Le morti bianche che pesano su tutti noi

E' una brutta storia. Si dirà: una delle tante in una terra che sembra aver definitivamente scelto di apparire piuttosto che essere. È vero, ma è anche maledettamente vero che le morti bianche lasciano un sapore amaro insieme con un sentimento di indignazione che non ha eguali.

La civiltà di un popolo non si misura contando il numero di telefonini di cui dispone, ma passa attraverso parametri che ne sanciscono la maturità, l'organizzazione, l'educazione, il rispetto delle persone e della loro vita.

Da troppo tempo amiamo dipingerci come un popolo intraprendente, capace di cogliere al volo opportunità. Non è così, non è più così.

Da troppo tempo, infatti, viviamo stagioni costellate di scorciatoie che in teoria dovrebbero produrre il massimo risultato con il minimo sforzo. Si tratta del sistema più... proficuo per seppellire il merito, per scoraggiare gli investimenti, per trascurare la formazione.

Già, perché questa terribile vicenda di morti sul lavoro è l'esito di una miscela esplosiva in cui mancanza di cultura, di controlli e di responsabilità presentano un bilancio pesantissimo.

In gioco, allo stesso tempo, ci sono la vita di chi lavora e il futuro delle famiglie che, quasi sempre, hanno in quel lavoratore l'unica forma di sostegno finanziario,

Il conto, come si vede, è salatissimo. Tuttavia, la situazione peggiora e rinnova quel fastidioso rito di prese di posizione, commenti e comunicati che puntualmente si presentano dopo ogni incidente,

Sull'argomento in termini netti si sono espressi sia il Capo dello Stato che il Presidente del Consiglio. Non si può andare avanti in questo modo: senza protezioni e con manipolazioni di macchinari in spregio a norme di sicurezza che per alcuni im-prenditori rappresentano un freno per il loro modello di business.

È la "cultura" figlia di quello yuppismo che ha segnato una stagione infelice del nostro Paese in cui le competenze manageriali sono state mortificate da procedure disinvolte.

Non siamo andati lontani. Al tema abbiamo dedicato copertina e apertura di questo numero, mentre Michele Marolla, da raffinato e acuto conoscitore del mondo del lavoro, ci offre un'opinione illuminante ed eloquente sui ritardi e sulle incongruenze di comportamenti che sono deleteri per le persone, ma anche per l'immagine e l'identità dei territori.

Gli ingombri dell'informazione nazionale occupati con la propaganda a pagamento (attività che da anni vede primeggiare la Puglia), non attenuano le cronache spietate di fatti gravi e delittuosi (attività in cui primeggiamo da ancora più anni).

Alla moltitudine di soggetti deputati a controlli di ogni genere fa eco una interminabile lista di violazioni. Per quanto sembri paradossale più numerosi e frammentati sono i controlli più è facile aggirarli.

E per questo, oltre che sull'elemento culturale, bisogna puntare l'indice senza esitazione sull'efficacia di quei controlli, sulla corretta esecuzione delle sanzioni e sulla rete di connivenze che permette di percorrere le scorciatoie che troppo spesso conducono ai vicoli ciechi delle morti premature e del dolore.

Non è più tempo di proclami, abbiamo necessità di azioni. E dobbiamo aggiungere che ha anche stufato quella retorica del lavoro pronunciata da im-prenditori che, sfruttando i lavoratori ed esponendoli al rischio di perdere la vita, pretendono di fregiarsi del titolo di motori dell'economia locale.

In fin dei conti questa è una storia di mancato rispetto. Il rampantismo ignorante, alla prova dei fatti, produce conseguenze insopportabili. C'è bisogno di norme nuove e più stringenti in tempi rapidi, ma intanto si dovrebbero far rispettare le vecchie. Senza sconti, tentennamenti e connivenze.

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