Le ultime

Legalità e lavoro: i furbetti fanno molti danni

Per tutte le attività umane esistono due modi di esplicarle: rispettare le regole oppure no. Ovviamente vale anche per le imprese, di qualunque dimensione e tipologia esse siano. Purtroppo nel nostro Paese, e la Puglia non fa eccezione come emerge dai dati dei controlli Inps, l’idea che aggirare le regole, fare i furbi, paghi molto di più della correttezza, è dura a morire. Con buona pace di quelle aziende che combattono lealmente tutti i giorni la guerra del mercato, che siano industrie manifatturiere o negozi di vicinato. È un problema di cultura della legalità, intesa ad ampio spettro, che si ripercuote anche sulle recenti polemiche relative alla presunta mancanza di personale.

Guardiamo le cifre perché, come sempre, non mentono e restituiscono l’esatta fotografia della situazione, meglio di qualunque commento.

Nei primi sei mesi di quest’anno gli ispettori dell’Inps di Puglia hanno controllato 328 aziende, nell’83,5% di queste, cioè 274, hanno riscontrato irregolarità: evasione ed elusione di contributi e sanzioni per oltre 14 milioni di euro. Un piccolo mare nel quale galleggiano irregolarità di tutti i tipi, dal lavoro nero al caporalato, fino all’attività di aziende esistenti soltanto sulla carta. Gli accertamenti degli ispettori Inps si sono concentrati sul contrasto al fenomeno dei falsi rapporti di lavoro, costituiti solo formalmente per far percepire indebitamente prestazioni a sostegno del reddito, basti pensare che le verifiche di questi primi sei mesi hanno portato all’annullamento di 5.391 rapporti di lavoro fittizi, 4.673 dei quali nel settore agricolo (piaga antica della nostra regione) e 718 nei settori industria e terziario. Dati sicuramente allarmanti, tanto che l’Inps ha deciso di sottoscrivere un accordo con la Procura generale di Bari per rendere immediato e diretto lo scambio di informazioni sulle irregolarità, in modo da poter affrontare con maggiore efficacia la lotta all’illegalità nel mondo del lavoro.

Il problema culturale del rispetto della legalità, però, non è soltanto delle imprese, vere e fittizie, ma è più ampio e investe l’intero sistema sociale, soprattutto per quanto riguarda il lavoro nero. Senza soffermarci più di tanto sulle polemiche relative a chi preferisce lavorare in nero per non perdere il sostegno al reddito, è lecito chiedersi: quante volte abbiamo pensato o abbiamo fatto ricorso a un lavoratore irregolare, dall’elettricista all’imbianchino, dall’idraulico all’antennista, per risparmiare qualche decina di euro? Qualcuno poi sostiene che il lavoro nero avrebbe una funzione di regolatore sociale, soprattutto nel Mezzogiorno, perché eviterebbe la sollevazione popolare a causa della mancanza di lavoro. E qui viene in mente una citazione cinematografica di Massimo Troisi quando diceva che al Sud la semplice parola “lavoro” non esiste, perché o si tratta di un lavoretto, o di lavoro nero, o di lavoro sottopagato. Qualche fondamento nell’affermazione c’è, ma non possiamo pensare di diventare una società adulta, continuando a sopravvivere con l’arte dell’arrangiarsi. Il rispetto delle regole fa bene a tutti e fa crescere. Perché quando siamo costretti a registrare le morti sul lavoro di persone assunte il giorno prima o di ultrasettantenni costretti a lavorare per garantirsi di che campare, le lacrime che si versano sono quelle del coccodrillo.

A proposito, le cifre non mentono e dicono che nei primi 5 mesi del 2022 in Italia 364 lavoratori hanno perso la vita, con una media di oltre due morti sul lavoro al giorno. Di questi, 17 sono morti in Puglia. La fascia d’età più colpita è quella tra i 55 e i 64 anni, ma l’indice di incidenza più alto è tra i lavoratori ultrasessantacinquenni, con 32,6 infortuni mortali ogni milione di occupati.

Scrivi all'autore

wave