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L'energia predatoria del business senza identità

Un prete di strada ha detto con voce preoccupata che la città vecchia di Bari sta diventando un B&B diffuso e che ciò è problematico perché sradica l’identità profonda di chi ci vive, ed un borgo senza identità perde la sua forza principale di resilienza. Ha concordato con lui un urbanista di valore, anche mio amico, che ha ricordato come in passato vi sia stata già una prima espulsione di abitanti verso il quartiere nuovo di San Paolo (tutto sommato allora un ghetto).

Tuttavia sia il prete di strada che l’urbanista concordano sul fatto che non bisogna demonizzare queste strutture pur se una economia basata su di esse è molto fragile e costituisce dunque un pericolo potenziale.

Sullo sfondo è stata evocata anche Matera che nell’anno di capitale europea della cultura si è riempita di B&B e Pub e ora è in crisi.

Ma al di là delle opinioni e degli scenari presuntivi c’è una sola chiave interpretativa di quanto sta accadendo a Bari, di ciò che è accaduto altrove (Firenze, Venezia) e di certo accadrà sempre di più: è in scena l’energia predatoria del “business”, trainata da forme distorte di globalizzazione che in molti casi hanno la forza di annientare le identità profonde, il cosiddetto “genius loci”. Posseggono questa forza anche perché il ceto politico e quello intellettuale hanno abdicato al ruolo loro proprio: tenere sempre alimentata la “massa critica”, unico baluardo.

Questa défaillance è il fattore sul serio più grave e inquietante: perché è l’immateriale che ha ceduto al materiale.

Ma i fatti di cui bisognerebbe preoccuparsi, a Bari, sono più di uno. Pensiamo al culto di san Nicola: declinato “à la charte”, prima a sostegno di Putin (ricordiamo il corteo benedicente di Mosca davanti le reliquie del Santo?), ora non più e comunque icona buona per ogni uso, quindi alquanto fragile per costruirvi una “narrazione” appena credibile. Pensiamo alla penetrazione della criminalità anche nel mondo dei colletti bianchi (dato purtroppo ormai endemico e crescente).

Ma pensiamo anche all’uso incauto della cultura. Emblema ne è il Bif&st, festival cinefilo ormai obsoleto per la proposta culturale in sé, totalmente mainstream, incolore, una kermesse generalista che si trascina stancamente senza alcuna verve: che distanza da altre manifestazioni (ne cito una solo a caso, il Trieste Science+Fiction Festival, con oltre 50 anteprime)! Ma festival pernicioso anche per il fatto che, svolgendosi tutto nel “miglio dei teatri”, costituisce un fattore gravissimo di fratturazione della città: nel miglio la “cultura”, tutto intorno e nelle periferie il deserto.


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