Le "Comunità energetiche" per produrre profitti e lavoro

Con i prezzi dell’energia in continua impennata e con le inevitabili conseguenze sulle bollette c’è il rischio che nel nostro Paese cresca drammaticamente anche la povertà energetica, cioè l’indice statistico che attesta l'impossibilità di pagare gas ed elettricità per i propri bisogni. La povertà energetica è una miscela esplosiva causata da redditi bassi, spesa insostenibile per accedere ai servizi energetici e scarsa efficienza energetica delle abitazioni.

Nel rapporto sull’efficienza energetica 2021 presentato pochi giorni fa dell’ENEA, si legge che la percentuale di famiglie povere (anche) dal punto di vista energetico è destinata ad aumentare vertiginosamente e raggiungere il valore massimo degli ultimi 15 anni di osservazioni. Allo stesso tempo, il Politecnico di Milano ci fa sapere – con il suo “Electricity Market Report” pubblicato a dicembre – che bisogna puntare sulle comunità energetiche rinnovabili e sugli “autoconsumatori” di energia rinnovabile che agiscono collettivamente.

Di cosa si tratta? Di mettersi insieme per produrre e scambiare elettricità generata da fonti rinnovabili, a prezzo competitivo per cittadini e imprese. Produrre energia pulita, da condividere a chilometro zero, abbattendo così gli oneri di distribuzione e trasporto e limitando lo strapotere dei grandi gruppi. Entro il 2050, dicono le stime dell’Unione Europea, 264 milioni di cittadini del vecchio continente si uniranno al mercato dell’energia come “prosumer”, generando fino al 45% dell’elettricità rinnovabile complessiva del sistema.

Cos’è un “prosumer”? È il cittadino che non vuole essere solo un “consumer” ma, nel suo piccolo, diventa “producer” di energia. Chi possiede un impianto casalingo per produrre energia pulita immette in rete quella che non consuma, che viene accumulata e distribuita ad altri “prosumer” per essere usata quando serve. Più la comunità di “prosumer” è ampia, maggiore è l’energia prodotta e scambiata, con evidenti benefici economici e ambientali per tutti. Non è utopia ma concretezza, perché le “comunità energetiche” si moltiplicano e adesso possono essere incentivate con investimenti pubblici.

Ci sono territori che si sono mossi per tempo. Come Melpignano, nel Salento, dove si balla anche la pizzica energetica. Lì già parecchi anni fa è nata una Cooperativa di Comunità in cui i cittadini-soci hanno installato sui tetti delle case 34 impianti fotovoltaici per una capacità totale di 199 KW. Nella cittadina sono stati così ridotti il costo dell’energia e le emissioni di CO2. L‘energia in eccesso è stata venduta e gli utili sono stati reinvestiti in altri progetti, ad esempio la costruzione di case dell’acqua. La manutenzione è assicurata dalla stessa cooperativa, che così ha creato lavoro. Hanno contribuito al successo dell’iniziativa la Banca Etica e l’Università del Salento, che hanno messo soldi e progettualità.

Anche all’estremità opposta della Puglia si sta lavorando in questa direzione. IL GAL Meridaunia, l'agenzia per la promozione e lo sviluppo dei Monti Dauni, sta promuovendo la costituzione di una federazione di comunità energetiche del territorio. L’obiettivo è duplice: autosufficienza energetica e ottimizzazione della produzione da fonti rinnovabili, con tangibili ricadute economiche sul territorio. Il GAL ha affidato uno studio di fattibilità al Politecnico di Torino nel quale si dimostra che già oggi, senza nessun ulteriore investimento, l'area produce otto volte l'energia che si consuma ma i profitti vanno altrove e non si produce lavoro.

Ecco due esempi che potrebbero diventare energicamente contagiosi.


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