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Le liste d'attesa sono davvero un male incurabile?

La sgradevole sensazione è che ci siamo cacciati in un vicolo cieco. E che i confronti, le diversità di vedute, le liti, le accuse, e anche le proposte, servano a poco o addirittura a niente. Nel senso che sembriamo destinati a convivere con questa falla del sistema sanitario regionale per chissà quanto tempo ancora. Forse, e speriamo di sbagliare, per molti, molti anni.

Parliamo delle liste d’attesa, che sono nelle ultime settimane al centro di feroci polemiche tra i vari attori della politica regionale e della sanità pugliese. E’ un problema che viene da lontano e che, va detto, non riguarda soltanto la nostra realtà. Solo che noi stiamo un po’ peggio di altre regioni, sebbene a livello nazionale (ed anche questo è per certi versi incredibile), non vi sia una classifica che in qualche modo “certifichi” le singole situazioni.

E’ appena il caso di ricordare, senza alcuna retorica, che il diritto alla salute è sancito dall’art. 32 della Costituzione e che lo Stato, attraverso la Legge 833/78 (quella che istituì il Servizio Sanitario pubblico e universale), è tenuto a erogare le prestazioni che servono a garantire la buona salute dei cittadini. In ogni caso, è grave che non si trovi una soluzione. E’ grave perché parliamo di salute, ovvero della sola cosa che serve per fare tutto quello che fa parte della nostra vita. Così ci si potrà beare dei numeri positivi della stagione turistica, del Bif&st e così via, ma se poi non funziona la sanità (che costituisce circa l’80% delle risorse gestite dalle Regioni) vuol dire semplicemente che si è di fronte ad un fallimento.

Problema che viene da lontano, si diceva; ovviamente ingigantito dalla pandemia, che per due anni circa ha contribuito ad allungare i tempi d’attesa per far fronte all’emergenza. Pensate che all’epoca della giunta Vendola, l’allora assessore alla Sanità, Elena Gentile, provò ad abbattere le liste d’attesa con l’apertura delle visite anche nelle ore notturne. Nulla da fare, fu un fallimento.

Ed ora che l’inflazione sta erodendo i risparmi delle famiglie, sono ancora meno i pugliesi che possono permettersi uno specialista privato (e a pagamento) per ridurre mesi di attesa.

Che fare, dunque? Quanto sostenuto nei giorni scorsi dall’assessore alla Sanità della Regione Puglia, Rocco Palese, se da un lato fotografa esattamente la situazione, dall’altra fa letteralmente cadere le braccia: “Non ci sono soldi”. Il che vuol dire che non c’è modo di trovare una soluzione: “Per risolvere il problema delle liste d’attesa – ha spiegato Palese – servono i medici che non abbiamo. In alternativa dobbiamo poter utilizzare il personale in servizio con prestazioni aggiuntive, ma per fare questo non abbiamo risorse e serve una disposizione nazionale”.

In soldoni, è il caso di dire, per aumentare il numero di prestazioni sanitarie bisogna pagare gli straordinari ai medici in organico. Ma siccome non c’è un centesimo, la partita è chiusa prima ancora di riaprirla. In realtà le Regioni non possono che fare affidamento sul nuovo Governo a cui si chiede sostanzialmente di destinare risorse straordinarie. Ma non sarà facile.

Poi ci sono i numeri e le polemiche, anche piuttosto aspre, di queste ultime settimane. Il sindacato dei pensionati Spi Cgil ai primi di ottobre ha lanciato una campagna, fornendo qualche dato: sono circa 400mila i pugliesi in lista per una visita ambulatoriale specialistica. Con un’attesa media di 180 giorni. Il sindacato puntualizza che in alcuni casi, al momento della prenotazione, non viene assegnata alcuna data. Per la Cgil è comunque un errore sospendere la modalità “intramoenia” (ovvero la possibilità di richiedere visite nella struttura pubblica, ma pagando) perché in ogni caso concorre alla riduzione dei tempi di attesa. Naturalmente è doveroso puntualizzare che non tutti, però, possono permettersi di pagare. Ed il riferimento è purtroppo soprattutto ad anziani e meno abbienti. Insomma, il pericolo è che la gente si veda negato il diritto alla salute e alle cure.

Per quanto concerne le polemiche, invece, siamo di forte ad un vero e proprio braccio di ferro tra la politica e i medici. Nello specifico, la proposta di legge di modifica della legge regionale vigente a favore della riduzione delle liste d’attesa in sanità (parte del Pd, primo firmatario il consigliere Fabiano Amati) è contestata a tutto tondo dai sindacati dei medici. E perfino il segretario regionale del partito, Marco Lacarra, si è schierato con questi ultimi.

La finalità della legge è individuare il responsabile: l’articolato prevede la decadenza dei direttori generali qualora non eseguano le attività previste dalla legge vigente e che dopo più di tre anni non hanno ancora eseguito. Si prevede la sospensione dell’Alpi (ovvero delle visite in intramoenia) qualora i tempi di attesa per le prestazioni istituzionali siano superiori di cinque giorni rispetto a quelle erogate da quel regime. Ovviamente, sono previsti incentivi economici in favore del personale della specialità sospesa, ma a valere sul fondo aziendale vincolato alla riduzione delle liste d’attesa, solo qualora la causa del disallineamento sia motivatamente dovuta a carenze strutturali o di organico.

Per i medici la proposta di legge è vessatoria, perché tende a colpevolizzare la categoria quando le responsabilità sarebbero solo politiche. La risposta arriva con i numeri: in Puglia mancano 1600 medici, circa 5000 infermieri oltre a tecnici, psicologi, ostetriche e altre professioni sanitarie. “La mancanza di medici, di infermieri e tecnici – ha spiegato Filippo Anelli, presidente Omceo Bari – rende di fatto impossibile assicurare con gli attuali strumenti una risposta efficiente alle prestazioni sanitarie richieste dai cittadini. Servono risorse, la definizione del numero delle prestazioni non ancora erogate e soprattutto la disponibilità degli operatori pubblici e convenzionati a smaltire le liste di attesa. Serve soprattutto flessibilità e non una nuova legge regionale che introduca inutile rigidità ad un sistema complesso già normato da leggi nazionali”.

Eppure, si stima che siano oltre 200 milioni le risorse esistenti nei bilanci delle Asl pugliesi, e non usate, per la mancata assunzione di personale sanitario; risorse che potrebbero essere utilizzate per finanziare un piano straordinario per ridurre le liste d’attesa ed evitare così che i cittadini paghino di tasca propria le prestazioni erogate anche in libera professione.

Insomma, siamo di fronte ad una situazione molto complessa, nella quale c’è chi insinua il dubbio che vi sia una cronica incapacità politica di gestione, che sommata ai problemi strutturali di carenza d’organico, porta alla paralisi. E la gente, nel frattempo, rischia la vita…


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