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Le tre fragilità italiane che non si devono ignorare

"Ci hanno detto o pace o condizionatori ma la pace è scomparsa dai radar, abbiamo spento i condizionatori e ora dobbiamo spegnere pure il riscaldamento. Che gran successo!»: parole pronunciate dal capo del M5S. È vero che appartiene alla campagna elettorale, ma una narrazione così è purtuttavia l’esemplificazione di cosa significa, in salsa italiana, la pulsione che definiamo “populismo”. Cioè affermare cose prive di logica ma che centrano in pieno il malessere latente o palese della gente.

Poi c’è un’altra narrazione che, anch’essa, raggiunge l’acme durante una campagna elettorale: quella secondo cui bisogna condividere “Italia first”. Cioè l’illusione per cui la Nazione (la mia Nazione ovviamente) deve prevalere su ogni altro consesso che “sappia” (verbo intransitivo: avere un dato sapore o odore) di cosmopolitismo, transnazionale, internazionale, in una parola di qualcosa che sia al di sopra della (mia) Nazione. Anche questa pulsione, in cui consiste il “sovranismo”, è una enorme stupidaggine, cioè non può stare in piedi per mille ragioni obiettive, ma cionondimeno solletica il nostro ancestrale bisogno di essere protetti da chi ci è più vicino.

Per tali ragioni si tratta di pulsioni che pagano al massimo proprio durante una campagna elettorale: e il 25 settembre hanno pagato, eccome!

C’è poi una terza pulsione, questa volta più razionale, che può essere sia conservatrice, sia progressista, ma che di certo non è né populista né sovranista: questa pulsione la si individua facilmente se è priva delle illusorie stupidaggini che caratterizzano le 2 narrazioni prima indicate.

Anche alla luce dei risultati elettorali del 25 settembre, penso che l’Italia oggi sia un Paese tripartito, ove è una partita aperta, anzi apertissima, quale delle 3 “pulsioni” riuscirà a prevalere: non nella competizione elettorale del momento (assetto che di solito dura meno di 5 anni), bensì nel medio e lungo periodo, che sono i lassi di tempo che importano per la vita e gli interessi profondi di un Paese.

Il nostro Paese ha 3 grandi fragilità, che lo tengono tuttora in apnea e lo avvicinano ad un’Italietta: appena sul pelo dell’acqua in modo da non inabissarsi ma impedito a falcare il mare con ampie nuotate. La fragilità istituzionale (con partiti spappolati, oppressi da caudillismo o esposti come banderuole al vento che prima spira; con istituti costituzionali ormai arcaici, da modificare ma che non sono modificati perché prevale il “quieta non movere”). La fragilità sociale (con una crisi profonda dell’apparato educazionale, del bilancio demografico e dell’empowerment giovanile). La fragilità economica (con una crescita bloccata, riflessa nell’andamento del PIL, con occupazione precaria oltre ogni limite, disoccupazione alta e povertà diffusa).

Come i partiti superstiti o i nuovi che si affacceranno all’agone si schiereranno in relazione alle 3 pulsioni? Ciò determinerà il nostro futuro.


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