L'economia della nostalgia: un brutto affare

La nostalgia è uno stato d’animo consistente nel rimpiangere ciò che è trascorso o è lontano. La nostalgia ha, nella maggior parte dei casi, una valenza negativa, perché rappresenta un volgersi indietro, come se non si avesse il coraggio di guardare avanti e di affrontare il presente, ma soprattutto il futuro. Per questo motivo in economia un atteggiamento nostalgico è considerato altamente negativo.

Settembre è da sempre considerato un mese nostalgico: per le vacanze appena trascorse, per i compagni di scuola che non si ritroveranno più nella stessa classe, per la Fiera del Levante che quest’anno non ci sarà. Eppure esiste un’economia della nostalgia, basti pensare al marketing del vintage che pervade sempre più le nostre vite. Il meccanismo è oliato ed efficace: poiché il presente appare incerto, meglio rivolgersi al passato e al suo alone quasi magico. Inoltre, c’è una storia, un marchio, un prodotto che il consumatore già conosce e nel quale si può riconoscere. Il tutto funziona se quei prodotti, quei marchi sanno adeguarsi alle mutate esigenze dei consumatori, del mercato e proporre soluzioni attualizzate.

Andiamo sul concreto e prendiamo spunto dalla vicenda della Fiera del Levante. La Campionaria si trascinava stancamente da anni, si era cercato di rivitalizzarla con spettacoli e concerti che potessero attirare il pubblico, ma così facendo si è snaturata l’idea stessa di fiera. Forse bisognava continuare a puntare su una offerta ampia di prodotti e aziende, ma per fare questo bisognava aver investito seriamente sulle strutture. È risultato evidente che un solo padiglione rinnovato e modulare non poteva bastare, così come non poteva bastare il soccorso delle istituzioni pubbliche che sono intervenute nell’affittare spazi e adeguarli alle proprie esigenze. Una Fiera che ha continuato a fare l’affittacamere (a prezzi esosi) di strutture fatiscenti, senza servizi all’avanguardia soprattutto per gli espositori, oltre che per i visitatori, era destinata a una fine miseranda. Se poi ci aggiungiamo la pandemia, il risultato era inevitabile.

Ma la nostalgia, a Bari, in questo mese di settembre, rischia di farla da padrone, visto che La Gazzetta del Mezzogiorno ha sospeso le pubblicazioni, per la prima volta in 134 anni di storia, da oltre un mese e sul suo futuro le nubi dell’incertezza regnano purtroppo sovrane. Una vicenda che si può definire assurda e paradossale nel suo svolgimento, anche se i segnali della crisi societaria si trascinavano da anni. L’assenza dalle edicole di un giornale che da sempre identifica e si identifica con il territorio non rappresenta soltanto un fattore nostalgico, ma un problema serio di rappresentazione del territorio stesso, nonostante la presenza di altri mezzi i informazione, compresi quelli che si sono affannati a “sbarcare” nel Barese per accaparrarsi fette di mercato. Ma soprattutto deve far riflettere come il “sistema Bari e Puglia” non sia riuscito a esprimere una capacità imprenditoriale in grado di dare una svolta alla vicenda della Gazzetta, precipitata nel disinteresse, sopravvissuta soltanto nell’interesse di qualche bulimico rappresentante politico.

La nostalgia, dei propri soldi, è quella dei risparmiatori che avevano creduto e investito nella Banca Popolare di Bari, per la quale il nuovo corso del Medio Credito Centrale (impegnatissimo ora nella vicenda degli sportelli Monte dei Paschi al Sud) continua a riproporre logiche e dinamiche identiche a quelle di un recente passato. Insomma, se si rivogliono indietro i propri risparmi, l’unica strada è quella della via giudiziaria, con buona pace degli annunci sbandierati circa un anno fa. Il rischio è che si rimpiangano, nostalgicamente, le gestioni passate, anche se questo ci sembra onestamente impossibile.

Settembre è da sempre il mese in cui tutto riparte, ricomincia, ma poiché la situazione è quella appena descritta, forse ha ragione Gazzelle quando canta “Settembre è un mese di merda per ricominciare”.


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