "compra" modelli a caro prezzo e vive di episodi, invece di disegnare un proprio profilo esclusivo (differenziazione), facendo crescere risorse intellettuali ed economiche del territorio. Daremmo una prospettiva anche ai ragazzi che frequentano le locali facoltà di marketing, invece di farli emigrare verso altre piazze.

Alla prova dei fatti non è scimmiottando altre esperienze che si costruisce il profilo identitario di una città.

"L'imitazione è il più frequente errore strategico": a dirlo è un certo Michael Porter, gigante della strategia manageriale. Leggerlo non produce effetti collaterali.

Scrivi all'autore