Le ciliegie sono tante, quella che manca è la "visione"

In canottiera scura, un microfono, chili di ciliegie buttate per terra. Una protesta sanguigna perché un prodotto della terra, mesi di fatica e di spese, viene pagato a 80 centesimi al chilo, bene che vada a poco più di un euro. Il tipo, a Casamassima, circondato da parecchi amici-agricoltori e da qualche politico (fare da sponsor in questi casi può essere utile!) fa una sorta di comizio, con un repertorio di parolacce della più volgare e colorita tradizione. Del resto, quando si protesta, è impossibile parlare come un monaco fate-bene-fratelli. Il nostro ha ragione e minaccia pure di andare Montecitorio per chiedere giustizia, o almeno soccorso.

La storia è vecchia: da tempo le ciliegie pagano lo scotto di un mercato che soffre di superproduzione (arrivano anche dall’estero), con tanti problemi annessi. Ultimo dei quali la carenza di operai del settore (meglio il reddito di cittadinanza che il lavoro stagionale).

Operai a parte (“prenderli” in nero comporta rischi di salatissime multe), il problema è alla fonte. Le ciliegie al produttore danno attualmente un ricavo netto di quasi zero, mentre nelle “boutique” della frutta milanesi vengono vendute a 16 euro al chilogrammo. E allora? C’è che il profitto più consistente va ai compratori all’ingrosso che acquistano a prezzi dittatoriali: prendere o lasciare.

Il futuro? È nero. Molti produttori pensano di mandare al diavolo i ciliegeti e di puntare su altro, quell’altro destinato a subire la stessa sorte delle ciliegie fra qualche anno. Perché la chiave del “non profitto” è sempre lì: i produttori non sanno vendere ciò che… producono. Come si esce dal tunnel? Con l’autonomia e l’organizzazione. Al Sud non si riesce a recepire il ruolo delle cooperative e delle filiere corte. Esempio tipico estremo: l’insalata nasce a Gioia o a Noci, arriva a Milano o a Torino, viene pulita e sistemata nel cellofan, per ritornare a Gioia del Colle e a Noci ed essere venduta sui banconi vari. Risultato: danneggiati i produttori e i consumatori.

Le cooperative permetterebbero attrezzature comuni, trattamenti ed esperimenti comuni, raccolta, trasporto e vendita comuni. Insomma, dal produttore al consumatore, tagliando la sezione parassitaria che ora gestisce il mercato.

Il Sud non ha il concetto dello stare insieme e, come scriveva il meridionalista Lino Patruno, paradossalmente, qui a volte accade che la grandine arrivata sul terreno del vicino e non sul tuo faccia piacere.

Bisogna pensarci, con l’aiuto dei politici (?), ma soprattutto con una visione diversa del mondo agricolo. L’Emilia- Romagna può darci qualche lezione.


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